Vicenza ha abbandonato la Bertoliana. E la politica culturale

L’amministrazione Variati ha promosso per anni una cultura effimera, di facciata. Il declino della biblioteca è il simbolo del fallimento

In prossimità del rinnovo del Consiglio Comunale di Vicenza, si fanno i primi consuntivi nei vari settori dell’amministrazione pubblica per accertare se le promesse sono state mantenute, se alle parole sono seguiti i fatti. É naturale che nei casi in cui più esplicite sono state le dichiarazioni più severa sia la critica nel rimarcare palesi inadempienze. Si parla di fallimento della politica culturale con riferimento ai servizi in cui maggiore è stata l’incapacità degli amministratori di soddisfare bisogni primari dei cittadini. Caso estremo, ed emblematico, la Biblioteca Bertoliana, gloriosa istituzione che ha avuto un ruolo importante nel campo della conoscenza e della formazione di generazioni di giovani e di studiosi, ridotta oggi in condizioni pietose, al limite del collasso, e perfino della decenza, pensando ai servizi igienici, dove elementari norme a salvaguardia della dignità della persona sono disattese. Altro che «servizi adeguati dal punto di vista informatico, tecnologico e funzionale», come fu promesso.

Francesco Rucco ha fatto notare le contraddizioni dell’amministrazione Variati, ricordando che «a distanza di dieci anni la Biblioteca Bertoliana continua a soffrire delle stesse indubbie criticità strutturali e di fruibilità, nonché della stessa mancanza di spazi adeguati per la ricerca, consultazione, lettura e uso di materiali audiovisivi, a fronte delle quali servono soluzioni innovative che si armonizzino con il tessuto urbanistico e sociale della città». Promesse, queste, fatte nel programma del sindaco Variati nel 2008.

Sui problemi strutturali e organizzativi della Biblioteca Bertoliana è ritornato più volte il suo presidente, Giuseppe Pupillo, nelle sue puntuali relazioni, rimaste inascoltate nel corso degli anni, e perciò rassegnato all’inevitabilità del destino. Giunto anche lui a fine mandato, lascia la sua creatura in condizioni peggiori di quando l’ha presa in mano. Memori dell’alto profilo morale di questo politico, fermo nelle sue idee e deciso un tempo a farle rispettare, ci rattrista constatare che le sue denunce verbali non abbiano impedito il perpetuarsi di un potere che contrasta con i suoi principi.

La politica culturale di cui si dichiara il fallimento non c’entra con le vaghe idee di bellezza che hanno alimentato i sogni di certi amministratori, ai quali si rimprovera di non avere aperto gli occhi davanti alle tante brutture che umiliano la città di Palladio e rendono poco dignitosa la convivenza civile. Non voglio ripetermi citando esempi che in altre occasioni ho portato per significare che la cultura a Vicenza è immagine di facciata, non conquista raggiunta facendo funzionare le istituzioni che la promuovono. La cultura si persegue con una costante azione a vantaggio della conoscenza, senza la quale non ha senso parlare di bellezza nelle diverse manifestazioni. Bisogna creare le condizioni per saper riconoscere quei valori estetici che premiano chi li merita. Le mostre alla Goldin in Basilica Palladiana sono episodi in sé, destinati a non lasciare traccia. Non servono a maturare una coscienza critica, avvantaggiano, saltuariamente, la crescita economica. Sono eventi effimeri che subiscono lo stesso destino di chi pervicacemente li impone.

Mi soffermo un attimo sulla Fondazione Roi che molto fa discutere in questi giorni, in vista della ricomposizione del consiglio di amministrazione. Liberata dal servaggio zoniniano, non è riuscita a brillare di luce propria. Priva del necessario slancio propositivo, non può ridursi a supportare mostre alla Goldin. Lucidissimo, a questo proposito, l’intervento di Giuliano Zoso: «Vista la sostanziale inattività dell’anno di presidenza di Ilvo Diamanti, certo non riscattata da tre conferenze concentrate in una settimana, senza uno straccio di risultato concreto a livello di proposte e di programmi, è auspicabile, almeno, che si finisca il mandato con la preparazione di uno Statuto che salvaguardi il ruolo della Fondazione».

C’è chi pensa di cooptare in seno al cda tre rappresentanti rispettivamente della Diocesi vicentina – come ai tempi di Zonin –, dell’Accademia Olimpica – «istituzione in prorompente declino» (Mario Giulianati) –, della Biblioteca Bertoliana – esempio di vergognosa decadenza. È la solita storia del cane che si morde la coda, per non arrendersi all’evidenza dei fatti.

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