La distopia di Krauspenhaar, il più grande scrittore italiano di oggi

L’avvincente e dura storia di “Brasilia” ci mette di fronte alle realtà sommerse del sistema. Ormai sempre più difficili da negare

Pare che, almeno una volta nella vita, ogni autore che si rispetti debba cimentarsi nella scrittura di una distopia. Si tratta di un genere che, in particolare nel ’900, ha conosciuto grande fortuna. Al principio del secolo scorso furono M. P. Shiel, con La nube purpurea”, e di lì a breve Jack London con Il morbo scarlatto”. Gli altri li conosciamo bene, dall’oramai proverbiale Orwell, a Philip K. Dick. In questi primi decenni del nuovo millennio, il filone è stato rilanciato soprattutto in ambito cinematografico, ma a livello letterario sono stati due gli autori che si sono fatti notare: Cormac McCarthy con quel fantastico libro che è La strada” e, in ultimo, il più grande scrittore europeo attuale, Michel Houellebecq, con il controversoSottomissione”.

In tutto ciò, come al solito, noi, in Italia, non si capisce bene cosa stessimo facendo. Ah già, noi avevamo Saviano, i cui romanzi sono tutto fuorché distopici, ma la cui carriera apparirà certamente come tale ai suoi colleghi che vi vedranno il loro peggior incubo realizzato. Ma, come sempre, in questo meraviglioso e dannato paese, non tutto è completamente perduto. In qualche modo ci salviamo ogni volta. Ed ecco quindi apparire, fresco di stampa, Brasilia”, il nuovo romanzo del più grande scrittore italiano attuale, Franz Krauspenhaar.

Sarà forse il suo essere un mezzosangue ad avergli permesso di andare oltre il provincialismo italiota, ma Krauspenhaar è riuscito dove gli altri non avrebbero mai potuto cimentarsi. Per farlo, ha dovuto ricercare l’atmosfera esotica di un altro mondo, il Brasile. È difficile comprendere perché, ma in Italia ambientare un qualcosa di simile pare proprio in salita. Sarà che da noi l’impossibile è già realtà e questo non stimola granché l’immaginazione. L’aspetto interessante – questo sì, molto all’italiana –  è che l’autore non è mai stato in loco, ma è riuscito a ricrearlo nel laboratorio della sua pagina, alla stregua di un novello Salgari. Naturalmente, Franz, rispetto al citato, ha dalla sua la possibilità di usare Google Street View.

Qual è la storia di Brasilia? Per quanto distopico, ironico, tragico possa essere, a seconda del libro, la cifra distintiva di Franz è di essere Franz. Ergo, non aspettatevi la solita distopia. Questa è un’anti-utopia filtrata attraverso le sue ossessioni e idiosincrasie. Ci sono sempre delle figure genitoriali piuttosto problematiche. In particolare, qui si tratta di un padre sfuggente e misterioso, e una madre che è, come da immaginario krauspenhaariano, una sorta di regina, sfortunatamente deceduta.

Ma Brasilia è prima di tutto la storia di Ernesto, un giornalista che vive tra Milano e la capitale brasiliana. È un uomo solo, facile alla depressione, con la sigaretta perennemente tra le labbra, e una vita che non porta proprio da nessuna parte. Il padre, invece, è un vecchio viveur, ambasciatore per conto dello Stato italiano. Le sue condizioni di salute sono gravissime. È pronto a morire, ma prima di farlo sente il bisogno di confessare al figlio tutta una porzione della sua vita rimastagli sconosciuta. È così che verremo a sapere della sua adesione a un’associazione segreta votata al condizionamento delle menti e scopriremo l’esistenza di tutto un mondo sotterraneo che governa quello di superficie.

Una storia avvincente e dura, ma che scorre via come se niente fosse, supportata anche da una prosa scarna e velocissima che Krauspenhaar ha scelto di adottare con il proposito di giungere, per quanto possibile, a una forma di narrativa pura, aliena alle digressioni e agli intermezzi a cui ci aveva abituati nei precedenti suoi lavori.

Un romanzo breve che ci aiuterà a fare i conti con le realtà sommerse del sistema, oramai sempre più difficili da negare. L’ennesimo testo con cui Krauspenhaar si conferma tra i pochi autori nostrani capaci di concorrere con i grandi mostri sacri della letteratura europea.

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