Gentilini e Gobbo, il mondo all’incontrario della Lega a Treviso

Se ne va chi dovrebbe restare, resta chi dovrebbe andarsene: i destini paradigmatici di due big del Carroccio veneto

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Destini incrociati quelli di Giancarlo Gentilini e di Giampaolo Gobbo (in foto). Anzi, più che incrociati, avviluppati. E paradigmatici. Vent’anni li separano alla nascita, del ’29 il primo, del ’49 il secondo. Tutti e due una vita nella Lega, fin dalle origini, quando la Lega era ancora Liga, antesignana e non suddita della bossiana Lega Nord.

Consegnando ai “Lumbard” la creatura e rinunciando alla primogenitura, Gobbo si è assicurato quasi vent’anni di potere, nei vari ruoli in cui è stato chiamato o in cui ha voluto andare. Per 19 anni all’ombra di Gentilini, sia nei primi due mandati “del scerifo”, sia nei secondi due in cui ha fatto il sindaco di nome per consentire a Gentilini di continuare a farlo di fatto. Approfittando della circostanza che a Gentilini interessavano Treviso e i suoi cittadini, e nient’altro, Gobbo si è cercato i ruoli regionali, pardon, nathionali, che all’altro non hanno mai fatto gola. Autonomista quando serviva, secessionista duro e puro quando il Capo lo decideva.

Federalista sempre, secessionista mai il Gentilini, alpino, amico degli alpini. Fermo al Tricolore, scettico nei confronti dei riti celtici di Bossi. Amministratore e non politico, intento ad ascoltare i suoi concittadini assai più dei capi politici di turno. Arrivando, forte del suo consenso e, tutto sommato, del suo disinteresse personale, a dire a Bossi che la secessione era una fesseria.

L’altro ieri la frattura si è consumata. Il sindaco sceriffo, esempio e modello di decine di sindaci leghisti e non, ha stracciato la tessera della Lega e minaccia di mettere una trave tra le ruote del candidato del centro-destra espresso proprio dalla Lega.

Mentre Gentilini rioccupa la scena e rischia di diventare il propellente per la non scontata vittoria di Manildo, Gobbo tace. È scomparso dai radar. Non interviene. Se ne sta al calduccio della vice presidenza della Fondazione Cassamarca sotto l’ala protettrice dell’altro grande vecchio della politica trevigiana, Dino De Poli.

Destini incrociati e paradigmatici. Mentre Gentilini rompe con la Lega perché è diventata un partito come tutti gli altri, Gobbo si gode la prebenda che De Poli magnanimamente gli concede proprio perché la Lega è diventata un partito come tutti gli altri.

Il bello è che, se a contare fossero le idee, dovrebbe essere Gobbo a stracciare la tessera, non Gentilini. Adesso che il partito è diventato nazionale, non ebbe riguardi ad allearsi con Casa Pound, adesso che l’impegno della Lega è soprattutto quello di ricacciare in Africa i migranti, è Gentilini, papà fascista, sempre ferocemente contrario ai nuovi arrivati con i barconi (salvo poi assistere, assieme alla moglie, recentemente scomparsa, una famiglia di immigrati che abitavano nello stesso condominio), quello che dovrebbe trovarsi a suo agio nella Lega a trazione salviniana, non Gobbo. Non uno, cioè, che ha predicato la secessione da Roma ladrona e da quei lavativi dei terroni. E invece Gentilini se ne va e Gobbo resta. Se ne va chi dovrebbe restare, resta chi dovrebbe andarsene. Il primo strepita, il secondo tace.

Tutto sommato, però, è giusto che sia così. Se ne va quello che rappresenta la Lega degli ideali, la Lega movimento, resta chi rappresenta la Lega che si è fatta partito, con la sua classe dirigente, l’ovvio corollario del sottogoverno, degli incarichi, delle carriere personali da difendere, i posticini da occupare.

È il destino di tutti i movimenti quello di farsi partito. Solo che, una volta fattisi partito, sono il peggio dei partiti, perché dei partiti non hanno la storia, le tradizioni, il patrimonio di valori. In questo il grillismo ha bruciato i tempi. Se uno ha in mente le giravolte di Giggino Di Maio, quelle di Gobbo appaiono piccole correzioni di rotta.

Gobbo e Gentilini: le loro strade definitivamente si dividono. Sul piano dell’interesse personale è il primo a vincere, non c’è alcun dubbio; sul piano strettamente politico è anche un bene che sia così. Sul piano ideale, non so quella dei trevigiani, la mia simpatia va al vecchio indomito lottatore e alla sua coerenza. Se poi uno pensa a quanto è successo a Padova e a Verona e a quel che sta succedendo a Vicenza, vien voglia di dire: beati i trevigiani. Almeno lì c’è vita.

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