Il non-caso Garavello e l’inammissibile ingenuità M5S

La vera notizia dello pseudo-scandalo dell’addetto stampa veneto è la divisione interna fra grillini. Che Di Maio prima o poi dovrebbe affrontare. Ne va della credibilità “governativa”

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Il Movimento 5 Stelle si porta dietro un problema dalla nascita: l’ingenuità, dovuta al pervicace rifiuto di formare e pre-selezionare la classe dirigente. Che genera poi scivolate su bucce di cane che li espongono più alla derisione che alle ombre di malafede. Pressappochismo, anzichè machiavellismo. Mediocrità, più che empietà (politica, s’intende). Lo pseudo-scandalo Garavello in Veneto, per dire, è solo l’ultimo dei tanti sfornati dall’autolesionistica ditta grillina.

L’addetto stampa del movimento in Regione Ferdinando Garavello, ex giornalista del Gazzettino, viene additato come un inquietante consigliori che ai candidati al parlamento prescrive la cinica aggressione mediatica degli avversari: «In campagna elettorale faremo molta comunicazione negativa sui partiti e sui candidati. Quindi, ognuno di voi va a cercarsi i diretti concorrenti e tira fuori tutto il peggio che si può tirar fuori: nefandezze, foto imbarazzanti, dichiarazioni e tutto quello che può servire a fare campagna negativa su di loro». Dov’è lo scandalo? Nei partiti sono invece tutti altruisti? Dagli albori della democrazia la lotta politica si fa anche attraverso lo sputtanamento del nemico. Purchè, si capisce, fondato su fatti veri e non su falsità (nel qual caso, e solo in tal caso, scatterebbe la cosiddetta “macchina del fango”).

Il grave, qui, è solo che Garavello ha commesso la sventatezza di trascrivere il messaggio di cui sopra in una chat collettiva, da cui è fuoriuscita per mano di chi non può sopportare lui e l’attuale linea del movimento. Direte voi: ma se non si fida nemmeno di coloro che deve seguire come comunicatore, stiamo freschi. Ed è proprio qui la sprovvedutezza: il responsabile comunicazione dovrebbe conoscere la realtà che vuole comunicare. Ora, è noto che il prodotto “M5S Veneto” sia affetto da un male finora incurato e forse incurabile: una sanguinosa spaccatura interna fra una fazione maggioritaria guidata dal capogruppo Jacopo Berti, che per capirci è sulla scia neo-moderata e spregiudicata di Di Maio, ed una minoritaria che ha il suo riferimento nella consigliera regionale Patrizia Bartelle, che rappresenta l’ala più ortodossa, vecchio stampo. Garavello ha dato il destro a quest’ultimo gruppo, che non casualmente poi ne ha chiesto le dimissioni, di tirare fuori il malcontento che cova da un pezzo. Sarebbe bastato, per evitare l’auto-sputtanamento, parlare di certe cose a voce, senza lasciare tracce scritte.

Il fatto di fondo è che i 5 Stelle, colpevolmente, non hanno mai affrontato il problema di dove e come discutere delle proprie diversità di idee. Tengono tutto sotto coperta, con litigoni al chiuso. Ogni tanto la pentola, per la troppa pressione, scoppia. E’ da ingenui pensare che questo andazzo possa andare avanti per sempre, specie per una forza che vuole accreditarsi come credibile per governare una nazione. Il candidato premier, Luigi Di Maio, ha definito quella di Garavello una «iniziativa personale». Ergo, non riconosciuta e rivendicata dal movimento di cui lui, Di Maio, è il “capo politico”. Ergo, sconfessa Garavello. Che a quel punto dovrebbe dimettersi, o essere invitato a dimettersi. Invece Berti e altri esponenti di punta qui in Veneto lo hanno sostanzialmente difeso. Devono decidersi, i grillini: o prendono le distanze, come sembra fare il leader nazionale, e allora cambiano addetto stampa; oppure lo sostengono, ma allora non capisce in che senso quel consiglio sia stato «personale». Sarebbe importante capirlo: assumersi la responsabilità delle proprie dichiarazioni (e azioni) è la precondizione per poter essere considerati degni di fiducia. E, dunque, capaci di formare un Consiglio dei Ministri da cui si spera non schizzeranno fuori le divergenze, zuffe e rancori in formato screenshot, coprendo di ricolo l’istituzione e di conseguenza il Paese.

In qualunque caso, dovrebbero anche «distruggere a monte», come direbbe il compagno Folagra, la questione della divisione interna. Perchè, spiacente per loro, ogni organizzazione collettiva si divide fatalmente secondo sensibilità e visioni differenti. Prenderne atto e dar loro modo di venire espresse, invece di essere represse, forse aiuterebbe a prevenire le non-notizie. Oppure, Di Maio faccia davvero il “capo” fino in fondo e imponga una struttura gerarchica, leninista. E’ una provocazione, naturalmente: lui non è Lenin, e la famosa “cuoca” che sarebbe dovuta diventare ministro, ministro non c’è mai diventata. L’ingenuità in politica, a quel tempo, non era neppure concepita: venivi fatto fuori. E non solo metaforicamente.

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