Visioni della Mente, l’arte che salva

Aperto a Vicenza un ciclo di incontri sulla salute mentale. In vista del festival estivo Gli Stati della Mente

“La sofferenza non c’entra con la musica. Ha sempre avuto talento per la musica semmai la sofferenza l’ha rallentato”, rimbecca dallo schermo la madre di Frank. Se ne potrebbe discutere per ore, del ruolo salvifico (o meno) dell’arte. La commedia musicale “Frank” apre la rassegna Visioni della Mente, cadenza mensile che attende il pubblico vicentino alla Sala Lampertico, accanto al Cinema Odeon, in pieno centro.

Il curatore dell’iniziativa, Walter Ronzani, ha deciso di accompagnare la città verso la seconda edizione della fortunata manifestazione ideata da Petra Cason, direttrice artistica del Festival “Gli Stati della Mente, in programma a Vicenza a giugno 2018. Un tentativo, quello di Ronzani, di «avvicinare il pubblico al tema complesso e affascinante della salute mentale declinata in arte», con una rassegna di sei proiezioni e dibattiti che cederanno il passo al più vasto programma del festival estivo. “Visioni della Mente” nasce come un’iniziativa collaterale, ma centrale. Una sorta di preview che ha il sapore di un percorso spontaneo.

Ieri, 15 gennaio, la prima. Tutto esaurito. Per un’iniziativa di cui il buona-la-prima ha rappresentato un valido presupposto, l’esperimento può dirsi riuscito eccome. E Frank? Frank è un film. Un musicista. Una persona, con una serie di dinamiche e processi interiori che avvicinano lo spettatore al mondo dell’arte, certo. E, della salute mentale. Bingo. Musicista eccentrico, Frank indossa sempre un’imponente maschera di cartapesta che nasconde il suo volto. Attacchi di panico e crisi ossessive si mescolano a note e brani musicali accompagnando lo strano personaggio e i membri della sua band – tutti diversi tra loro (e altrettanto interiormente peculiari) – in un viaggio fuori dal tempo. Che li cambierà o forse, li trasformerà per tornare infine al punto di partenza. Chissà.

«Abbiamo voluto aprire la rassegna con un film che facesse da starter di un filo conduttore chiaro, in dialogo con le altre opere presentate», mi spiega Ronzani. «Pur essendo dura, Frank è una pellicola che resta in fin dei conti una commedia, dove la realtà che gravita attorno ai personaggi non è idilliaca, dove la musica non è propriamente uno strumento di salvezza, anche se può esserne un mezzo. L’arte si caratterizza per essere una forma di espressione libera, e la libertà apre in questo senso vari tipi di processi». Tragicomicità e cura, per voler «uscire da certi stereotipi con un inizio soft, pur sempre profondo».

Le sei proiezioni della rassegna sono a loro volta raggruppate in tre temi. Corpo (di cui Frank fa parte), Sguardo femminile, Luoghi. L’approccio sotto la lente femminile è un ulteriore tentativo di «proporre un punto di vista diverso alla narrativa dominante», continua Ronzani. «Visioni della Mente è infatti in collaborazione con Kairosdonna, un’associazione che ha già esperienza nell’organizzazione di eventi sulla questione di genere. Dal punto di vista contenutistico, e penso al film “E ora parliamo di Kevin” che affronta il tema della maternità assieme a un intervento della psichiatra Elisabetta Marchiori. E dal punto di vista produttivo, con la scelta di proiettare “San Clemente”, documentario sul manicomio veneziano per la co-regia della francese Sophie Ristelhueber». Non manca nemmeno il punto di vista medico e terapeutico, attraverso la collaborazione attiva dell’ULSS 8 Berica. Un infuso di scienza e arte. Dovrebbe essere prescritto come toccasana quotidiano.

Luoghi, ultimo tema della rassegna. Gli ex manicomi, gli ex Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Spazi spesso abbandonati e poi riconvertiti, dal basso. A volte, occupati. Per produrre e vivere arte. Che questa connessione con la salute sia un caso? «I luoghi un tempo preposti alla cura delle malattie psichiatriche erano spazi di esclusione, di repressione. Il cambio di paradigma voluto da Basaglia ha permesso, nel tempo, una sorta di passaggio» incalza Ronzani. Dalla repressione all’espressione: «il veicolare varie forme d’arte in questi luoghi, può essere visto come una reazione alla loro natura primordiale». Viene in mente l’incontro con Mauro Palma, Garante nazionale per i detenuti, e un’intervista in cui diceva “i muri hanno un’anima, una memoria. E la memoria si sente addosso. Va rispettata, soprattutto nei luoghi di sofferenza umana. L’unico modo per ri-usare questi spazi è adibirli al sociale, alla coesione.”

Mi chiedo se esistano percorsi in città che legano la salute mentale all’arte, al di là della contingenza del Ffestival. E’ Petra Cason a rispondere: «Non ci sono molti spazi di questo tipo aperti al pubblico. Esistono le iniziative dei Centri diurni, ma sono rivolte a persone specifiche. Alcune attività promosse dall’Ulss di Vicenza come quella di teatro-danza coordinata da Thierry Parmentier. In questi giorni, “I dance the way I feel”, incontri gratuiti di danza contemporanea per pazienti oncologici ed amici».

A fine serata, in una sala che pian piano si svuota, torna il silenzio della notte vicentina. Nel cortile interno dell’edificio che sbuca su Corso Palladio si raccolgono i roll-up e cartelloni per fare spazio al prossimo incontro, la proiezione di “Trieste racconta Basaglia”, documentario diretto da Erica Rossi in programmazione il 12 febbraio.

(photo credits, Linda Scuizzato)

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