Zumba da fitness al Museo Egizio: vogliamo parlarne, direttore Greco?

La polemichetta elettorale della Meloni è strumentale. Sono altre, le “imprese” del beatificato vicentino, a far prudere le mani

Grazie, Giorgia Meloni. Non per aver montato ad arte un caso da campagna elettorale, finendo trionfalmente su tutti giornali e le tv per aver scambiato una campagna di marketing del Museo Egizio di Torino targettizzata sugli utenti di lingua araba, addirittura per il «sintomo della malattia dell’Occidente». No no, mica per questo: cavoli tuoi e di chi è affetto da paranoia arabofoba. Io ti ringrazio per avermi fatto sorbire in rapida escalation tutti gli ampollosi pompini sulla stampa nazionale, e in particolare su quella nostrana, veneta, come al solito di un provincialismo rivoltante, al direttore del suddetto museo, l’arzignanese Christian Greco (in foto). Lo stanno beatificando in vita, il magnifico e «bravissimo» (cit. ministro della cultura Franceschini) Greco. E’ un bel direttore. Un santo, un apostolo, un martire.

Per carità, il suo curriculum parla chiaro e noi ne mettiamo certo in dubbio la bravura. Ma è stato oltre modo istruttiva, ancorchè non inedita, la lettura delle agiografie scritte intingendo a piene mani dall’arte dell’insalivazione. La risparmiamo al lettore, che se ha voglia di perversione può andare a infliggersela per i fatti suoi. Per reazione, visto che ancora un po’ di salute mentale ci è rimasta, siamo andati un po’ a scartabellare le cose fatte, più che quelle dette, da mirabile direttore. E ne abbiamo scovata una che, da sola, basterebbe a chiedersi se la fondazione privata che nomina per bando i direttori di una delle strutture museali più importanti del mondo sia proprio sicura di quel che fa.

Ottobre 2017, cioè qualche mese fa. Fra una mummia di faraone e la statua della dea leonina Sekhmet, si radunano per sudare, felici e muscolosi, lezioni di power yoga e “silent disco” i fanatici del fitness (su cui è meglio non pronunciarsi per non attirarci qualche denuncia per legge Mancino contro l’istigazione all’odio razziale). Scrive La Stampa: «Le prime note saranno dalla colonna sonora de “La mummia”, con Tom Cruise, e poi un cult: “Walk like an Egyptian”». Ma che figata. E non è finita: il clou arriva con una bella sessione di zumba, con un personal trainer dall’italiano alquanto inventivo che incita gli astanti al grido “abbattete le mani”. Come, come non essere entusiasti di fronte a cotal uso, fra la modernità manageriale e la palestra per salutisti sovrappeso, di uno dei più fulgidi esempi di sedi culturali d’Italia? Per la prossima volta, suggeriamo la trap sui sarcofagi e Rovazzi legge i papiri.

A farci scoprire, scusate se usiamo un vocabolo troppo educato, questa vaccata è stato il bravissimo, lui sì, Federico Giannini, fondatore della Finestre sull’Arte, rivista online seguita e da seguire. Il suo articolo sul “dancing di provincia” dice tutto egregiamente, e perciò noi ve lo  abbiamo linkato e voi, che ancora non siete obnubilati dal coro antoniano dei santificatori beoti, ve lo leggerete. Soltanto un appuntino finale: sostiene giustamente Giannini che i musei non devono sopravvivere imbalsamati e avvolti «di chissà quale aura sacrale», stando attenti solo a non oltrepassare il pericoloso confine del ridicolo, qui ampiamente superato. Se queste amene trovate diventassero la regola, però, a questo punto chiudiamoli, i musei. Al loro posto facciamo direttamente dei centri benessere. Con Greco a dirigere quello torinese, mi raccomando.

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