Procure gli avevano detto no. E l’ex boss ha fatto inchiesta rifiuti con Fanpage

Il pentito Perrella si era rivolto ai giudici di Napoli e Brescia. Retroscena dell’indagine giornalistica che ha fatto dimettere il figlio del governatore campano De Luca

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L’inchiesta online di Fanpage.it sta scuotendo la politica. L’hanno intitolata, all’americana, “Bloody Money”, e finora per fortuna il sangue che scorre è solo nelle parole del clima pre elettorale. L’inchiesta entra dritta nel giro d’affari dello smaltimento dei rifiuti e ha come protagonista Nunzio Perrella, ex boss camorrista, ex collaboratore di giustizia che veste i panni dell’agente provocatore o dell’infiltrato – vedremo più avanti la distinzione – che propone di occuparsi dei rifiuti. Tra le “condizioni” saltano fuori accenni e riferimenti nemmeno troppo velati a tangenti e spartizioni. La telecamera nascosta e la testimonianza del giornalista Sacha Biazzo, sempre presente sotto mentite spoglie, portano tutto a galla. Fanpage sta mettendo in rete le puntate una dopo l’altra, saranno almeno nove, forse di più, e le scosse di terremoto continueranno. Fanpage è il quotidiano online più letto d’Italia su Facebook. I dati di novembre 2017 rilevati da Audiweb confermano i 5,8 milioni di utenti unici giornalieri; segue Repubblica a 5,4, l’Huffington Post a 3,4, il Corriere della Sera a 3,1. Con “Bloody Money” è probabile che i lettori di Fanpage siano sensibilmente aumentati.

Questo per inquadrare. Ne parliamo qui per aggiungere qualche elemento, perché possiamo farlo. Chi scrive ha pubblicato giusto un anno fa un libro assieme a Nunzio Perrella, si chiama “Oltre Gomorra – I rifiuti d’Italia”, è stato edito dalla casa editrice napoletana CentoAutori, è quasi esaurito ma si può ancora trovare in giro (qui un approfondimento di Vvox). Il testo parte dalle dichiarazioni e dalle denunce di Perrella, che parla come collaboratore di giustizia e non come infiltrato. Ma il libro, appunto, va oltre, cercando di spiegare, al di là dei comportamenti criminali “basici” nel business dei rifiuti, i meccanismi perversi ad altri livelli: delle amministrazioni, degli enti locali, delle istituzioni, del Parlamento e perfino in certi casi della magistratura. Perrella è stato l’innesco di un tentativo di comprensione più approfondito, per rispondere alla vera domanda: perché non si è combattuta la “guerra dei rifiuti”? Non la si è persa, non è nemmeno cominciata una vera guerra. Scaramucce, tutt’al più. L’Italia era ed è continuata ad essere una pattumiera, l’illegalità non è stata sconfitta e “Bloody Money” ne è la prova lampante. L’autocitazione finisce qui.

Passiamo alla cronaca. Nunzio Perrella oggi è un libero cittadino, ha scontato tra arresti domiciliari e carcere 21 anni, ha constatato che tutto quel che aveva raccontato 25 anni fa non è servito a quasi nulla. La sua battaglia personale è sì di giustizia, ma anche per avere una nuova identità: come ex collaboratore della magistratura rischia la pelle. Ma la nuova identità non gliela danno, un po’ per motivi giudiziario-burocratici, un po’ perché Perrella ha esaurito il suo ruolo. E’ per questo che l’ex boss camorrista ha deciso di riavere un ruolo. Si è presentato ai magistrati di due procure, Brescia e Napoli, e ha offerto i suoi servigi. Esattamente: servigi. «Posso fare l’infiltrato», ha detto. Non l’hanno creduto, non l’hanno voluto. Eppure, il materiale non solo teorico c’era: imprenditori del nord, del centro e del sud lo cercavano ancora, senza essere sollecitati, per sistemare affari illegali. Secondo i soliti schemi noti, notissimi e sempre sfuggenti: cambio dei documenti di identità dei rifiuti, giro bolla con false fatturazioni, sversamenti illeciti. Questo ha raccontato ai magistrati Perrella. Hanno risposto «no grazie» per due motivi: perché non lo ritenevano affidabile e perché fare l’infiltrato è un ruolo delicato, riservato ai rappresentati della legge e non – quando mai? – agli ex camorristi. Così Perrella l’ha fatto con Fanpage, senza la copertura istituzionale. Ne è conseguita, per lui e i giornalisti del quotidiano online, l’incriminazione per induzione alla corruzione.

Soffermiamoci su alcuni particolari. Le procure interessate erano comunque state messe al corrente, in quel momento storico senza prove, dell’esistenza di condotte criminali attuali nel traffico dei rifiuti. Alcune in corso, altre potenziali. Perrella o non Perrella la “notitia criminis” c’era, pronta per sviluppare indagini autonome. Essendo affari in corso, un infiltrato avrebbe potuto aiutare: ci si sarebbe potuti servire di un infiltrato a termini di legge, cioè di un pubblico ufficiale. Non risulta sia successo. Quando Perrella si accorda con Fanpage, quindi senza copertura istituzionale, il suo ruolo scivola verso quello dell’agente provocatore, perché la testimonianza è giornalistica, e i giornalisti non hanno i poteri della magistratura o della polizia giudiziaria (intercettazioni, perquisizioni, interrogatori). Diventa pericoloso tout court, ma pericoloso anche dal punto di vista penale. Salvo che poi i risultati – rigorosamente al vaglio della magistratura – sono scodellati agli inquirenti. Dice il direttore di Fanpage, Francesco Piccinini, che la procura di Napoli era stata messa al corrente delle testimonianze raccolte e dei video girati per sei mesi in mezza Italia. L’inchiesta napoletana, con cinque pm coinvolti, è cominciata da lì, due mesi fa. O era cominciata – autonomamente – prima?

I giornali di questi giorni hanno dato con gran rilievo la notizia del terremoto politico suscitato da “Bloody Money”. Con atteggiamenti diversi e qualche titubanza, anche di grandi testate. C’è chi ripubblica sul proprio sito web i video “rubati” di Fanpage e chi no. Antonio Polito, vicedirettore del Corriere della Sera, pubblica un editoriale ma solo sul “Corriere del Mezzogiorno”. Un intervento così equilibrato da suggerire soprattutto cautela, cautela e ancora cautela. Parole sacrosante, sperando tuttavia che il suo augurio «di far piazza pulita di tutto questo malaffare» si riferisca alla corruzione della politica e non all’inchiesta di Fanpage e ai suoi modi che potrebbero anche essere giudicati eterodossi. E c’è di più: l’interesse suscitato è legato solo agli intrecci con la politica. Ma, ci siano o no questi intrecci, non dimentichiamoci che c’è tutto il resto: il traffico criminale e velenoso dei rifiuti continua a ritmi vertiginosi, esiste prima della politica, prospera e si diffonde. Va fermato dalla magistratura. Le collusioni con la politica sono l’anello di una catena che ne ha altri: industriali senza scrupoli, stakeholder, trasportatori, imprenditori delle discariche, perfino finanzieri.

Fanpage ha ricevuto la solidarietà di gran parte della stampa, dal presidente della Fnsi in giù, compreso Roberto Saviano che parla di «giornalismo anglosassone». Sarebbe stato bello che Saviano avesse letto il Perrella collaboratore di giustizia all’italiana, prima che diventasse agente provocatore all’anglosassone.

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  • zenocarino

    Quando il ruolo del giornalista diventa veramente importante