Un 2017 da dementi digitali. Un (buon) libro ci salverà

Gli italiani leggono poco? Bella scoperta. Il problema è l’invasione del virtuale nella vita reale

Tutti a scandalizzarsi perchè più della metà degli italiani da sei anni in su (59,5%) legge praticamente solo il proprio telefonino, e solo il restante 40,5% almeno un libro. E che novità è? Italiani popolo di santi poeti e navigatori ma lettori no, mai stati. A fine anno di solito si stilano i bilanci, ma il dato più preoccupante sta proprio in quell’aggeggio con cui magari state visionando questo articolino di capodanno, o meglio la connessione mobile a internet che vi tiene permanentemente avvinti al magnifico e progressivo mondo del virtuale.

Il raffronto è implacabile: quasi un italiano su due (47,6%) accede al web tutti i giorni, e di questa moltitudine il 44% usa lo smarphone. Nei giovani fra i 15 e i 24 anni, i cosiddetti “nativi digitali”, la quota schizza al 92%. Ora, come ogni strumento di nostra signora delle meraviglie la Tecnica, il dono dell’accessibilità immediata e generalmente gratuita di informazioni (se così vogliamo chiamare anche i campioni del click: social network, siti di e-commerce e pornografia), il dono che ne riceviamo è bifido, un’arma a doppio taglio: da una parte abbiamo a disposizione una possibilità potenzialmente infinita di conoscenza, dall’altra il suo utilizzo, compulsivo, istantaneo, superficiale, continuo, ansiogeno, impedisce la conoscenza. Leggetevi, in proposito, un libro (di carta, 281 pagine, già troppe per le capre smanettone), dal titolo severo ma giusto: “Demenza digitale”. Autore il tedesco Manfred Spitzer. Il quale spiega bene, con germanica pedanteria di numeri e studi, quanto l’uso sistematico e quotidiano della Rete atrofizzi la capacità di memorizzare, categorizzare, sviluppare ragionamenti appena più complessi di un like, insomma di concentrarsi e, in definitiva, di pensare razionalmente.

Nota per tecno-ottimisti: questa trasformazione in homo insapiens avviene se dal bombardamento giornaliero di imput non ci si sa difendere dando un ordine e un senso al blob di post, video, chat, siti, foto, email e internetteria varia. Ed è qui che dovrebbe entrare in gioco il caro vecchio libro. Leggere, diceva lo scomparso linguista Tullio De Mauro, è un’attività faticosa e innaturale. Per forza: richiede tempo, raccoglimento mentale, distrazioni ridotte al minimo e soprattutto volontà. Che manca sì per ragioni storiche e culturali (la scuola che – eccezion fatta per i prof davvero maestri di sapere e di vita – i libri li fa odiare, anzichè amare), ma nell’ultimo decennio, anche per un cambiamento antropologico che si chiama esistenza virtuale. Le ore passate al pc, chini sul cellulare o, per i bambini, davanti allo schermo dei videogames domestici sono una droga che rende inappetenti e indifferenti alla lettura distesa e, aggiungiamo, distensiva.

Un libro impone silenzio, quindi calma. E’ un anti-nevrotico, o quanto meno un sedativo. Esige pazienza e attenzione. E’ difficile. Per questo è sempre stato e sempre sarà per una minoranza, o di sicuro non per tutti, specie se uno si rifiuta di ingerire alle feste comandate l’ultima opera di Fabio Volo (in testa alla classifica dell’ultima settimana, uno dei periodi dell’anno di maggiori vendite). Ma diventa un correttivo e una bussola indispensabile per formare un cervello mediamente intossicato di informazioni che, prive di un orientamento, si capovolgono in disinformazioni.

Specialmente se il detentore della suddetta materia grigia è un individuo a cui interessa coltivarla, cioè uno che legge almeno un libro al mese, non all’anno (un vecchio collega dice che un buon ritmo è di uno alla settimana, ma questa cadenza bulimica va bene per noi malati della parola scritta, per i quali non saranno mai benedette abbastanza le biblioteche pubbliche e mai abbastanza maledetto Amazon, che toglie il gusto del rituale giro da flâneur in libreria). Se diventa un compagno d’abitudine, può essere un potente antidoto all’imbecillità che ci tenta e a volte rasenta il genio all’incontrario (tipo quelli che per festeggiare il nuovo anno, stasera andranno a rinchiudersi, giuro, in un igloo sulle Alpi: speriamo per suicidarcisi dentro). E infine è un rimedio provato per vaccinarsi dall’acidamente corretto nel linguaggio (nella disputa del giorno stiamo con Travaglio, e ci spiace per la Annibali, che vuole forse candidarsi a vice-Boldrini d’Italia. Che le inquisitrici ogni tanto respirino e magari, visto che siamo in vena di consigli, si leggano L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde del “nostro” Fais).

Il libro, ancora oggetto “fisico”, e ostinatamente aristocratico, resta un baluardo contro la degenerazione non tanto per gli incolti, ma per i colti. Se si lasciano andare anche loro, assediati da quell’utile ma faustiana macchina sputa-tutto che è l’online, addio. Ironico che a scrivere questi appunti dalla decadenza sia chi, per mestiere, sull’online ci lavora e ci campa. Ma da Eraclito in poi il paradosso, ora tragico ora comico, è precisamente il segno della conoscenza. Quella vera.

Resistere, resistere, resistere. Leggere, leggere, leggere. E leggere bene