Elezioni, la Lega si è dimenticata dell’autonomia di Veneto e Lombardia

I referendum di ottobre ignorati dalla campagna elettorale, soprattutto dal Carroccio. Che è ormai nazionalista

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La questione delle autonomie regionali è completamente assente in una campagna elettorale caratterizzata da un vuoto rincorrersi di insulti e pettegolezzi. Senza adeguati punti di riferimento, si parla a vanvera di economia e di immigrazione, su cui peraltro i governi nazionali di oggi hanno un’autorità limitata. Si possono affrontare con maggiore o minore abilità, ma per economia e immigrazione non esiste una soluzione immediata anche se ciascuno propone retoriche, definitive e miracolose.

Silenzio assoluto invece sull’autonomia regionale e locale, nonostante il successo dei referendum dello scorso autunno in Veneto e Lombardia, due regioni che da sole rappresentano quasi un quarto della popolazione italiana e un terzo del PIL. Da quando nel 1994 è apparsa sulla scena politica la Lega Nord, unico partito dichiaratamente federalista, non s’è mai assistito a un maggiore accentramento. La Lega non è più nemmeno “Nord” e si dichiara esplicitamente un partito nazionale che ha rinnegato radicalmente le sue origini: l’ex padano secessionista Salvini riempie le piazze di Catanzaro!

Così che in Italia latita una cultura politica che sostenga le autonomie locali e regionali e si colleghi alla nobile tradizione federalista italiana ed europea. Non c’è in corsa per le elezioni alcun partito favorevole alle autonomie e federalista a livello europeo. Non possono esserlo i partiti conservatori di sinistra, di centro sinistra e di centro destra; non lo è nemmeno il 5Stelle, completamente privo, almeno per ora di una rete organizzativa locale e debole nelle regioni più desiderose di autonomia. Inoltre, l’incertezza dimostrata dai pentastellati nel prendere posizione sull’Europa, emerge nel momento in cui si parla di relazioni tra governi centrali e locali e di sussidiarietà, concetto fondamentale, ma ormai scomparso dal vocabolario politico di qualsiasi schieramento.

I sindaci e i governatori preferiscono andare a Roma con il cappello in mano a chiedere soldi piuttosto che battersi per ottenere più potere nel trattenere le risorse locali. Il successo del referendum del 22 ottobre, pur osteggiato da molti, ha dimostrato come nel Veneto ci sia un desiderio ancora forte di autogestirsi. In questi giorni il governatore Zaia – ex ministro della Repubblica in odore di ritorno – discute le prime “concessioni” del governo, ma molti temono già che si accontenti delle briciole proprio perché membro di un partito ormai votato al centralismo.

Eppure, anche da noi prende piede quell’atteggiamento, che una volta la Lega avrebbe definito, “meridionale” di aspettarsi tutto dall’alto, da un mitico e lontano governo colpevole di tutti i guai e allo stesso tempo ritenuto come unica soluzione di essi. I partiti preferiscono promettere fantasiosi redditi di cittadinanza, di dignità o elargizioni occasionali piuttosto che battersi per una maggiore responsabilità degli enti locali nel farsi carico direttamente dei problemi. Altrettanto si può dire per il rapporto tra stati nazionali ed Europa e sulla necessaria riforma di quest’ultima.

Si attinge a finanziamenti, soprattutto per infrastrutture ad alto impatto ambientale, inutili e travolte da scandali a ripetizione. Vari interventi nelle città vengono promossi e compiuti solo perché arrivano (o meglio ritornano) i soldi da Roma. Per realizzare il tram a Padova, per esempio, si devono seguire le rigide istruzioni del ministero che s’è già di fatto accordato con chi lo vende. Senza una più diretta relazione tra le imposte pagate e le opere da realizzare, si impongono spese che i cittadini pagano comunque ma non gradiscono e che spesso deturpano l’ambiente. Il Veneto e tutta Italia sono pieni di questi esempi che una maggiore autonomia consentirebbe di evitare.

(ph: Twitter -Matteo Salvini)

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  • sator

    In effetti al nord si finanziano solo mostri d’ingegneria dalla dubbia utilità (TAV, MOSE, pedemontana) e con tecniche di realizzazione (Project Financing) che eludono le norme sugli appalti pubblici. Ottimo sistema per veicolare tangenti ed arricchire gli amici e gli amici degli amici.
    Al contrario, le piccole, numerosissime opere che veramente servirebbero al territorio, parlo di circonvallazioni urbane, mobilità pubblica, impianti sportivi, istruzione, opere di difesa idraulica e idrogeologica, infrastrutture irrigue, ecc., non fanno abbastanza gola e pertanto nessun politico le sponsorizza.