Omaggio a Mackiewicz, l’alpinista dell’Immensità

Ad animare il polacco disperso sul Nanga Parbat non era il misero spirito di competitività. Ma qualcosa che va oltre la mente

Ho sempre nutrito profonda ammirazione – ma meglio sarebbe dire reverenza – per gli alpinisti. Non “eroi”, e nemmeno “superuomini”, bensì sognatori e poeti visionari, che ad ogni costo cercano l’Immenso, l’Assoluto, l’Inattingibile. Cos’altro potrebbe spingere un essere umano ad affrontare venti di 200 Km orari e temperature di -40°, con l’unica protezione di una tenda? A sopportare il congelamento e addirittura la cecità? Ad accettare di morire di sfinimento in un crepaccio?

Lo spirito di “competitività”? Il bisogno di stabilire un“record”? Ma per queste cose, per queste miserie idiote c’è l’Isola dei Famosi, dove poveri sciocchi, “ammirati” da sciocchi come loro, fingono “eroismi” da barzelletta, per esibirsi poi sul triviale palcoscenico delle TV commerciali. No, è altro, quello che li spinge. È, appunto, il bisogno – difficilmente “comprensibile” per noi – di un’assoluta Libertà, la ricerca di una Bellezza al di fuori della “normalità” e della quotidianità, che noi non potremo mai conoscere.

Così Tomasz Mackiewicz, il primo a scalare la “Montagna Assassina” in Pakistan, morto alcuni giorni fa sul Nanga Parbat, scriveva tempo fa ad un amico (devo queste informazioni all’articolo di Umberto Isman sulla Repubblica del 29/1/18): «certe volte in montagna, in inverno, ho l’impressione che il sentirmi libero non sia uno stato d’animo, ma qualcosa che va oltre la mente. È una sensazione sfuggente, che certe volte raggiungo e che però non riesco ad analizzare. Appena lo avverto, scappa via. È una condizione così strana: non sarei in grado di descriverla bene a parole. È inafferrabile. È la libertà assoluta, io credo. È qualcosa che sento, ed è probabilmente la ragione che mi spinge a tornare qui ogni volta».

Tomasz, purtroppo, non è riuscito a tornare. Ci è riuscita la sua compagna di scalata, Elisabeth Revol, cui va tutto il mio affetto. Li penso; posso dire che li amo. Ma basta così, perché sento che le mie parole e persino i miei sentimenti sono inadeguati, di fronte a tanta grandezza. Voglio solo dedicare loro questi versi bellissimi. Chissà se Tomasz li conosceva; se fosse così, probabilmente se li sarà sussurrati, prima che il buio e il gelo lo avvolgessero per sempre.

(ph: reuters.com)