Mehldau a Verona, il jazz studia Bach

I “tre pezzi” al Ristori dell’interprete statunitense hanno conquistato un pubblico inizialmente circospetto

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Bach è l’Alfa e l’Omega. La serata comincia da lì – Preludio in Do diesis maggiore dal primo Libro del “Clavicembalo ben temperato”, suonato tale e quale è scritto, con la sua melodia ondeggiante ma ben ancorata ad alcuni rassicuranti riferimenti armonici; e finisce lì – Fuga in La minore dal secondo Libro, ugualmente in purezza, con quel piccolo tema di quattro note che rimbalza e s’impenna come un’affermazione di principio, un motto, un “credo”. Nel mezzo, un’ora e mezzo di musica durante la quale Brad Mehldau ha confermato di essere forse il protagonista più sofisticato e colto della scena jazzistica internazionale.

“Three pieces after Bach” – questo il titolo del concerto, che ha avuto al Teatro Ristori di Verona la sua prima nazionale, seguita da solo altre due serate italiane a Torino e Roma – è un progetto di meditabonda ambizione non tanto nella sua impalcatura generale (sempre più spesso il mondo del jazz si confronta con quello della “classica”), quanto nel rapporto fra i presupposti analitici e quelli creativi. Questi tre pezzi – Rondò, Ostinato e Toccata – finiscono infatti per rappresentare una sorta di distillato dell’estetica di Mehldau oggi, in quanto autore. Derivano “da” Bach, arrivano “dopo” Bach. Hanno un’indubbia aria di famiglia rispetto al capolavoro, ma ne sono anche lontani, per come vengono sviluppati i presupposti contenuti in nuce nel grandioso monumento per la tastiera della prima metà del Settecento. Tengono conto di una storia che attraversa il secolo romantico (particolarmente caro al pianista americano) ma anche quello del jazz e delle sue rifrazioni multiple, senza dimenticare la complessa modernità del XX secolo.

Il quarantasettenne interprete di Jacksonville, Florida (peraltro di casa in Europa), non è “solo” un pianista jazz, ma un creatore di mondi musicali complessi, nei quali ogni volta il colore del suono, la sua dimensione melodica e la sua caratura armonica sono elementi primordiali e insieme punto di arrivo, in una creatività circolare, sorvegliata e insieme esuberante, sofisticata e vagamente introversa. Nel confronto con la dottrina e l’invenzione bachiana, il suo processo creativo sembra mettere a fuoco inizialmente solo pochi elementi costitutivi ma subito li riallinea secondo un ordine nuovo, e li moltiplica incessantemente. Può essere l’impulso ritmico del Preludio in Do diesis, spostato in tempi dispari e in collocazioni subalterne, fino a diventare l’elemento ripetitivo del Rondò fuori posizione, mentre l’armonia si spinge in territori ricchi di asperità. Oppure il singolare elemento in sei note uguali ripetute che chiude il soggetto della Fuga in Sol minore, che dopo la lettura in versione originale immediatamente si trasforma nel basso ostinato di una sorta di variazione integrale spiraliforme, capace di spostare le coordinate “cartesiane” del contrappunto per inglobarle in un discorso unificato dal “pedale” eppure inesorabilmente in allontanamento dal centro focale del rigore bachiano. Oppure, infine, la ricchezza della vasta, complessa e magistrale pagina intitolata Toccata, che fa del leggero “walking bass” sotto la rarefatta invenzione melodica del Preludio in Re minore (Libro I) il punto di partenza per una formidabile incursione nella natura del suono pianistico. Qualcosa che non esalta solo il germe ritmico dell’originale ma si distende a tratteggiare piani coloristici in mutazione, sorretti da armonie inclusive e dinamiche, in continuo sottile divenire. In ogni caso, originalità, studio e rispetto per il magistero bachiano costruiscono insiemi diversi, svelano prospettive nascoste, rivelano paesaggi sonori insospettabili.

Quasi per esaltare la complessità del pensiero musicale “fissato” in queste partiture (il disco intitolato “After Bach” – edizioni Nonesuch – sarà disponibile dal 9 marzo ed amplia il ventaglio dei “confronti” offerti dal vivo), in concerto Mehldau costruisce intorno a questa musica un percorso improvvisativo originale. Le tre Improvvisazioni ascoltate al Ristori parlavano ovviamente lo stesso linguaggio del progetto generale, ma in certo modo regalavano un plusvalore proprio nello scarto inventivo di immediato appeal, che un jazzista anomalo come Mehldau altrove sembra concedersi con parsimonia. In questo caso, poi, il sapore dell’ascolto derivava anche dal confronto che l’esecutore continuamente rinnova con la tastiera e le sue diverse regioni espressive.

Ne è uscito un Bach visto più da vicino, ma ne è uscito anche un Mehldau più estroverso e comunicativo. E non è un caso che l’ultima improvvisazione si sia annidata fra il Preludio e la Fuga in La minore (secondo Libro) affermando definitivamente la natura di un gesto creativo-esecutivo che “discende” da Bach ma ne rappresenta anche un presupposto, una sorta di ideale introduzione. Il Ristori era gremito di un pubblico forse inizialmente un po’ circospetto, poi sempre più coinvolto e infine definitivamente riscaldato dal ricco apparato di bis, tre pezzi del Mehldau più “tradizionale”, meno sperimentale e più accattivante, ugualmente lucido e profondo, comunque dedito all’esaltazione dell’universo chiamato pianoforte. Conclusione fra le ovazioni.

(ph: Studio Brenzoni)

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