Lega, gli “zaiani” senza Zaia e la trimurti di Treviso

Gli scontenti dopo le liste elettorali guardano al governatore. Che però non si occupa del partito. Retroscena di uno scontro interno

Come un po’ in tutti i partiti, anche nella Lega in Veneto non si contano gli scontenti per come sono state formate le liste di candidati alle politiche del 4 marzo. Qui il Carroccio è dato fra le forze che raccoglieranno ampi consensi, ma deve fare i conti con una spaccatura clamorosa: quella fra i vertici del partito (il “padre nobile” Gianpaolo Gobbo, il segretario veneto Gianantonio Da Re e quello trevigiano Dimitri Coin, la “trimurti”) e l’ala che si identifica col presidente della Regione, Luca Zaia. I cosiddetti “zaiani”.

Cosiddetti perché al di là di una ristrettissima cerchia, i labari di zaiano più o meno doc non li conferisce il governatore bensì se li auto-attribuiscono i tanti, tra simpatizzanti e amministratori, che in Zaia si aggrappano come punto di riferimento. Ma non certo come un capo-corrente vero e proprio. Anche se qualcuno sostiene che il governatore si sarebbe adoperato per cercare alcuni seggi seggi sicuri per i suoi per un motivo preciso: nel caso in cui dopo il 4 marzo non ci sia un governo di centrodestra, avere a Roma una compagine di osservanza non strettamente salviniana potrebbe aiutarlo.  Specie se ci sará un governo tecnico o istituzionale o del «presidente della repubblica» sorretto da Fi, Pd e centristi più o meno assortiti. Zaia, in qualità di presidente della Regione, con qualunque governo ci sia dovrà comunque fare i conti. A partire della trattativa sull’autonomia. E non è un caso che su questo fronte abbia lasciato la corsia di sorpasso impegnata dopo il referendum, sistemandosi su una più prudente corsia mediana. Concedendosi al massimo qualche rimbrotto in materia di sanità e costi standard.

Matteo Salvini, leader indiscusso di una Lega sempre meno nordista e sempre più nazional-sovranista, vuole fare incetta di eletti fidati che lo seguano senza indugio nel caso in cui il leader di Fi Silvio Berlusconi molli la non granitica alleanza (basti pensare alla recente querelle sugli abusi edilizi) stipulata con Fdi e alcuni cespugli centristi e di destra. A Salvini serve allora un Veneto, che si preannuncia una cornucopia elettorale, presidiato dai fedelissimi. Ovvero gestito in loco da Gobbo, Da Re e Coin. Ma con l’ultima parola decisiva, sia chiaro, a Milano, cioè a lui. Com’è sempre stato in Lega, dove i lombardi sovrastano i veneti dagli albori del movimento.

Un altro elemento “storico” può aiutare a capire il presente. Quando nel 2015 l’ex leghista Flavio Tosi tentò di disarcionare Zaia dalla corsa a palazzo Balbi con una serie di attacchi ad alzo zero, le truppe trevigiane, con la benedizione di Salvini, si mossero a difesa dell’attuale presidente della giunta regionale. Al quale per di più fu assicurata la libertà di dislocare nei gangli della Regione persone a lui vicine ma non necessariamente legate al Carroccio: basti pensare alla scelta di Ilaria Bramezza nel delicatissimo ruolo di segretario generale o alla conferma di Domenico Mantoan nel delicatissimo ruolo di segretario generale della sanità. Ora, il vecchio zoccolo duro della Marca gli avrebbe lanciato un messaggio che più o meno suona così: “caro Luca in passato ti abbiamo difeso, tu i tuoi bei voti in campagna elettorale li hai saputi prendere. Tanti sono voti tuoi in tutto e per tutto, te lo riconosciamo. Ti abbiamo garantito supporto ed autonomia nelle scelte a palazzo Ferro Fini. Ti riconosciamo una tendenza a preferire il versante amministrativo a quello politico, che per altro è tipica del doroteismo veneto. Però il 4 marzo il mestolo lo giriamo noi perché le politiche sono il nostro terreno. Non il tuo”.

Zaia, che non ama rischiare e non è mai stato un uomo di apparato, avrebbe lasciato fare. Sebbene, dicono i rumors, durante le settimane precedenti avrebbe cercato di trovare un canale di comunicazione direttamente con Silvio Berlusconi, il quale avrebbe dato mandato al suo plenipotenziario veneto Niccolò Ghedini il compito di tenere non solo i contatti ma anche di ideare e condurre ogni eventuale strategia di supporto al governatore. Magari per portarlo a Palazzo Chigi, da ministro se non addirittura, forte della popolarità e della simpatia che riscuote anche fuori dal Veneto, come capo del governo “federatore” del disunito centrodestra.

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