Cantone a Padova, quanto fair play sulla lotta alla corruzione

Il presidente dell’Anac e Rizzuto, rettore di Unipd, manifestano unità di vedute. Ma dietro le apparenze c’è lo scontro tra regole e autonomia

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“Procedimentalizzare” e “procedimentalizzazione” saranno anche mostri linguistici, difficili da pronunciare: ma sembrano il vero antidoto contro la corruzione. E se per il burocrate, pfui!, sono grasso che cola, per le istituzioni e i cittadini dovrebbero essere il salvagente contro chi prende illecitamente i soldi e non scappa, resta. Le regole si devono scrivere e applicare, secondo modelli che da teorici devono diventare pratici: procedimenti, appunto, che possono prendere vari nomi. Sono piani, codici, procedure il cui obiettivo è annullare le zone d’ombra, le decisioni nascoste. Sono lo strumento della trasparenza, quell’acqua chiara in cui dovrebbero nuotare le amministrazioni pubbliche e tuffarsi i cittadini. La trasparenza non è un fine, ma un mezzo: consente il controllo che – dice Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, Autorità Nazionale Anti Corruzione – dev’essere di tutti.

Cantone è planato a Padova con una precisione temporale stupefacente: recentissime le due cantonate – a proposito di corruzione – in cui è incorsa controvoglia l’Università di Padova: quel funzionario arrestato (più altre 17 persone indagate) per aver assegnato appalti agli amici; e quel medico che si faceva dare congrue mazzette per far saltare la fila di chi aspetta un intervento. Fa la figura della dilettante quell’altra medica che si faceva pagare le visite, con sconto, brevi manu e senza ricevuta. La giornata di ieri con Cantone, “L’Università casa di vetro”, è stata programmata sei mesi fa ma è diventata, dopo due cantonate, una specie di sigillo e un’occasione ghiotta per camminare sui carboni ardenti.

Brutta bestia, la corruzione, ma nell’Aula Magna del Bo hanno vinto massicce dosi di fair play e soprattutto l’indubbio livello istituzionale: dove l’analisi prende in esame la legislazione, i sacri principi, l’alto management, la competizione internazionale e perfino l’Uomo. Ma senza arrivare all’omino che si mette in tasca la bustarella o all’impiegato che falsifica le cifre degli appalti. Tutti a dire – Cantone e gli universitari – durante gli interventi «questa è una piccola provocazione» e in realtà non c’era nessuna provocazione e subito dopo tutti a dirsi d’accordo su tutto, ma proprio su tutto. Ma ad ascoltare bene sono emersi due tipi di approccio.

Per l’Anac la corruzione è il nemico e le armi per batterlo sono le maglie strette di regole chiare, cui attenersi ad ogni respiro. Tutto deve essere passibile di controllo, quindi deve essere documentato: una serie di adempimenti necessari che peraltro si aggiungono a quelli previsti dalla “normale” burocrazia. Cantone ha le idee chiare e discetta da pianificatore, individua tre punti chiave. Il primo sono le procedure corrette, i piani di prevenzione della corruzione «che non sono burocrazia». E li delega volentieri alle varie amministrazioni, poiché ognuna di esse sa bene quali sono le aree a rischio. Secondo punto, la trasparenza, cioè la messa a disposizione di ogni documento sull’attività, così da mettere in condizione i cittadini di essere “controllori diffusi”. Terzo punto: mettere a nudo subito e sempre i conflitti di interesse, snodo vero dei pateracchi e origine di tutti i mali. E’ una visione da uomo di Stato.

L’Università è pubblica, ma non si sente Stato. Si considera un organismo molto più vivo, dinamico, nel mondo. Ovviamente professa «il rispetto delle regole» ma si dimena sulla sedia, sente attorcigliarsi dei legacci che vorrebbe più elastici, invoca ad ogni passo autonomia, autonomia, autonomia. «E fateveli voi i piani anticorruzione – dice Cantone – le amministrazioni non sono solo luoghi da controllare, ma prim’attori (attrici?), soggetti attivi». E’ un ping pong sul filo della responsabilità.
E’ ben vero che l’articolo 54 della Costituzione recita «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Ma con tutta evidenza non basta, nel Belpaese. E’ ben vero che esiste un florilegio di codici etici la cui lettura, se avviene, dovrebbe essere superflua, in presenza di un’educazione degna di questo nome. Ma è noto che “la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”. I codici etici non servono, se non quando si constata la loro violazione. La domanda cruciale è: in questo desolante panorama etico, le regole sono insopportabili lacci o benefici aiuti?

E qui irrompono, non citate, la filosofia e la storia, che si siedono accanto al diritto e all’economia. La visione autonomista di un organismo come l’Università guarda a se stessa e alla propria riproduzione: il Magnifico Rettore Rosario Rizzuto respira la competitività come sangue che scorre nelle vene dell’Ateneo, il Bo è ricerca, motore, cultura, fattore di produzione che si confronta con il mondo. Oddio, nel mondo c’è anche l’Anac, ma lo sguardo è alla classifica mondiale delle Università: tra le prime dieci, nove anglosassoni. Perché? Perché, a parte le risorse, non hanno i farraginosi concorsi come da noi. Perché oltremanica e oltreoceano c’è la cooptazione, ci sono le raccomandazioni ufficiali, c’è la corsa ai finanziamenti. A casa nostra si sono dovuti mettere in una legge i divieti di parentela, addirittura (per i magistrati) mettere in guardia contro i “commensali abituali”.

Appunto, oltre il diritto e l’economia, è una questione di storia e filosofia. Anglosassoni da una parte, mediterranei dall’altra. «Smetti di fare l’inglese, e fai l’italiano», disse a Firenze il professor Pasquale Russo a Philip Jezzi Laroma, un ricercatore che denunciò il sistema dei concorsi truccati (7 arresti e 22 indagati). L’università, con la sua giusta voglia di autonomia, mette quasi in secondo piano la sua funzione amministrativa. L’Università di Padova nel suo piano triennale prevede circa 100 milioni per interventi immobiliari. Cifre consistenti anche per il piano acquisti. E se è fondamentale per la competitività una politica immacolata nella scelta del personale, è altrettanto fondamentale una perfetta pulizia della gestione sottocasa, dalla «dotazione di corrimano» per 13 mila euro, all’appalto per il lavaggio dei camici dei veterinari alle grandi realizzazioni o restauri di sedi. L’Università è un po’ come un’auto ibrida, un po’ a benzina un po’ elettrica. Ma vuole il turbo e non il pilota automatico. Dice il rettore Rizzuto: «facciamo bere il cavallo e facciamolo correre». Dice Cantone: «sappiamo che molti docenti favoriscono gli asini, i “ciucci” come diciamo a Napoli». Ma è tutto avvolto dal fair play, dall’identità di vedute, dallo sprone condiviso al meglio: regole e autonomia, un matrimonio che s’ha da fare. L’amore verrà.

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