“Precari a casa nostra”, Brugnaro e Zaia dimenticano i diritti del lavoro

Il sogno dell’autonomia si infrange nella realtà dello sfruttamento. Ma non siamo più nel ’68, bisogna ripartire dalle città. Come Venezia

«Le consiglio di provare direttamente qui gli auricolari perchè se ripassa dopo capodanno non troverà più il negozio: mi hanno appena telefonato per dirmi che qui si chiude tutto e che sono licenziato. Sono abbastanza sconvolto». È mingherlino, viso e montatura degli occhiali che ricordano il bomber del Napoli, Lorenzo Insigne. Ricevo dal giovane commesso di una catena di negozi per accessori da cellulare il messaggio “social” per l’anno nuovo. Lo hanno appena spedito in panchina, anzi direttamente in tribuna e senza preavviso. Ormai basta una telefonata. Anche per lui si è aperto il calcio-mercato di gennaio. Magari passerà dietro qualche altra vetrina di questo centro commerciale alle porte di Mestre. Magari no. È il mercato, il mercato globale. Che vuoi farci.

Io invece vorrei. Vorrei ad esempio che questa politica, che si appresta ad inondare l’inizio del 2018 con promesse elettorali di caratura nazionale, cominciasse a prendersi carico davvero, a partire dal livello locale, dello sconquasso sociale nel mondo del lavoro. Non si capisce ad esempio perchè, nella patria del “paroni a casa nostra” e del “prima i veneti”, queste formule magiche vengano applicate solo quando si tratta di dare addosso agli immigrati o vengano tradotte solo per reclamare benefici fiscali e agevolazioni ad imprenditori e ad un sistema finanziario che di regola ringrazia, incassa e porta a casa.

Se proprio si tratta di ragionare da padroni a casa nostra, vorrei che chi mette piedi a casa mia per piantare “tende” commerciali e produttive non si limitasse ad ingaggiare carne lavorativa da macello ma venisse obbligato ad ingaggiare regole di rispetto, di tutela nei confronti di chi lavora. Il danno non sono i migranti che “ci portano via il lavoro”. E se proprio vogliamo dirla tutta, vorrei ad esempio che in questo 2018 il presidente cintura nera di autonomia, Luca Zaia, pensasse a declinare questa benedetta autonomia battendo il pugno non solo con Roma ma avendo il coraggio di scavare una trincea di difesa per chi lavora in terra veneta.

Tanto per allargare l’orizzonte sullo sfacelo, proprio a lui, negli ultimi giorni del 2017, si sono rivolti ad esempio i giornalisti del Veneto, invocando l’applicazione della legge regionale sull’editoria, per un maggiore pluralismo ma soprattutto per una maggiore tutela sul fronte dei diritti e delle retribuzioni. Qui il precariato è a livelli drammatici. Anche nel Veneto che ambirebbe ad essere regione di punta a livelli europei, ci sono eserciti di persone che guadagnano 5-10 euro per articolo: roba da schiavi che fa dubitare pesantemente sulla reale libertà dell’informazione. Nel cinquantesimo del famigerato ’68, delle ribellioni e delle lotte di classe non si tratta di mettere a ferro e fuoco le città. Ma di focalizzare semmai, città per città, in una dimensione chirurgica, le battaglie-chiave per una difesa sociale legata al lavoro.

A Venezia, ad esempio, amministrata dall’imprenditore-re del lavoro interinale, Luigi Brugnaro, si tratta di reimpostare, riaggiornandola, una cultura del lavoro che ha segnato decenni ormai lontani. Se è insanabile l’approccio antagonista che il primo cittadino riserva ai dipendenti pubblici, trattati di default come proprietà privata, ciò che va ripristinata è una politica cittadina alternativa, soffocata non tanto e non solo dal paròn di Umana quanto dal tragico errore commesso da un Partito Democratico che si è messo nelle mani di un raffazzonato liberal, tanto attento alle “eccellenze” produttive, da ossequiare riducendo i diritti, quanto disinteressato ai tracolli sociali dai quali si è sempre ben guardato dall’essere associato.

A Venezia la predominanza di temi quali l’invasione turistica, il decoro, la residenzialità, hanno tolto troppo ossigeno alla cultura dei diritti e della legalità. Quando si parla di turismo bisognerebbe, ad esempio, anche affondare la lama politica, entrando coraggiosamente nel cuore dei problemi legati al lavoro nero e alle mafie che pullulano attorno a milioni di visitatori. Questo non è decoro. Porto Marghera, con le sue industrie e le sue lotte, è ormai lontana, ma il “porto di mare” che è diventata Venezia è attualissimo. Non basta di certo la coscienza civica che una parte di veneziani riserva alla salvaguardia della “città più bella del mondo”. Serve una politica che sappia riaccendere nella società veneziana e veneta, e non tra quattro gatti e non a parole, sensibilità ormai più che sopite. Incapaci di dare ossigeno ad un Insigne sconosciuto, lasciato a casa con una telefonata che ti toglie il respiro.

(ph: Twitter – Luigi Brugnaro)