Confindustria, basta coi “piani quinquennali”

Analisi delle proposte lanciate a Verona: molto Stato, troppa subalternità a Ue-Bce, silenzio su banche, demografia e autonomie. E tanta filo-governatività

Richiestami una libera opinione sul “piano per cambiare l’Italia” avanzato da Confindustria a Verona, vediamo di analizzarlo. Il documento dovrebbe offrire, alla politica ed al Paese, un elaborato che dovrebbe rappresentare la sintesi del pensiero di 7.000 imprenditori riuniti su innumerevoli tavoli tematici. Il “piano di Verona” non promette poco: in cinque anni 250 miliardi di investimenti e la creazione di 1,8 milioni di nuovi posti di lavoro, l’aumento medio del 2% di Pil all’anno, con una riduzione del debito pubblico dall’attuale 131,6% al110,5% del Pil ed un aumento dell’export dal 31,7% al 34,8% sul Pil.
Il testo è centrato su sei assi e ridonda di retorica e accenni riguardanti un po’ tutti i temi, non scontenta nessuno, suona bene, trabocca di propositi spesso condivisibili ma privi di indicazioni per la loro praticabilità. Al netto di obiettivi fumosi e “trendy” fino alla stucchevolezza quali “inclusività”, “economie circolari”, “sostenibilità”, il piano quinquennale non intende in alcun modo rivoluzionare i meccanismi e le logiche della nostra vita economica.

SPREMITURA
Dal lato delle entrate, infatti, la voce principale è rappresentata dagli Eurobond, 58,5 miliardi su un totale di 251,5 miliardi di euro, fatto curioso se si pensa che i tentativi di emettere Eurobond sono sempre stati respinti da chi dovrebbe subirli, ossia la Germania, e la chiara sconfitta della Grosse Koalition alle elezioni, dove ha perso quasi il 25% a favore di partiti euroscettici e “rigoristi”, suggerisce di scordarsi definitivamente di tale strumento per il futuro. Anche le risorse derivanti dai fondi di Cofinanziamento Nazionale ai fondi europei, previsti in 30 miliardi, sembrano illusorie, considerato che la Ue ha sempre negato la possibilità di sottrarre ai vincoli del Patto di Stabilità tali spese. In totale, mancherebbero già 88,5 miliardi, cui è verosimile dovrebbero aggiungersi buona parte dei 51,1 miliardi recuperabili da una “Spending Review di legislatura”, anche a causa gli effetti depressivi sulla domanda interna indotti da tali misure. Le residue risorse per il “piano” dovrebbero derivare per ben 69,4 miliardi da nuove imposte, delle quali 24,4 miliardi derivanti da una “compartecipazione alla spesa al costo dei servizi pubblici” quali trasporti, scuola, sanità, e per 45 miliardi da un tutto da dimostrare “contrasto all’evasione” (“per restituire fiducia al sistema Paese”). Gli ultimi 38,1 miliardi dovrebbero derivare dalla vendita di patrimonio pubblico e dall’obbligo imposto ai Fondi Pensione ed alle Casse di Previdenza di investimento in “asset alternativi” costituiti da titoli di capitale e debito delle imprese oltre che in infrastrutture. Come si può chiaramente arguire, le previste risorse di 251,5 miliardi in cinque anni, si ridurrebbero a molto meno e per almeno metà sarebbero costituite da una ulteriore “spremitura” dei cittadini.

MINISTRO FINANZE UE?
Tuttavia, concedendole tutte per buone, come vorrebbe Confindustria utilizzare queste risorse al fine di ottenere gli obiettivi sopra dichiarati? La cifra di 106,8 miliardi sarebbe destinata a nuovi investimenti pubblici, da parte di Stato e Ue, oltre a 15,6 miliardidi investimenti privati. Soli 16,7 miliardi si indirizzerebbero a ridurre il debito pubblico che, evidentemente, subirebbe la prevista riduzione percentuale sul Pil solo grazie ad incremento di quest’ultimo. Alla riduzione del costo del lavoro, ad Industria 4.0, all’azzeramento degli oneri sui premi di risultato andrebbero 59 miliardi. Alla riduzione della pressione fiscale generale andrebbero soltanto 17,2 miliardi. Grande parte delle risorse sarebbero indirizzate a programmi specifici, agevolazioni.
A coronamento e garanzia della praticabilità del suo piano, Confindustria invoca nientemento che l’istituzione di un Ministro delle Finanze Ue, indipendente dagli Stati membri, con risorse proprie ai fini di politiche di stabilizzazione e che possa incidere direttamente sulle leggi di bilancio nazionali, rispondendo a non meglio precisati “cittadini europei”.
Al termine della lettura del documento confindustriale di 28 pagine, l’impressione netta è che questo piano non sia tanto il frutto del migliore pensiero industriale, quanto l’espressione di un sindacato fortemente condizionato dalle aziende di proprietà dello Stato che sono le associate più potenti. La pressione fiscale non è considerata il male da curare con mano ferma e decisa, anzi, uno strumento da riequilibrare in una logica di ulteriore inasprimento.

NEO-DIRIGISMO
La visione è chiaramente quella di uno Stato dirigista, consociativo e protagonista della vita economica. Confindustria propone la ripresa di investimenti pubblici indirizzati ad un “modello di economia sostenibile e circolare”, ma non è dato sapere quale contenuto concreto si possa dare a queste definizioni, normalmente usate dai professionisti della convegnistica e del marketing. Si chiede una “seconda fase di incentivazione” che faccia fare “un salto di qualità” nei prossimi anni ai processi industriali che dovrebbero passare “dalla macchina alla fabbrica 4.0”. In questo campo, ci sembra che qualsiasi forma di “incentivo” ripeta l’errore di sempre, recentemente visto con le “leggi Tremonti” o con gli incentivi al “solare”, quello cioè di interferire nei normali processi di evoluzione ed innovazione delle aziende, sovreccitando nel tempo considerato gli investimenti in specifici settori. Le industrie conoscono perfettamente le opportunità di innovazione offerte dal progresso tecnologico, visitano le fiere e sono regolarmente visitate dagli innovatori, il punto è che i loro margini operativi sono schiacciati dall’inefficienza dello Stato e del sistema italiano nel suo complesso, incluso quello finanziario e bancario, fatto che riduce il loro potenziale ordinario di aggiornamento tecnologico. Abbiamo bisogno di normalità, non di misure straordinarie e compresse nel tempo, e non abbiamo certamente bisogno di qualcuno che venga ad insegnarci come innovare.

SANTISSIMA BCE
Nonostante i continui richiami alla sostenibilità, si finge di ignorare l’insostenibilità delle politiche della Bce, che negli ultimi sei anni hanno permesso all’Italia di continuare ad indebitarsi rinviando al futuro ogni resa dei conti con i mercati e con i propri problemi. La fine degli eccessi di espansione nelle politiche monetarie ed il corrispondente aumento dei tassi sono già avviati ed avranno effetti molto pesanti sulla situazione italiana; appare irragionevole non tenerne conto e proiettare i prossimi cinque anni in uno scenario che è la replica dei precedenti. La moneta unica, invece, è descritta come “un bene pubblico condiviso” che va “tutelato con più forza” anche attraverso “nuove istituzioni”. E’ tale il tifo per la moneta unica da ignorare completamente i gravissimi squilibri provocati dalla stessa all’interno di Eurolandia e la drammatica deflazione interna al nostro paese; “l’Italia”, dice Confindustria “ha superato la crisi globale senza incorrere in aiuti esterni”, dimenticando il “whatever it takes” e le centinaia di miliardi di titoli di stato italiani acquistati dalla BCE di Draghi in aperta violazione del divieto di mutualizzazione dei debiti pubblici. Nessun cenno sulla sella esplosiva situazione dei rapporti di debito/credito tra le banche centrali nazionali e la Bce.

AUTONOMIA LOMBARDO-VENETA, CHI L’HA VISTA?
Il “Piano” evita di fare i conti con la montante richiesta di autonomia che viene dalle regioni più duramente penalizzate dalle politiche di redistribuzione territoriale che, a loro volta, uccidono la vitalità delle regioni destinatarie. Lo straordinario fatto storico del referendum lombardo-veneto è totalmente ignorato. Il federalismo e la revisione della architettura costituzionale ed istituzionale ottengono vaghi accenni, subito contraddetti dalla richiesta di “ampliare le materie attribuite alla competenza esclusiva dello Stato”.
In materia di demografia, nessuna visione incisiva e risolutiva; qui la inadeguatezza e la povertà delle proposte confindustriali si dimostrano a pieno, dato che proprio in questo campo i datori di lavoro potrebbero giocare un ruolo decisivo e “rivoluzionario” solo se avessero il coraggio di chiamare i lavoratori e lo Stato ad un “patto per la maternità” che ponga le nascite al centro del mondo lavorativo, attraverso il prolungamento dei periodi di congedo parentale, l’erogazione di indennità supplementari, la tutela senza condizioni della filiazione.

SILENZIO SULLE BANCHE
Di Npl, crisi bancarie, politica nazionale e comunitaria in materia, praticamente, non si parla, confermando la convinzione che Confindustria condivida la politica dell’attuale governo e quella presente e futura della Ue; d’altronde, la stessa Confindustria di Vicenza, una settimana fa, si è espressa sorprendentemente a favore di un reincarico a Gentiloni ed il suo governo nonostante la disastrosa azione dello stesso e del governo di cui è continuazione, che negli ultimi tre anni hanno portato alla scomparsa delle più importanti banche del territorio, all’azzeramento di un patrimonio costruito in generazioni, e ad una pericolosissima concentrazione in capo ad un unico soggetto, Intesa, di quasi il 50% del mercato. E’ difficile capire se tale posizione risenta delle gravi corresponsabilità per l’avere mantenuto un rapporto malsano ed incestuoso all’interno delle banche stesse, in aperto conflitto con gli interessi degli associati.

MOLTA “SOSTENIBILITA'”, ZERO LIBERTA’
Chi scrive si rifiuta di pensare che quello espresso nelle 28 pagine di Verona sia davvero il pensiero degli industriali privati italiani, nemmeno quello dei presenti a Verona che, in buona fede, finiscono per avallare la posizione politica della struttura e delle imprese di proprietà pubblica, oltre di quelle private che ormai non possono o non sanno fare a meno di un rapporto simbiotico con lo Stato. L’analisi del testo è rivelatrice: nel mentre il documento riporta la parola “sostenibilità” per ben tredici volte, mai si incontra la parola “liberalizzazione” nè “libertà”.

(ph: https://bostonraremaps.com)

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