“Nuova” Arena, nessuna cambiale in bianco

Sulla neo-sovrintendente Gasdia si pone qualche interrogativo nel merito. De Cesaris dg: e la Tartarotti, che fine fa?

È come per gli allenatori delle squadre di calcio. Non è detto che avere giocato ad alto livello garantisca comunque una importante carriera da tecnico. Anzi, non di rado accade che i campioni del pallone deludano, una volta che prendono posto in
panchina. In ogni caso, la garanzia di grandi risultati non c’è. Bisogna attendere la prova dei fatti.

Cecilia Gasdia, neo-sovrintendente della Fondazione Arena, è esattamente in questa situazione. Da soprano, ha “giocato” su palcoscenici importanti per un ventennio almeno, prima che la sua carriera, alla svolta dei primi anni Duemila, prendesse una china discendente. Sicuramente conosce il mondo dell’opera e le complesse dinamiche artistiche e personali di questo ambiente. E sicuramente è stata una cantante anomala perché musicista a tutto tondo (detiene anche un diploma in pianoforte) in un contesto nel quale almeno fino a qualche tempo fa erano ricorrenti i sussurri sul fatto che questo o quel divo a stento leggeva le note. (Adesso le cose sono molto migliorate, e le dicerie come quella su Pavarotti, per non fare nomi, sono rare o inesistenti: la preparazione musicale generale è cresciuta).

Archiviata la carriera attiva di cantante, Gasdia è passata al ruolo di insegnante, come recitano i suoi curricula: la scuola verdiana di Parma (ironia della sorte per una rossiniana d’elezione come lei), l’Accademia lirica di Verona, che ha guidato negli
ultimi due anni, contribuendo a formare qualche buon manipolo di cantanti. L’incarico le era arrivato quando il sindaco di Verona era Tosi, ma lo smarcamento dalla gestione della Fondazione da parte di Girondini (fedelissimo dell’ex sindaco) era già cosa fatta la scorsa primavera, prima ancora che iniziasse la campagna elettorale. Lo aveva detto a chiare lettere nell’intervista concessa a chi scrive per Vvox: se l’Arena è in crisi, colpa di Girondini.

E non a caso Tosi la attacca duramente, anche se la sortita appare strumentale, visto che la sua compagine alle imminenti politiche è alleata con quella del sindaco. Da quando è stato eletto Federico Sboarina (lei stessa, che non ha mai fatto mistero
delle sue simpatie a destra, si era candidata al Comune, non eletta, con Fratelli d’Italia), al borsino delle nomine in Fondazione Gasdia era data stabilmente come futura direttrice artistica. È evidente che il braccio di ferro tra il sindaco e il ministro Franceschini ha finito per fare della sua nomina la soluzione di mediazione indispensabile per uscire dall’impasse. Una soluzione che almeno in parte può soddisfare il ministro e non sconfessa Sboarina, che ha solo dovuto rimescolare un po’ le carte della sua “formazione” per ottenere il via libera.

A quanto si dice, infatti, Gianfranco De Cesaris è pronto per diventare il direttore generale della Fondazione, mentre la consulenza artistica di Renzo Giacchieri rimane più che un’ipotesi. Operazione non proprio a costo zero: se non è assurdo pensare che Gasdia potrebbe accontentarsi di uno stipendio un po’ più basso di quelli di Polo e Girondini, che viaggiavano intorno ai 200 mila euro annui, la convenienza economica di accorpare le mansioni di sovrintendente e direttore artistico viene annullata dalla consulenza. E se De Cesaris diventerà direttore generale, resta da capire come si risolverà il fatto che l’incarico in Fondazione c’è già e lo detiene, pagata oltre 130 mila euro all’anno, l’avv. Francesca Tartarotti, assunta da Tosi e Girondini a inizio 2016 e in scadenza solo a settembre 2020. La risoluzione di quel contratto potrebbe risultare assai onerosa.

Come che sia, gli interrogativi sulla sovrintendenza di Cecilia Gasdia non mancano. Oltre la sua competenza musicale specifica, e tenuto conto della “passione areniana” che la anima fin dall’età giovanile, la sua esperienza specifica nella gestione di una Fondazione in pratica non esiste, per quanto lei stessa, nella citata intervista, si fosse di fatto auto-candidata, dicendosi sicura di avere le competenze necessarie. Né rassicura che ad affiancarla sul versante dei conti possa essere un manager come De
Cesaris, che di “quel” tipo di conti non risulta sappia nulla. A questo punto, la presenza di Giacchieri potrebbe servire proprio a colmare il vuoto di esperienza, anche se anche lui è fuori dal giro delle gestioni operistiche ormai da un quindicennio.

Servirà questo mix di new entry e vecchie glorie a rilanciare l’Arena? Per saperlo, non resta che attendere e vedere, come dicono gli inglesi. Sperando che il nuovo management non perda di vista un dato di fatto: il conto della crisi lo hanno pagato i
dipendenti. Per questo, e per il senso di appartenenza e la professionalità dimostrati in questi tre anni terribili, qualsiasi piano di rilancio deve partire da loro e deve farne dei protagonisti. Dimenticarlo o ignorarlo sarebbe come portare subito la nave sulla rotta che finisce sugli scogli.

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