La Verona immobile di Sboarina, ostaggio della propria maggioranza

Il bilancio dei primi sei mesi di centrodestra è magro, anzi quasi nullo. Il motivo non è numerico, ma tutto politico

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

Sei mesi di giunta targata Sboarina (centrodestra), e in quel di Verona s’è mosso poco o nulla. La domanda sorge spontanea: perchè? Perchè per essere maggioranza è maggioranza, su questo non ci piove. Ma più numerica che politica. La distinzione, che sa un po’ da frasario per addetti ai lavori, è così traducibile: in consiglio comunale il sindaco civico che viene da destra, e che capeggia una coalizione con la sua lista Battiti (in cui è compresa Verona Domani, ovvero i “casalesi”, già tosiani, dell’ex vicesindaco Casali), la Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, e Verona Pulita, i consiglieri per far passare le delibere ce li ha. Quel che non ha è l’incisività, la compattezza e la sicurezza che può garantire solo un’amministrazione con assessori forti e gruppi consiliari coesi, e con una guida che tenga in pugno la situazione e detti una linea facendola rispettare. Tutto questo, nella Verona d’inizio 2018, non c’è.

Partiamo dalla giunta. Tanto per cominciare, ci sono assessori con scarso o nullo peso politico personale. Prendiamo Ilaria Segala (Verona Domani), che ha la delega all’urbanistica, edilizia privata e ambiente: se fosse stata per i voti che ha preso, non sarebbe neanche entrata in consiglio. Continuiamo con Edi Maria Neri (Verona Pulita), che si occupa di patrimonio e trasparenza: neppure candidata. Francesca Briani (Verona Domani), alla cultura, di preferenze ne ha prese poche. La leghista Francesca Toffali (bilancio) nel suo partito non è considerata un’esponente con una sua “base”, una sua forza. Il senatore di Fratelli d’Italia, Stefano Bertacco (sociale e istruzione), è un po’ a mezzo servizio, dovendo fare la spola con Roma. Il vicesindaco Lorenzo Fontana, europarlamentare e braccio destro del segretario leghista Salvini, ha una serie di referati più d’immagine che di sostanza (politiche della casa, relazioni internazionali, fondi Ue, veronesi nel mondo, politiche demografiche, smart city e innovazione tecnologica, rapporti con l’Unesco), e difatti sostanzialmente si vede e si sente poco, amministrativamente parlando. Il caso più divertente è rappresentato da Filippo Rando. Chi è? Ecco, qualche veronese farebbe fatica a rispondere a questa domanda: altro “casalese” in Battiti, a Palazzo Barbieri i maligni lo chiamano l’Invisibile. E si può immaginare perchè.

Già questa veloce panoramica dà l’idea dei “buchi” da groviera che possono prodursi nell’azione amministrativa. Ma il bello, anzi il brutto, viene quando si individuano gli assessori che invece contano, e che in pratica sono due: Daniele Polato (sicurezza e aziende partecipate), che è di Forza Italia ma coordina anche Battiti e passa per sindaco-ombra, e Luca Zanotto della Lega (lavori pubblici). Personificano le dicotomia e rivalità interna fra i due partiti, ognuno che tira la coperta dalla propria parte. In posizione mediana Marco Padovani, che segue il delicato campo delle circoscrizioni, e che ha un suo consenso personale ma non uomini suoi. Il sindaco Federico Sboarina è nel mezzo, e a differenza del predecessore Flavio Tosi (che decideva tutto lui, su consiglio del portavoce ed eminenza grigia Roberto Bolis), non è un accentratore. Tende anzi, se può, ad accontentare, a prendere il toro non per le corna ma ad accarezzarlo sulla schiena. E prende tempo. Non per niente l’hanno ribattezzato “Re Tentenna”.

La Lega, all’indomani della formazione della giunta e via via che Sboarina ha proceduto alle nomine nelle partecipate, ha ritenuto, e ritiene ancora, di essere stata sacrificata, nella spartizione del potere. Ad esempio, devono ancora veder collocato l’ex assessore Corsi. Non così Verona Pulita di Michele Croce, il quale ha ottenuto la presidenza della multiutility (e cassaforte comunale) Agsm, e pure quella di Agec. Polato, dal canto suo, avrebbe voluto essere messo in liste per le politiche, e invece così non è stato. Un altro potenziale scontento è Gasparato, altro forzista. Se dopo il 4 marzo i leghisti dovessero spazzolare tanti voti ed eleggere i loro candidati (fra cui Fontana e il capogruppo Comencini), la loro posizione, come interlocutori del sindaco a Roma, si rafforzerebbe. Non sarebbero più i “soci minori” della maggioranza. E questo potrebbe far scoppiare la guerra fredda, ora silente e ancora in potenza, coi forzisti e con Battiti (molto eterogenea al suo interno: si va da chi vota Noi con l’Italia di Tosi al consigliere Bacciga, riferimento della destra radicale). Senza contare che poi ci sarebbe da sistemare anche il “ritornante” Miglioranzi, dopo anni di osservanza tosiana.

Per il combinato disposto di tutte queste debolezze, limiti, amarezze masticate e mal digerite e difficili equilibri, resta incontrovertibile, fattuale (per citare Feltri) quel che ha sostenuto su queste colonne online il consigliere di sinistra Michele Bertucco. E cioè che è scaduto il tempo degli annunci elettorali: dopo sei mesi e passa da quando è stato eletto, Sboarina ora dovrebbe fare (e ogni riferimento al nome del movimento di Tosi è puramente casuale).

Tags: , , ,

Leggi anche questo