I giovani non sono tutti da buttare (almeno tra i poeti)

Il coraggioso Canaletti e il “pazzo” Galloni stupiscono per la qualità dei loro versi. C’è ancora speranza per i millennials

Ogni opera prima è autobiografica. In verità – forse –, ogni grande opera lo è. Non nel senso che ci si deve limitare a mettere nero su bianco la propria vita. Quella è l’attività dei pensionati annoiati. Ma, certamente, anche nell’uso dell’immaginazione, sarebbe preferibile non spingersi oltre la verosimiglianza di una creazione prossima al proprio mondo. Per intenderci, la forza di uno scrittore come Raymond Carver sta, oltre che nell’ovvia abilità con la penna, nel dare vita a personaggi che, se non necessariamente appartenenti al suo vissuto, avrebbero comunque potuto esserne parte.

Un giovane poeta che sembra aver ben compreso questa necessità è Riccardo Canaletti con La perizia della goccia, Edizioni Affinità Elettive 2017 (il testo vede la prefazione del noto poeta Umberto Piersanti). E, infatti, l’autore ben si guarda dall’uscire fuori dall’orizzonte del suo vissuto. Addirittura non teme di trasporre in versi lo stupore di un giorno qualsiasi. La prima sezione del testo, Tra le mani si perde, prende le mosse proprio dall’epifania della normalità. Una mattina di un giorno di vacanza si condensa in una serie di immagini che hanno il candore di una visione quasi fanciullesca, placidamente malinconica, aliena alla mestizia del disincanto: “Scendi in spiaggia all’alba/ a vedere quel disordine di luce/ devi schiantarti sulla sabbia ancora fredda / nella zona d’ombra vicino alla casetta/ c’è persino qualche grillo tra i lettini, come te che attende / e già senti il cicaleggio delle chiavi nelle fessure dei ca­panni,/ l’anziana che pulisce e innaffia/ e la donna d’ambra che passa in rassegna le file/ ce ne rendono poca di misericordia/ prima della folla. qualche nube in fondo/ che passa via lenta”. Si tratta di un testo notevolissimo. Poche volte un’alba ha avuto la fortuna di essere descritta in modo tanto semplice quanto toccante (“un disordine di luce”). Sembra quasi di trovarsi in quell’inspiegabile stato di grazia descritto da Montale in I limoni: “in questi silenzi in cui le cose/ s’abbandonano e sembrano vicine/ a tradire il loro ultimo segreto”.

Unica pecca, al di là delle scusabili ingenuità di giovinezza che ogni tanto fanno capolino tra i versi, è forse proprio l’eccessiva aderenza alle proprie vicende esistenziali. Nel raccontarsi Canaletti non trascura niente, finendo così per dare un tono da raccolta finale. Il sottotitolo dell’opera potrebbe essere Vita di un ragazzo, facendo il verso alla nota antologia di Ungaretti, Vita di un uomo. Si passa dall’amore, alla descrizione dell’esperienza del terremoto, all’infanzia e i suoi primi turbamenti. Ciò non inficia la qualità delle singole liriche, sia chiaro. Il problema è editoriale, non stilistico. L’eccessiva scansione delle sezioni, ognuna dedicata a una tematica, dà appunto l’idea, riprendendo liberamente un suo verso, di andare inciampando nella sua vita. Ciò non toglie che la qualità sia manifesta e l’ispirazione sincera. Vi sono anche delle interessantissime variazioni di tono, dal malinconico all’ironico, che denotano grande versatilità. Come quando descrive la situazione degli sfollati, confluiti nelle macchine, dopo una scossa sismica (“camera con vista la chiamano/ […]tutti siamo scivolati tra le pareti/ come gocce che perdono dai tubi/ e ora siamo raccolti nei bacini/ delle auto. Immobili/ tremiamo”).

La vera dimostrazione del suo essere poeta, a ogni modo, sta nel fatto di riuscire a inserire qua e là, in mezzo a poesie dal tono mediamente buono, un qualche colpo d’eccezione, una lirica di quelle fanno esclamare al lettore “caspita” (suona Für Elise/ siede su di me, le mani/ sul piano/ le mie su di lei/ sulle gambe, che imitano/ il gesto./ e nella pausa il palmo sfiora/ sottende il vizio/ le labbra sul collo scoperto/ dove l’odore di pelle è più forte/ e ricorda quello di madre/ quello del sangue che scende/ che perde/ che genera. Stretto/ sulle ciglia del giorno/ il cielo si fa pesto/ il canto finisce nel canto/ di luce, la durata fu l’unico vespro). C’è della grandezza qui, un coraggio da far strabuzzare gli occhi. Speriamo che qualcuno se ne renda conto.

Un altro giovane poeta, che il lettore non potrà fare a meno di considerare, è Gabriele Galloni, appena uscito con In che luce cadranno, RPLibri (prefazione del folle e grandioso Antonio Bux, un nome una garanzia). Se di Canaletti si può dire che è coraggioso, di Galloni bisogna invece dire che è pazzo. Nient’altro può spiegare come un ragazzo decida di dedicare la sua seconda raccolta poetica ai morti. Avete sentito bene, l’argomento è proprio quello tabù per eccellenza. Quello che perfino la politica vorrebbe cancellare dai nostri pensieri, facendoci vivere fino a centovent’anni – forse per farci morire sul lavoro, non per un incidente, ma di produttività. Che Dio li maledica!

Il giovane, baldanzosamente sprezzante, se ne frega di chi vedendo il testo potrebbe limitarsi a fare i debiti scongiuri. Eroicamente, ci cala in un’atmosfera che, se fosse nato qualche decennio addietro, si sarebbe potuta ascrivere alla fantasia di un lettore di Dylan Dog. “I morti guardano alla luna come/ un errore, uno sgarbo del creato;/ pensano infatti che sia cosa messa/ lì per illuderli (non percorribile)./ L’imitazione di un antico sesso/ senza ingresso né uscita né sala/ d’attesa”. Come si potrà notare, le liriche sono fascinose e allo stesso tempo inquietanti come un incubo in pieno sole, come la morte in sé.

In che luce cadranno è un libro da leggere di filato, senza rifletterci più di tanto, avendo cura piuttosto di farsi avvolgere dal clima che si viene a creare. Non è un testo che si deve capire, ma che deve impattare sul vostro inconscio. Darvi i brividi, spaventare con l’ossessivo indulgere sulla questione, fino a farvi sviluppare una sorta di oscura consuetudine con l’altra dimensione (“I morti hanno fiducia nella sorte./ A notte fonda salgono sugli alberi/ del tuo giardino; li trovi che all’alba/ non sanno come scendere dai rami./ Li vedi; non ti vedono. Li chiami/ e non ti sentono. Li aiuti – scendono./ Ogni notte ritornano e dimenticano”). Quando avrete maturato la giusta famigliarità, allora e solo allora sarete pronti per la riflessione abissale che vi attende (“I morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi:/ rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/ due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule”).

Come un millennial si sia potuto spingere fino a tal punto è faccenda insondabile. Magari di questa gioventù non tutto è da buttare.

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