Psicosi invasione? La soluzione è mettere i migranti a lavorare

In Italia la razionalità ha ormai abbandonato il dibattito sull’immigrazione. Le statistiche non servono più, conta la percezione

L’immigrazione è un grande, grandissimo problema in sè e non si sentiva la mancanza di tutte le squallide strumentalizzazioni che ne vengono fatte da alcune forze politiche. Ora, con le elezioni politiche incombenti, il problema ha perso ogni connotato di razionalità ed è diventato il randello con cui alcuni menano fendenti indifferenziati a dritta e manca. Purtroppo la gente che già di suo vede di malocchio ogni minima variazione dello status quo, si comporta come il toro davanti al drappo rosso del matador e scarica le sue idiosincrasie senza alcun distinguo.

Sappiamo bene che un vicino di casa o di pianerottolo che sia un foresto, uno non proprio cordiale, non omogeneo alla nostra cultura, ci rende inquieti quando, addirittura, irritati. Sappiamo che al lavoro, alla guida di una vettura o in pizzeria chi non si comporta secondo i nostri schemi, ci è inviso. Ho sentito gente, nel cui condominio era venuta ad abitare una famiglia del sud, riferirsi a loro in modo non proprio amichevole. Figuriamoci poi con tutte le persone straniere che sono arrivate da noi in questi ultimi anni, con il fatto che siano dei poveri disgraziati e che alcuni di loro compiano anche azioni riprovevoli nei riguardi di noi indigeni, cosa possa avere suscitato in tante persone non del tutto ben disposte verso “l’altro”. La gente non vuol sentire parlare di statistiche né di altri dati che diano un quadro preciso della situazione. C’è l’invasione e si salvi chi può.

E’ vero. C’è stato un momento in cui tutti i canali televisivi riproponevano ossessivamente le immagini dei barconi con tutta quell’umanità in pericolo e in molti c’era l’impressione di una imminente apocalisse. Per fortuna ora le cose sono cambiate e, nonostante le critiche strumentali al ministro degli interni Marco Minniti, le misure cautelative sono partite. Ci sono da creare in Libia dei centri raccolta nei quali gli ospiti abbiano un trattamento adeguato alla situazione critica e dà sollievo che il nostro governo, intervenendo con l’Onu, sia riuscito a far entrare in campo l’Unhcr, ente che garantisce le cose di cui sopra. Anche l’Europa si è sensibilizzata e, pur essendo difficile che gli organismi complessi si mettano in moto rapidamente, e si è finalmente capito che in casi come questi l’attivazione deve essere veloce ed efficace. Rimangono tuttavia due questioni fondamentali. La prima, di cui abbiamo già trattato in altri interventi, che riguarda l’azione nei Paesi di partenza e la seconda su cosa fare delle persone già nel nostro Paese e di quelle che arriveranno.

Questo ultimo punto merita una qualche spiegazione. Ad opinione di chi scrive, il governo fino all’arrivo di Minniti (se si eccettua la grande opera umanitaria svolta nel recupero degli annegandi) e le istituzioni periferiche (compresi i sindaci), non hanno dato prova di capacità gestionale. D’altronde, da chi non ha saputo trovare una soluzione accettabile per rom e clochard che pur hanno numeri esigui, come avrebbe potuto risolvere tutti i problemi relativi ad arrivi così pressanti e continui? Si è pure ascoltata la barzelletta, che in altro modo non si può definire, di Berlusconi che sproloquia sull’argomento – pur avendo il suo governo, in due situazioni, regolarizzato la posizione di quasi un milione di stranieri.

Tornando sul territorio e sulle nostre paure è evidente come tutta quella gioventù a bighellonare sulle strade, ospitata dallo Stato senza alcuna contropartita, con l’aggiunta di episodi di spaccio droga e furto di qualche borsa, hanno creato una psicosi difficile da rimuovere. Bastava che prefetti e sindaci avessero trovato un modo per occupare quei giovani togliendoli dall’ozio e i problemi si sarebbero ridotti di molto. Vorrei comunque ricordare ai miei concittadini che criticare, sport nazionale, è facile e comodo. Quando tocca invece proporre e realizzare, assumendosene la responsabilità, allora, quasi sempre, il re si esibisce nella sua nudità.

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