La superiore vocazione della donna in poesia

Alessandra Corbetta, Stefania Onidi e Paola Venezia esplorano i recessi dell’animo. Con una lirica intimistica

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Due cose – proprio due contate – sembrano certe in merito alla poesia. La prima è che, per quel che concerne la lirica intimistica, nel grosso dei casi, le donne sono superiori all’uomo. Per vocazione e cultura, l’essere femminile ha coltivato meglio i recessi dell’animo. Ciò è avvenuto in parte a causa della sua prolungata segregazione dalla vita pubblica e, in buona misura, perché l’essere donna è un destino (tanto quanto l’essere uomo). La seconda cosa certa è che difficilmente una raccolta poetica, non conta se breve o lunga, sarà valida nella sua totalità. È già un miracolo quando la metà risulta salvabile. La cosa non è per niente strana. Pensandoci noterete che, anche nella carriera di un grande cantautore, sono massimo trenta-quaranta le canzoni realmente eccezionali. Del resto, anche la vita è così. Sovente, parafrasando un noto motivo di tanti anni fa, si giustifica “per un giorno soltanto”.

Alcuni esempi di poesia al femminile, tra le più recenti uscite, possono aiutare a comprendere meglio quanto detto. Alessandra Corbetta, con il suo Essere gli altri, LietoColle, 2017, è in tal senso paradigmatica, con un intimismo che assume come suo orizzonte una spiccata aspirazione universalistica, basti pensare al titolo (“Non essere me, per un attimo/ e te neanche, ma gli Altri/ […] ciò che in ogni relazione manca,/ essere gli altri”). Si tratta di un testo profondamente meditativo. In tale propensione sta la sua forza e il suo limite. Tutto dipende da quanto la poetessa si forza alla riflessione. Quando questa scaturisce naturale, non le manca la vitalità e l’impatto lirico. Altre volte, il pensiero sopravanza il sentimento, annichilendo lo slancio. La Corbetta è probabilmente una di quelle autrici che seguono meglio i moti estemporanei dell’animo. Del resto, di rado si è vista una raccolta tematica che avesse un sapore totalmente genuino e in cui si riuscisse a tenere il tono per tutto il corso dell’opera. Resta il fatto che, quando è toccata dallo stato di grazia di un’ispirazione improvvisa, riesce a essere semplice e profonda, toccante: “In cima alla seconda rampa di scale/ ho trovato delle rose bianche e rosa;/ poco dopo ho visto dormire mio padre,/ come di morte/ e ho sperato potessero non morire/ né le rose, né mio padre./ Ho passato molti minuti a guardare le rose,/ a ripensare a mio padre,/ al male e al bene, alla fragilità delle cose./ Ho pianto di fronte a tanta perfezione,/ dei boccioli della rosa, degli errori di mio padre;/ ho respirato l’odore della casa,/ dell’abitudine sublime dove arrivano/ ogni tanto rose profumate,/ bianche e rosa/ trovate in cima alla seconda rampa di scale/ dove da bambina giocavo a fare la sposa”.

Altra poetessa da considerare attentamente è Stefania Onidi, appena uscita per i tipi di Bertoni Editore, con Quadro Imperfetto. È una produzione particolare quella della Onidi. Rispetto alle sue ultime raccolte questa segna un netto miglioramento, raggiungendo dei vertici felicissimi. Anche il suo testo presenta una indiscutibile coerenza tematica, non sempre supportata da un altrettanto uniforme vigore lirico. A volte, un soprassalto di sentimento la fa come cedere al candore dell’animo. Eppure emergono sempre, a fronte di certe cadute, dei passaggi addirittura folgoranti: “Stavi sui miei occhi,/ stavi in punta di lingua come un dio/ al quale implorare un miracolo”. In quelle poesie maggiormente riuscite, la Onidi non teme rivali e siede a testa alta accanto ai poeti che cita in esergo alle diverse sezioni del testo, come in I giorni: “Ho apparecchiato la tavola,/ ho messo un vaso di fiori al centro/ e due piatti ai lati, uno per te e uno per me,/ poi ho chiamato piano il tuo nome/ con la fiducia cieca dei girasoli/ e ho aspettato./ A mezzogiorno il sole ha aperto il fuoco,/ il caldo mi ha dilatato i vasi sanguigni./ Da allora sono corpo in caduta/ canto fine a sé stesso./ Il mare passa dentro la cruna./ La casa svuota nevralgie./ I piatti interrogano la polvere spietatamente”.

L’ultima poetessa, Paola Venezia, è una vera rivelazione. L’immenso è semplice, il suo libro uscito per la neonata RPLibri, è un inconsueto gioiello. Riprendendo la forma degli haiku giapponesi, l’autrice propone una lirica dal dettato terso, leggiadro, equilibratissimo. Come per la poesia nipponica, è necessario avere orecchie pronte per una nuova musica. Soprattutto, non bisogna usare i versi per andare alla ricerca di sensazioni violente. Per tradizione, l’haiku è una poesia della contemplazione, in cui l’animo del poeta si apre a ricevere il mondo, la natura, il creato, con un’attenzione e una sensibilità particolare per le piccole cose, lì dove si nasconde un segreto e un mistero celato alle sguardo frenetico e compulsivo (“le margherite/ al sole diventano/ ciglia del mondo”). È tutto semplice, come dice anche il titolo dell’opera, ma per niente banale. Vi sono oscillazioni di senso costanti che aiutano a scorgere legami invisibili (“onde tra l’erba/ tanti fiori non sanno/ di questo mare”). La metafora breve e incisiva, traslucida, aiuta a riconoscere le affinità tra le cose considerate quali parti di un unico grande insieme, “l’immenso” del titolo. Questo il grande merito della poesia della Venezia, non aver mai bisogno di trabocchetti e infingimenti, eccentricità da poeti laureati. Anche l’amore non richiede parole impensabili e assurde ricercatezze (“pioggia sui vetri/ scarabocchio un sole/ e ti aspetto”), basta la descrizione di un gesto spontaneo, forse compiuto sovrappensiero.

Davvero un’opera sensazionale, fatta di rigore e verità sussurrate, dolcezza ed estremo pudore (“a volte piango/ petali di me come/ fossi ciliegio”). Una raccolta di impressioni preziose come gemme, tanti anelli che non tengono (per dirla con Montale), frammenti da ricongiungere per tornare a vedere il mondo.

 

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