Via le tasse universitarie? La miopia populista di Grasso

La proposta del leader di “Liberi e Uguali” rischia di aumentare le distorsioni già presenti nell’università. Dove servirebbe una vera redistribuzione della ricchezza

Nei giorni scorsi il presidente del Senato Pietro Grasso si è pronunciato, con grande enfasi, per l’abolizione delle tasse universitarie: misura che, a sua opinione, consentirebbe di dare piena attuazione a quel diritto allo studio costituzionalmente sancito dal nostro ordinamento. Si dà tuttavia il caso che tale auspicio sia stato da lui avanzato non nella sua qualità di seconda carica istituzionale dello Stato, il che avrebbe dato ben altro peso alle sue parole, bensì come esponente di “Liberi e Uguali”, il raggruppamento politico di cui ha da poco assunto la guida. Con la conseguente derubricazione della dichiarazione a una delle varie detassazioni che, in campagna elettorale, i partiti sono soliti promettere.

E non poteva che essere così: perché l’assunzione da parte del Presidente del Senato di un ruolo partitico (a mio avviso, vera e propria “gaffe” istituzionale!) ha  depotenziato il rilievo che – anche se a partire dai suoi costi di frequenza – il tema dell’Università deve tornare ad avere nel dibattito pubblico. Il futuro del Paese e il rilancio delle potenzialità della sua economia, infatti, si incrociano direttamente con il non esaltante stato di salute del nostro sistema di educazione superiore e di alta formazione.

Ma hanno anche a che fare con il “merito” che un sistema universitario deve promuovere ed esaltare. Come dire che il tema dei costi d’accesso è un po’ più complesso dalla semplificazione che ne fa Grasso. Il quale rischia di incorrere anche in una sorta di miopia populista, dimenticando (o non sapendo!) che già oggi un terzo dei circa 1.800.000 iscritti negli atenei pubblici o sono completamente esenti dal pagamento delle tasse, o usufruiscono di abbattimenti che le rendono irrisorie.

Come probabilmente non sa che i meccanismi reddituali che regolano tali esenzioni/abbattimenti non riescono ad impedire una serie di abusi, difficili da accertare e perseguire stante i livelli di evasione fiscale di alcune categorie di contribuenti. L’esenzione/abbattimento, poi, è “a pioggia”, ovvero non è condizionato ad alcun rendimento negli studi o numero minimo di esami sostenuti nell’anno. Il che deresponsabilizza gli studenti, e le stesse famiglie.

Pensare alla completa gratuità per l’intera popolazione universitaria significa aumentare tali distorsioni, con il rischio di crearne di nuove. Senza peraltro garantire davvero a quei capaci e meritevoli ma privi di mezzi, menzionati nell’art. 34 della Costituzione, «il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Già, perché le tasse di iscrizione e frequenza rappresentano il costo minore rispetto a tutti quelli che uno studente universitario deve affrontare, soprattutto se fuori sede: che dovrebbero essere coperti con quelle «borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze» di cui, ancora, parla l’art. 34, in realtà mai seriamente predisposte.

Ecco, io credo si debba ripartire da lì. Da un robusto sistema di borse di studio assegnate in modo rigidamente meritocratico, in grado di garantire la completa autosufficienza dello studente.

E non sarebbe male se esso fosse in parte finanziato coinvolgendo il mondo delle imprese che dalle università traggono professionalità, e per il resto mediante l’incremento delle tasse universitarie per gli studenti appartenenti a famiglie con reddito superiore a una certa soglia, in sostanza attuando, anche all’interno delle università, una sorta di (virtuosa) redistribuzione della ricchezza.

(ph: monitoraggioelezioni.it)

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