“Chiamami col tuo nome”: un po’ troppe 4 nomination all’Oscar

Perché un film pseudo-italiano piace tanto agli americani

Il film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome, quinto lungometraggio a firma del regista, sta ricevendo ampio consenso di critica e di pubblico ed è già candidato, tra i favoriti in lizza, per l’Oscar 2018 come miglior film. Eppure è lungi dall’essere un film perfetto ed emotivamente stimolante, pur avendo come soggetto lo svezzamento all’amore di un adolescente e il suo conseguente passaggio all’età adulta, con tutto ciò che questa comporta per il carico di responsabilità e gestione dei sentimenti, in una parola la maturità.

Il protagonista ha 17 anni e l’attore che lo interpreta è il telamone del film, il perno su cui si regge e attorno a cui ruota. Bravissimo nell’esprimere i salti d’umore, i passaggi del desiderio, la leggerezza e tragicità adolescenziali. Gli altri attori, forse penalizzati dal doppiaggio, sono macchiettistici, ridicoli in alcuni passaggi (come il padre, zompettante ricercatore dall’aura effeminata di occasioni perse) e la loro figura poco approfondita. Ma questa è la prima vera delusione visto che a firma della sceneggiatura (in realtà, adattamento dal romanzo omonimo di André Aciman) c’è l’illustre nome di James Ivory, maestro dell’espressione del languore d’altri tempi, di delicate agnizioni, passaggi fondamentali di intrecci credibili e altamente drammatici. Si potrebbe dunque facilmente evincere che sia lui il riferimento di Guadagnino, per le atmosfere richiamate (Maurice, soprattutto, e poi Camera con vista), ma il risultato non ne è che una timida imitazione.

Le scelte registiche e la cifra stilistica di Guadagnino fanno pensare più plausibilmente a Bertolucci e allora, sì, si spiegherebbe il manierismo, l’affettazione e un’attenzione a dettagli dal peso eccessivamente estetizzante e relativamente essenziale. E poi manca il calore della luce dei film di Ivory a dare corpo alla calura e al turgore dell’estate; e invece prevale la freddezza delle tinte cianotiche di Bertolucci. Quegli anni Ottanta così abilmente riprodotti, quei dettagli di moda, quegli accenni di costume però non smuovono un sentimento di nostalgia autentico in chi li ha vissuti, pur rivelando una ricerca approfondita fin nei minimi particolari. Sì, dunque, all’Oscar per la scenografia. No a quello per i dialoghi, troppo freddi per suscitare emozioni. No a quello per la miglior interpretazione maschile non protagonista, perché il ricercatore un po’ svampito, “l’usurpatore-poi-amante”, interpretato da Armie Hammer, forse appesantito dalla sua presenza statuaria, rimane appunto bloccato in una mancata recitazione.

Ciò che si salva del film sono gli aspetti relativi all’espressione di una vitalità tutta adolescenziale, di una ricerca sempre frustrata di certezze e identità che il protagonista Timothee Chalamet ben interpreta nelle varie sfumature. Ciò che è mancato nello sguardo del regista è forse il coraggio di far assurgere l’esperienza di iniziazione del giovane a una visione realmente sensuale per lo spettatore. Un esempio per tutti: perché l’incontro amoroso dei due finisce con la videocamera che inquadra la siepe fuori dalla stanza? Forse per una delicatezza eccessiva, espressa peraltro con uno sgraziato movimento di macchina? O non perché, con il protagonista minorenne, il rischio di un ‘Rated X’ sarebbe stato troppo alto?

In un’intervista rilasciata a Roma in occasione della presentazione del film, Guadagnino ipotizza di riprendere i personaggi e svilupparli in un sequel che ha paragonato, a suo dire «con umiltà», alle cronache di Antoine Doinel di Truffaut. Ecco, probabilmente è stato un po’ avventato, probabilmente anche un po’ ardito, sta di fatto che il riferimento questa volta è davvero inarrivabile.

Marianna Crampio’

(ph: wikipedia) 

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