Mose e appalti, impariamo dalla Danimarca

Copenhagen ha bloccato aziende solo perchè coinvolte nel caso delle dighe di Venezia. Da noi non bastano neanche le interdittive antimafia

La Danimarca è una monarchia costituzionale con a capo dello Stato la regina Margherita. E’ oggi la più antica d’Europa e secondo l’Unesco il Paese più felice della Terra. Diversamente dalle false democrazie parlamentari gestite da spregiudicati affaristi, valuta le aziende straniere che realizzano opere pubbliche nel loro Paese di origine. E infatti è successo che aziende italiane vincitrici di un appalto da 277 milioni per la costruzione del terzo ponte più lungo dello Stato siano state bloccate. Motivo: erano coinvolte in uno dei più grandi scandali italiani, quello del Mose di Venezia.

Un contratto di concessione unica, quello del Mose, che ha permesso al Consorzio Venezia Nuova di agire in regime di monopolio. Da un costo di 1600 milioni di euro si è passati prima a 5493 milioni e ai 6 miliardi del 2020. In più la grande incognita delle spese di manutenzione. Unici oppositori a questo scempio di risorse pubbliche? Un sindaco, Cacciari, e due ministri del governo Prodi, che però diede il sì definitivo al progetto. Una vicenda simile si sta ripetendo con la Pedemontana veneta.

Inefficaci e superficiali i pronunciamenti dell’Autorità contro la Corruzione (Anac). Le opere devono andare avanti, ha detto in buona sostanza Cantone. Nessuna presa in considerazione del parere negativo sul progetto della commissione Via del ministero dell’ambiente, dei tredici aspetti critici strutturali presentati dalla Commissione tecnica comunale di Venezia, delle previsioni di un aumento di almeno 80 centimetri sul medio mare entro fine secolo a seguito dei cambiamenti climatici. Previsioni e allarmi che quotidianamente sono lanciati sui media, senza contare i rapporti del più autorevole organismo scientifico dell’Onu. Ottanta centimetri nel caso del Mo.S.E. equivale a chiudere le dighe una volta al giorno, quindi condannare a morte la laguna senza più ricambio d’acqua.

Uno Stato serio avrebbe commissionato studi indipendenti per accertare l’efficacia funzionale con opportuni strumenti di analisi e verifica sui veri costi che sistema di barriere avrà nel tempo, che sono la grande variabile nascosta di questo progetto. Una due diligence necessaria. Nulla di tutto questo, al di là delle foglie di fico rappresentate da organismi terzi create apposta per dare patine di terzietà.

Recenti studi del Fondo Monetario Internazionale (The Macroeconomic Effects of Public Investment: Evidence from Advanced Economies) e della Banca Mondiale (The Power of Public Investment Management) hanno dimostrato che solo progetti efficaci e di qualità generano effetti positivi sul Prodotto interno lordo. In Occidente tutti se la
cavano più o meno bene. L’Italia è un’eccezione perché presenta fenomeni di bassa efficienza propri dei Paesi emergenti o a basso sviluppo: a) influenza politica nella selezione dei progetti; b) pratiche corruttive; c) incremento dei costi rispetto alle previsioni; e) progetti incompleti; f) scarsa qualità delle infrastrutture realizzate,. La qualità degli investimenti pubblici è dunque “il” problema italiano.

Una società oggetto d’interdittiva antimafia ha partecipato a un progetto Tav da quasi 3 miliardi di euro da Verona al bivio Vicenza e né il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio né il suo collega all’Ambiente sono intervenuti. Questa è la nostra Repubblica. Meglio la monarchia. Danese, però.

(ph: cttour.it)