Mamma, ho visto un burqa a Rovigo!

Bergamin monta un caso politico su un velo (che in realtà è un niqab). Che semmai andrebbe risolto semplicemente facendo rispettare la legge

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

Ci risiamo col burqa. Fosse almeno un burqa, poi… A Rovigo una donna, evidentemente di fede islamica, seduta in un parco, alle Due Torri, guarda la sua bambina giocare. Ha il volto quasi interamente coperto dal velo. Una scena che ha allarmato la città a cominciare dal suo sindaco, il leghista Massimo Bergamin, che non si è lasciato sfuggire l’occasione per mostrare la faccia feroce («Dipendesse solo da me, in qualità di sindaco, prima chiederei a chi lo indossa di toglierselo poi lo farei allontanare dalla città», la Voce di Rovigo, 14 gennaio). Di qui la solenne promessa: un nuovo regolamento comunale in cui sia proibito «il burqa negli spazi pubblici».

Oddio il burqa, che paura. Burqa, burqa ovunque. Dove andremo a finire, signora mia, se lasciamo che si giri indisturbati in burqa, stazionando sulle panchine di un giardino sorvegliando la figlioletta, che ancora non indossa il burqa ma si sa che il burqa è contagioso, e prima o poi le nostre mogli, fidanzate, sorelle e figlie se lo ritroveranno addosso, magari col pacchetto completo di cibo halal e tappetino pronto-uso per inchinarsi verso la Mecca? Questo burqa è il pericolo numero uno, che stiamo aspettando a regolare i conti de-burqizzando i regolamenti di tutti i Comuni d’Italia? Bergamin l’illuminista, apripista di una nuova era di luce contro l’oscurità. Abbasso il burqa, fuori i burqa dai nostri giardinetti, si brucino i burqa in piazza!

Peccato che quello, come potete vedere in questa foto, non sia un burqa. Bastava un clic su Google, se proprio non si sa una cippa di niente sui veli nel mondo musulmano: tosto si sarebbe scoperto che trattasi di niqab, diffuso in Arabia Saudita (alleato nostro, dell’Occidente culturalmente superiore), che lascia scoperta la striscia degli occhi. Non di burqa, usanza soprattutto afghana, che invece copre completamente il volto, lasciando una inquietante retina per respirare e vedere, e in realtà tutto il corpo. Già qua si capisce che non si sa nemmeno di cosa si parla.

Ma passi, transeat. Il Pd, che fino all’ovvio ci arriva, per bocca di Giorgia Businaro ha fatto giustamente notare che non c’è bisogno di fare i paladini della Civiltà creando l’ennesimo polverone per finire sui media: esiste già una legge che vieta di circolare a viso coperto. Per l’esattezza, è la 533 del 1977, articolo 5, pensata in quegli anni “di piombo” e di sanguinosi cortei per punire chi si metteva un casco in testa «o qualunque altro mezzo» per non rendersi riconoscibile dalla polizia. Sanzione: arresto da sei a dodici mesi, ma in pratica si paga un’ammenda. Fine della storia (a meno che qualche giudice politicamente corretto non cavilli, lasciando che una possa nascondersi, sul «giustificato motivo» dell’usanza religiosa: non è religiosa cioè islamica tout court, ma semmai solo di una parte dell’Islam, e visto che altre donne non meno islamiche indossano l’hijab, che tiene scoperto l’intero volto, il principio prevalente resta quello della riconoscibilità e della sicurezza).

Invece si fa casino sul niente. O meglio, non proprio sul niente: c’è un possibile reato, di conseguenza il bravo uomo della strada potrebbe, o avrebbe dovuto, chiamare le forze dell’ordine per denunciarlo. Nulla di più, nulla di meno. Invece già l’anno scorso, siccome l’argomento deve proprio struggere specialmente la destra, si era sfornata una mozioncella per decretare un fermo “no pasaran” ai burqa immaginari che infestano i pubblici luoghi. Basterebbe far rispettare il codice penale. E a farlo, dovrebbero essere anzitutto i cittadini. Però poi sorgerebbe un problema: il sindaco Bergamin a cosa si attaccherebbe, per creare casi che non esistono?

Tags: , , ,

Leggi anche questo

  • don Franco di Padova

    Accontentandomi di Wikipedia:
    “Il burqa, o burka (in urdu: بُرقع, burqaʿ, così come in arabo: برقع‎, burqaʿ, o bourka, o burqu, ma anche chadri o paranja in Asia Centrale), è un capo d’abbigliamento usato esclusivamente dalle donne in Afghanistan e in Pakistan.[1] Burqa è l’arabizzazione della parola persiana purda (parda) che significa “cortina”, “velo”, lo stesso significato cioè di hijab.”.
    Ora, non intendo dissertare sulle (forse) insignificanti differenze tra burka e hijab, che avrebbero lo stesso significato ma, nella sostanza, un diverso grado di copertura del volto.
    Che i politici starnazzino al solo scopo di ricattare qualche voto, non è osservazione originale, ma proprio da “in questa foto” citata nell’articolo, si evidenzia un volto pressoché coperto e idoneo a rendere irriconoscibile la persona.
    Mannino è troppo intelligente per distinguere seriamente tra copertura degli occhi con la retina tipica del burqa e un hijab che lascia scoperte solo le fessure degli occhi: in entrambi i casi il volto è travisato.
    (Tra l’altro, la foto del primo articolo è proprio un burqa “classico”.
    https://www.vvox.it/2018/01/16/rovigo-bergamin-vietare-burqa-nei-parchi/ )