«La piattaforma Rousseau? Nel Mare del Nord. E se aderisci ci vai a nuoto»

Alberto “Graz” Graziani, già a Cuore e fondatore di Malox con Saviane: «la satira va fatta di testa: agli italiani piace la pancia». E dice la sua su Zaia, Zonin, Toscani. E sul Veneto di oggi

Il Graz non è poi matto come ce lo avevano descritto (il plurale non è maiestatis, è modestiae). Un po’ sì, senz’altro. Forse gli anni – già, gli anni: passano per tutti, incoercibile luogo comune – lo hanno reso più disponibile, meno imprevedibile. Ma il fatto che ci abbia rilasciato senza colpo ferire l’intervista che leggerete qui sotto, depone per la tesi di una sua invincibile follia di fondo. Al secolo Alberto Graziani, architetto, nato nei ’60 (gli anni passano, ma non giriamo il coltello precisando quello di nascita…), di Vicenza ma molto poco “vicentino”, a parte frequentare spesso premi e gallerie d’arte fotografica e aver scritto cinque romanzi (tutti inediti) nonchè cinque raccolte di poesie (l’ultima è “Sfalci e Ramaglie”), è quello che pomposamente si può chiamare un autore satirico. Ecco le prove: ha scritto su Comix, Anna, Carta, Internazionale; è stato collaboratore e redattore di Cuore, diretto da Michele Serra e poi da Claudio Sabelli Fioretti e da Andrea Aloi; ha fatto il caporedattore della rivista satirica Boxer diretta da Vauro; nel 2000 ha fondato con Sergio Saviane la rivista satirica Malox, e tempo prima, nel 1993, ha pubblicato “L’ABC del giovane disoccupato” per Mondadori, collana umoristica BUM; ha fondato ed è stato vicedirettore del settimanale Vicenzaabc (ok questa testata non era satirica, ma fare giornalismo d’opposizione e non paludato nella città del cloroformio può indurre a disperazione, o far ridere amaramente chi ci prova). Ha scritto spettacoli di cabaret, ha collaborato con l’inserto satirico del Fatto Quotidiano, il Misfatto, con qualche quotidiano veneto e dal 1999 a oggi manda le sue vignette ad Avvenire, il giornale dei vescovi (embe’?). Dulcis in fundo, si è pure candidato sindaco di Vicenza (leggere qui, prego).

Graz: un nome, un perché. Perché? E perché vignettista, e, se è lecito, autore satirico?
La satira è moralista, non fa sconti, non ha comprensione per l’elemento umano, che è debole e fallibile, la satira non ha pietà. L’umorismo invece partecipa di ciò che mette in ridicolo, non punta il dito né mena bastonate: è consapevole che la realtà e gli uomini sono imperfetti. Una premessa per dire che più di un satirico mi considero un umorista, a volte prestato alla satira. Poi, non sono un vignettista ortodosso, non faccio caricature, e manco disegno. Modifico delle immagini con photoshop, creo delle grafiche e ci cucio sopra le battute. Spesso anche moraliste. Come diceva Frank Lloyd Wright prima dell’esorcismo: “Mi contraddico, ebbene sì, contengo moltitudini”.

Cosa fa per campare Alberto Graziani?
Cinque anni fa ho aiutato una signora a portare le borse della spesa e, per ringraziarmi, mi ha dato dieci euro in bitcoin. Ora sono milionario.

Come comincia il Graz a produrre e diventare il Graz?
Il mio primo articolo pubblicato è stato su Rudolf Steiner e l’applicazione dei principi antroposofici in architettura. Uscì sulle pagine culturali del Giornale di Vicenza, mi pare fosse a fine inverno del 1912. Poi ho cambiato strada, ho scritto sulle riviste satiriche che sicuramente tu ricorderai nell’introduzione di questa intervista. E vignette sul Giornale di Vicenza, il Corriere del Veneto, Avvenire. Una rivista cui mi piacerebbe collaborare è Top Yacht Design, cui proporrei una rubrica sui salari minimi praticati in Brasile e Indonesia ai lavoratori del legname da tolda.

A parte forse il vecchio Saviane e qualche altro che tu saprai, non sembrano esserci grandi nomi veneti nel campo della satira. Difetta di senso dell’umorismo contro il Potere, questa terra di lavoratori, bestemmiatori, bevitori e gaudenti?
Saviane l’ho conosciuto ai tempi di Malox, fondato a Treviso nel 2001 insieme a Beppe Mora, disegnatore e autore di Cuore. Ma prima che satirici, si deve essere scrittori o giornalisti fatti e finiti. Questo mi ha insegnato Saviane, il Maestro. Leggeva i miei pezzi, mi telefonava, prima suadente, poi sempre più incazzato e alla fine mi riempiva di insulti, chiudendo con la raccomandazione di andare a fare il cameriere. E tutto questo solo perché avevo scritto “macchina” invece di “automobile”. Riguardo poi ai veneti, non so se siano più o meno inclini all’umorismo o l’ironia rispetto ai toscani o i liguri o i romani, credo sia più un discorso socioeconomico che geografico o antropologico, di livelli di acculturazione. Insomma un veronese inurbato da sette generazioni è più probabile che rida in modo più sofisticato che un polesano di Taglio di Po o un montanaro della Val Zoldana. Ma non è detto che il primo sia migliore del secondo. Allargando il discorso, la stragrande maggioranza degli italiani crede che la satira sia quella roba propinata da Striscia la Notizia e ride più con la pancia che con la testa. Per questo Berlusconi resiste a tutto, nonostante le Olgettine, le accuse di mafia, la nipote di Mubarak e le corna al G8. Le risate di pancia sono flatulenze che ammorbano il pensiero e annebbiano il giudizio. Infine il web e i social, dove il dilettantismo e l’improvvisazione creano mostri e mostruosità che non hanno nulla a che vedere con la satira, non avendo nulla a che fare con il pensiero. Gente per lo più sprovveduta che posta fotomontaggi della Boldrini decapitata, pensando che sia solo una spiritosaggine o una facezia.

A proposito di bevitori: ma quando da queste parti ci si offende se, per esempio, un Toscani definisce i Veneti ubriaconi, tu ti offendi?
Non avesse incontrato Luciano Benetton, Toscani sarebbe rimasto un lodevole fotografo di moda, come Briatore un bon vivant della provincia di Cuneo. Toscani è un artigiano della provocazione, fa il suo onesto lavoro e non esce dagli schematismi della commedia all’italiana o peggio dei cinepanettoni, con i soliti stereotipi regionalizzati. D’altra parte uno che si chiama Oliviero e ha una figlia di nome Olivia, non è certo un esempio di vis imaginativa.

Cosa ti fa più ridere del Veneto oggi?
I cacciatori. Vedere gente che si aggira con una doppietta nell’aiuola di verde ritagliata tra un capannone, una schiera di villette, una tangenziale e un centro commerciale, mi fa francamente ridere. E poi a cosa tirano, che non c’è rimasto più niente? Mi piacerebbe produrre un reality show dove i cacciatori si sparano l’un l’altro. Pura escalation, come la scena di caccia di Fantozzi che diventa una delle Battaglie dell’Isonzo.

Cosa invece ti fa più incazzare? Dal disgusto più il sarcasmo (nel migliore dei casi, l’ironia) nasce la miscela migliore (latino “satura”) per il pensiero critico, non trovi?
Sono un umorista, ma mi fa incazzare in modo tremendo la mancanza di educazione, di rispetto per l’altro, il disprezzo delle minime regole del vivere civile. Non riesco a trovare un lato comico quando vedo le automobili (non le “macchine”) che non si fermano alle strisce pedonali, quando i ciclisti mi scampanellano sul marciapiede perché vogliono passare, quando qualcuno passa davanti a una coda e se glielo fai notare dolcemente, rischi una colluttazione. E non sono perdonabili adolescenti, ma tutti manzi dai quaranta ai settanta. Un autismo sociale, effetto collaterale dei vaccini polivalenti? Parliamone sulla piattaforma Rousseau, che fosse per me, la piazzerei fisicamente in mezzo al Mare del Nord. Vuoi aderire? La raggiungi a nuoto.

Circolano un sacco di stereotipi. Secondo te c’è invece qualcosa, dal Garda alla laguna, che è proprio tabù?
Il denaro, che qui è totem e tabù insieme. Sembra che non esista altro, che sia l’unica misura del valore di una persona, l’unico metro di giudizio. D’altra parte una terra di miseria, di mezzadria e di pellagra passata in qualche decennio all’opulenza industriale non poteva che sacralizzare il lavoro e farne il principale cardine esistenziale. Purtroppo l’equivoco è aver confuso il lavoro con il denaro. Il primo è un valore, il secondo no. Zonin docet. E poi basta con questa favola della Repubblica Serenissima dove il popolo veneto era libero e contento. Gli unici a stare bene erano i patrizi veneziani e i nobili di terraferma, tutti latifondisti e affamatori. In Veneto e in larga parte della penisola c’era solo aristocrazia e pueblo, come in America Latina. Ci voleva un Simon Bolivar, ci è capitato un Camillo Cavour.

Tu bazzichi Vicenza. Ma la solfa della sacrestia d’Italia è ancora valida?
Ho avuto una formazione cattolica, sono andato a dottrina, facevo il chierichetto ai funerali e mi piaceva in modo immenso spargere i fumi dall’incensiere, ho frequentato l’oratorio, sono stato boy scout (una sezione cristiano-maoista nei mitici anni Settanta), sono andato sul Pordoi con Don Franco, il mio parroco che fumava un pacchetto al giorno di N80 e rideva alle mie battute sceme. Sui muri qualcuno che no ne poteva più, scriveva “Cloro al Clero”. Tutto questo oggi è svanito, le chiese sono vuote e mi fanno un’immensa tristezza. Colpa anche mia. Sono rimasto credente, non praticante. Comunque meglio che il contrario.

Mi dici uno che ti sta cordialmente sulle palle? Ma con motivazione, però.
Qualche tempo fa sul Misfatto tenevo una rubrica dal titolo “Le Figurine di merda”. Era una piccola e graziosa gogna dove, quattro per settimana, finivano le faccine dei prescelti. Era un piccolo girone infernale dove collocare i vari “eroi” pubblici e privati della nazione, distintisi per pensieri, parole, e opere oltre il codice civile o penale. La rubrica aveva riscosso un certo successo, tanto che era una delle cose più ricercate e lette alla Camera e al Senato (chissà come mai?). Rimediammo, io e il direttore Stefano Disegni, una bella sfilza di querele, tra cui quella dell’ex ministro Tremonti e dell’ex comandante generale della Guardia di Finanza, Speciale, quello delle spigole portate con un volo di servizio da Pratica di Mare a Passo Rolle. Due che mi stanno ancora cordialmente sul gozzo. Ad ogni modo il giudice ha rigettato le querele.

Se ti dico Luca Zaia, cosa ti viene in mente?
La brillantina Linetti. Ho letto che in gioventù faceva il pr per le discoteche. A suo modo una formazione politica anche questa, magari un po’ diversa dalle alte scuole francesi. Se non la capigliatura gli è rimasta la pettinatura. Ha una buona parlantina. Dato che non è possibile un leghismo dal volto umano, Zaia si presta a volto umano del leghismo.

E Alessandra Moretti?
Se esistono i miracoli esistono anche i miracolati.

Lo shock della Caduta delle Gloriose Banche del Territorio secondo te insegnerà qualcosa?
A essere tutti meno ingordi e che i schei fatti coi schei sono una cosa ignobile. Penso anche che se questo fatto, enorme, fosse successo in Calabria o in Sicilia, dove il peperoncino è l’alimento base, lo scalpo di Zonin e soci sarebbe appeso da mesi sulla cinta dei risparmiatori traditi. Forse è solo questione di tempi di reazione. I veneti ci mettono di più, hanno un metabolismo più lento. O forse hanno altri conti in Svizzera, non saprei.

Recentissimamente gli industriali hanno lanciato una campagna a favore dei “valori”. A parte quelli di Borsa e quelli immobiliari, di quali valori bisognerebbe parlare, ammesso che sia necessario farlo?
Da vecchia salamandra satirica salmistrata, sentire gli industriali che parlano di valori è come sentire De Sade parlare di pudicizia. A ogni buon conto, se si riferiscono a un’etica del lavoro non appiattita sul puro profitto, benvengano i valori, che poi è l’anagramma di lavori. Mi piacerebbe poi maggior attenzione da parte di tutti, industriali e no, sulla tutela ambientale e su valori meno concettuali e più concreti come quello dei Pfas nel sangue e delle Pm10 nei polmoni della gente.

Fatti una domanda e datti una risposta (pardon, l’intervistatore è stato temporaneamente posseduto dallo spirito di Marzullo).
Siamo quello che mangiamo? Sì, ma manca sempre un po’ di sale.

C’è ancora una ragione che valga più della vita, a parte (opinione personale, e in quest’ordine) un hangover da Gallo Nero, una notte d’amore col tuo primo amore adolescenziale, e vedere gli Usa invasi e conquistati militarmente?
Mi fai sentire vetusto perché non so cosa sia un hangover né dove sia il Gallo Nero (vino rosso toscano in cui perdere i sensi prima, durante e dopo aver azzannato una bistecca, ndr). Opterei per una birra media al tramonto di un sette di giugno nel giardino del Pellegrino a Monte Berico. Magari anche una seconda. “La birra è la prova che Dio ci ama e ci vuole rendere felici”. L’ha detto Benjamin Franklin. Se poi vuoi una ragione meno prosaica, allora dico: scrivere.

La vita è breve e questa intervista rischia di essere lunga. Vuoi lanciare un appello all’umanità?
Boicottate le luci al led, sono gelide e fastidiose. Torniamo al caro, vecchio e irascibile filamento di tungsteno. Una metafora sul calore umano di cui abbiamo tutti bisogno.

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