Riaprire le case chiuse? Ecco perché Salvini ha torto

Liberalizzare la prostituzione per poi tassarla è un salto nel buio. E produce nuovo schiavismo per le donne

Per quale motivo sarebbe opportuno procedere con la riapertura delle case chiuse, come proposto dal leghista Matteo Salvini? Me ne basta uno, uno soltanto, e ci ripenserò. Basta che sia fondato però, e non uno dei soliti slogan. Tipo che, siccome la prostituzione è legale, tanto vale tassarla. Scusate, ma che argomento è? Il fatto che il fenomeno non sia sanzionato non significa affatto che regolarizzarlo sarebbe una buona idea. Tutt’altro. Che “il mestiere più antico del mondo” sia legale, a mio avviso, rappresenta solo un ottimo motivo per invertire la rotta, ma non regolamentandolo bensì perseguendolo. Senza aspre ritorsioni da Stato etico, sia chiaro, ma con sanzioni per i clienti. E poi vediamo, se le strade rimarranno ancora bordelli a cielo aperto.

Affermo questo consapevole di come l’alternativa a questa ipotesi – riaprire case chiuse, appunto – sarebbe un clamoroso autogol. Sul piano etico, prima di tutto. Uno Stato che non solo tollera, ma pure si arricchisce grazie alle entrate fiscali derivanti dalla prostituzione sarebbe infatti uno Stato che lancia a tutti – a partire dai più giovani – un messaggio chiarissimo: se vendi il tuo corpo, se mercifichi te stessa o te stesso, fai una cosa buona. Ma se guardiamo all’uomo kantianamente, e cioè «sempre come fine e mai semplicemente come mezzo», comprendiamo al volo come sia prostituirsi sia offrire il proprio assenso a che qualcuno lo faccia, è qualcosa di intollerabile.

Al che uno potrebbe replicare: d’accordo, sarà pure un male, ma comunque la prostituzione è un male inestirpabile. Dunque tanto vale almeno attivarsi affinché, quanto meno, da questo male possano derivare fondi per costruire asili nido, ospedali, carceri eccetera. Ora, a parte che l’inestinguibilità sociale di un fenomeno o di una pratica – e il fatto che essa si compia con l’assenso dei due attori coinvolti – in nessun caso può essere elevata a una buona ragione per regolamentarlo per legge (altrimenti dovremmo legalizzare pure la “bustarella”, usanza che in Italia va forte da una vita), c’è da dire che lo Stato italiano è, non da oggi, un noto spendaccione. Nel senso che, sia pure con differenze anche notevoli sul piano regionale, spreca. Anzi, spreca molto.

Chi dunque – legittimamente – volesse più asili nido e un sistema sanitario più efficiente, ha tutto il diritto di chiederlo. Ci mancherebbe. Questo tuttavia non può rendere accettabile la riapertura delle case chiuse sia per le ragioni etiche – ma non confessionali, si badi – poc’anzi esposte, sia per motivazioni di carattere pratico. Esiste infatti una vasta serie di riscontri internazionali che attesta come liberalizzare la prostituzione altro non comporta che l’istituzionalizzazione e l’ampliamento di una vera e propria industria del sesso, con l’afflusso nel Paese di quelle che sarebbero, a tutti gli effetti, nuove schiave. La prostituta d’alto bordo è infatti l’eccezione, non certo la regola.

Suffraga quanto fin qui detto un lavoro intitolato “Does Legalized Prostitution Increase Human Trafficking?” condotto da ricercatori delle università di Heidelberg, Berlino e Londra i quali, esaminando i dati di 161 Paesi fra il 1996 e il 2003, sono giunti alla conclusione che la una politica di liberalizzazione della prostituzione comporti e possa comportare non un contenimento bensì un aumento del traffico e dello sfruttamento di persone ridotte a pura merce di scambio. A questo non trascurabile riscontro, se ne possono aggiungere molti altri che vanno nella stessa direzione.

Nel 2007, per esempio, – anni dopo la rimozione del divieto sulle “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato un report, noto come studio “Daalder”, per fotografare la situazione. Dal documento sono emersi quattro punti non esattamente positivi, che riportiamo testualmente: 1) nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Ce n’è insomma abbastanza per capire come – oltre che contraria all’etica – la scelta di riaprire le case chiuse sarebbe platealmente controproducente. Un autogol che è il caso di risparmiarsi per non affossare ulteriormente un Paese che di tutto ha bisogno, fuorché di ulteriori salti nel buio. A meno che, come dicevo, qualcuno non porti veri argomenti sulla validità di una proposta che regolarizzi “il mestiere più antico del mondo”. Ripeto: argomenti, sostanza, non chiacchiere, stime o proiezioni. Anche perché è troppo comodo, troppo davvero, su un tema delicato come quello della prostituzione, fare i saggi e gli illuminati con le figlie degli altri.

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