Fascismo e antifascismo/2: il nemico “utile” non è quello più pericoloso

E’ il disperato bisogno di un’identità ideologica a tenere in vita una lotta di 70 anni fa. Aveva ragione Pasolini

Caro Carlo,

rispondo volentieri al tuo articolo in gentile formato lettera. Il fatto che circolino ancora fascisti, neofascisti, o tardo-fascisti (io, quelli che non riescono a stare senza rifarsi alle sacre memorie, li chiamo ritardofascisti, benché fra Forza Nuova e Casapound corra ad esempio una certa differenza) non significa che esista un pericolo permanente di ritorno del fascismo. Non basta il culto del passato a resuscitarne la reale forza, o la violenza. Le aggressioni e i fatti criminali che tu citi, anche sommati, non fanno di questi movimenti delle organizzazioni di tipo squadristico e paramilitare di massa, com’era il partito fascista storico. Che era il prodotto storico (ripeto: storico, non “eterno” come se ci fosse dall’alba dei tempi, come se bastasse il razzismo a fornire la patente di fascista: allora fascista era anche Aristotele, tanto per dire, insomma pure Umberto Eco sparava le sue belle cazzate) figlio di un trauma senza precedenti che fu la Prima – prima! – Guerra Mondiale. Se volessi anch’io rifarmi all’auctoritas di qualcuno, potrei citarti il massimo storiografo vivente del fascismo, Emilio Gentile, che giusto l’altro giorno smontava questa paura degli zombie fasci.

Questo perché non è che si sia sfarinata ogni cultura politica, come professoralmente dici tu, è molto peggio: non c’è più un cane che voglia davvero rischiare la pelle o il carcere per le proprie idee, giuste o sbagliate che siano (e per favore: non parlo dei singoli, parlo a livello sociale, del collettivo). Non abbiamo più rivoluzionari, da nessuna parte, perché non c’è più l’antropologia adatta, a fare una rivoluzione. E non c’è più perché siamo, tutti, anche tu ed io, troppo attaccati alle nostre miserabili vite di “ultimi uomini”, rammolliti dal benessere e da un immaginario materno e anti-tragico, tutto comodità e vacuità.

La paura dell’eterno ritorno delle camicie nere a me pare sia strumentale a tenere in vita un antifascismo che rimane l’ultimo mito vivificante di una sinistra che da socialista e comunista, collettivista e internazionalista, è diventata liberale, cioè individualista e globalista come la destra, con differenze solo di grado (vatti a leggere quel che dice uno degli ultimi comunisti ancora vivi in Italia, il compagno Marco Rizzo). Ecco perché è ancora un sentimento così potente: perché fornisce un’identità, più di cuore che di testa. Ma la testa dovrebbe dirti che una spia di quanto dico sta ad esempio nel fatto che mi tiri fuori, come un liberalone qualsiasi, il sopravvalutatissimo Popper, che era così tanto per la “società aperta” (altro mito, utile a santificare la pseudo-democrazia anglosassone) da non accettare che qualcuno avesse un’idea diversa di società.

L’intolleranza, radice del razzismo, è antica quanto il mondo e difatti è comune a tutti, ma proprio a tutti. Anche ai liberali. Ben prima del tuo Popper, il padre stesso del liberalismo, Locke, già predicava l’intolleranza con gli intolleranti, mettendosi così sul loro stesso piano. Di qui a Saint-Just (“nessuna libertà per i nemici della libertà”), cioè alla ghigliottina, il passo è breve. Il prezzo della libertà, caro Carlo, è che tutti possano usufruirne, con l’unico limite che non la si faccia valere con la sopraffazione fisica. Se e quando questo avviene, dovrebbe scattare il codice penale. Punto e basta. Se e quando, invece, diventasse un fenomeno politico seriamente minaccioso, come fu nel 1921-22, e non com’è oggi, allora sì che il tuo discorso reggerebbe. E io salirei con te in montagna. Sempre che tornassimo ad essere degli uomini, e non parodie di uomini come siamo tutti noi “superiori” occidentali.

Pasolini, che aveva acutissimo il senso del passato e del futuro essendo in fondo un “reazionario rosso”, aveva capito che a mestare e rimestare un antifascismo “archeologico” contro un mostro «inesistente» (lo scrive lui in una lettera a Moravia), cioè combattendo un nemico che così com’era stato non poteva tornare più, si perde di vista il nemico vero, cioè l’ingiustizia mascherata da giustizia e progresso, che è il nostro bel capitalismo reale. Non solo, ma dal tuo punto di vista, l’errore strategico è che tenendo in vita l’antifascismo di maniera, si alimenta il fantasma del fascismo, cioè si dà paradossalmente una mano agli odierni suoi improbabili epigoni. Gli opposti si danno linfa a vicenda.

Però non mi cadere anche tu nell’ingenuismo da anima bella: non è l’odio, il problema. L’odio, sentimento inestirpabile e vitale, ci sarà sempre, e tu stesso odi i fascisti. E per me, sta anche bene così: ognuno sarà pur libero di odiare chi gli aggrada. Quel che non sta bene è mentre ti dai all’odio che condanni nel fascista, l’ingiustizia continua. Indisturbata. Mentre tu combatti a spada sguainata marciando a Macerata o con le “passeggiate antifasciste” (Pertini e gli altri con la vita clandestina, il confino, la galera), i “mercati”, cioè un pugno di ben individuabili veneratissimi delinquenti, ci tengono alla soma tranquilli e pacifici. Capisco il bisogno di tenersi stretta un’identità, il bisogno di un nemico “utile”, di perpetuare una tradizione “resistenziale” che dà sicurezza e scalda la coscienza, ma almeno tu che ragioni, che sei etimologicamente un filosofo (amante del sapere), allarga l’orizzonte. Guardala tutta, la realtà sotto i nostri occhi. Non solo quella che ti fa comodo. Io, per conto mio, sono strastufo di star qui a parlare di morti. Sepolti o viventi.