La prima a indagare Zonin, il ritorno della Carreri

Venne buttata fuori dalla magistratura da Bellomo, il giudice radiato. Il ministro Orlando starebbe per reintegrarla

Rumors affidabili arrivano da Roma: prima delle elezioni ci sarà un provvedimento su Cecilia Carreri, il magistrato ora ex che di fatto più di quindici anni fa stava per togliere il tappo al vaso di Pandora della Banca Popolare di Vicenza e ai suoi miasmi. Quel tappo che molti, colleghi di Vicenza, banchieri, magistrati del Consiglio Superiore della Magistratura e del Consiglio di Stato hanno concorso a rimettere in fretta, con i danni incalcolabili che sappiamo. La signora oggi è solo una signora, con un cappotto cammello che nasconde un peso grande così: perché non mi vogliono più in magistratura? E’ stata di fatto estromessa con un rigetto definitivo del 2011, ma non si è arresa. E siamo all’epilogo: a momenti ci sarà la decisione del Csm o del ministro della giustizia Andrea Orlando (Pd) che porrà la parola fine a un contenzioso che descrive un mondo giudiziario per certi versi allucinante: costellato di errori, sviste, omissioni, sensibile ai refoli della politica, ma soprattutto abbarbicato alla forma e non alla sostanza.

Allora, reintegro all’orizzonte? Interpretano gli ottimisti che fiutano l’aria: a Roma hanno capito che nel disastro banche venete, disastro economico ma anche giudiziario e politico, la figura di Cecilia Carreri, arrivata da lontano, assomiglia sempre più, oggi, a quella di Giovanna d’Arco. I defraudati delle banche venete chiedono il suo ritorno, l’hanno fatto con cartelli e slogan e con decine e decine di messaggi a lei. Quindi, a un passo dalle elezioni, un provvedimento di reintegro potrebbe placare le folle (di votanti) inferocite e portare qualche consenso. Ci sta pensando Orlando, al quale – dicono – potrebbe aver dato un utile consiglio lo stesso premier Gentiloni. Ci sta pensando il Consiglio Superiore della Magistratura, che un paio di giorni fa si è visto recapitare per corriere urgente l’ultima memoria scritta da Carreri, dopo aver ricevuto nell’ottobre scorso l’ennesima istanza che chiede la riammissione in magistratura, uguale a quella inoltrata al ministro. Che sia la volta buona?

Di sicuro è l’ultima, perché finora in nove anni di iter giudiziario amministrativo pareri, decreti e sentenze si sono succeduti con un unico risultato: Carreri, per lei non c’è posto. «Ma con errori così clamorosi – si infiamma ancora lei – che avrebbero dovuto accorgersene da soli. Talmente evidenti che sembrano voluti, e che comunque dimostrano colpevole sciatteria. Altro che competenza». Le guance ancora si imporporano, quando pensa a quella decisione del Consiglio di Stato che nel 2011 rigettò ogni sua richiesta. Entrare nei dettagli di un batti e ribatti giudiziario che tutto è meno che lineare, è semplicemente impossibile: basti pensate che la cronistoria di questo contenzioso, approdato anche alla commissione parlamentare giustizia, pubblicata il 17 gennaio 2017, occupa cinque pagine fitte fitte, e si tratta solo dell’elenco di atti giudiziari contrapposti. Spiace dirlo, ma Kafka era un dilettante.

E chi era il firmatario di quella decisione che inibiva per sempre la toga di magistrato all’ex collega Carreri? Vien da sorridere: Francesco Bellomo. Sì, quello che come direttore della scuola di formazione per magistrati “Diritto e scienza” imponeva il look delle allieve: trucco, calze fashion, gonne corte corte, tacco 12. Quello che sentenziava (di sé): «Sono un genio»; che informava: «Ho un QI 188, la media è 100». Quello espulso il 12 gennaio di quest’anno dal Consiglio di disciplina della giustizia amministrativa, organo di autogoverno di Tar e Consiglio di Stato, che ha deciso con 13 sì e un astenuto. Destituito dalla magistratura. Radiato. Ovviamente non c’è alcun nesso tra la sentenza del 2011 anti-Carreri e le disgrazie successive di Bellomo. Ma il ministro, e il Csm, si trovano ora a decidere sulla base del pronunciamento di un giudice radiato. Può avere il suo peso. Al di là del merito: a quanto dicono le carte, pare che il «preparatissimo» Bellomo abbia ignorato le date esatte di ben due revoche delle dimissioni comunicate da Cecilia Carreri.

Forse per l’ex magistrato è cominciato il conto alla rovescia: «Ho ancora nell’armadio la mia toga, non l’ho più messa da dieci anni, è come nuova. Avevo già comperato i cordoni d’oro per lo scatto di anzianità e la nomina a consigliere di Cassazione… In questi anni, per difendermi, ho dovuto fare il magistrato senza esserlo. Mi hanno strappato via dal lavoro che amavo di più, da anni chiedo di annullare le dimissioni e rientrate in servizio». Quei pochi giorni di regata in barca a vela le sono costati il posto: «Ma ero in ferie! E dalla mia avevo un pacco così di sentenze della Cassazione, ignorate». Diventano intuibili le ragioni del siluramento: opporsi all’archiviazione dell’indagine su Popolare di Vicenza e il suo presidente Gianni Zonin nel 2002, processo durato fino al 2009, era lesa maestà. «Di Bellomo dopo un mese non si ricorda più nessuno. Io ho subito un accanimento mediatico e interno durato dieci anni. Ma adesso le cose sono diverse: questo caso va oltre la mia persona. Riguarda il funzionamento della giustizia, dei ministeri, del CSM».

Tempi duri, quelli dell’inchiesta sulla Banca Popolare a Vicenza. Erano gli stessi tempi degli attacchi di Berlusconi alla magistratura: «Vogliamo la liberazione dall’oppressione della magistratura» (2007), «L’anomalia italiana non è Silvio Berlusconi, ma sono i pm e i giudici comunisti. I pm sono la vera opposizione nel nostro Paese» (2009). Ma più ancora per l’atmosfera a palazzo di giustizia e fuori. «Il tribunale era un isolato più in là di Palazzo Thiene, sede della Popolare. Ma io Zonin non l’ho mai visto». Mica tutti come lei: non era raro vedere il presidentissimo, ormai signore della città, a cena con amici magistrati. C’era chi andava a caccia con lui, chi andava in vacanza nelle sue tenute. Lo sapevano tutti, magari non si può dimostrare, e che male c’era? Quello di un’inchiesta insabbiata, anche fuori Vicenza. Quando la procura di Venezia sostanzialmente dice «brava Carreri» e impugna l’archiviazione, il tribunale lagunare lascia in sonno il procedimento per quattro anni… E se le contiguità amichevoli sono vere ma indimostrabili, le assunzioni di magistrati, ufficiali della guardia di finanza, funzionari fuorusciti da Bankitalia sono dimostrabilissime, con tanto di stipendi. Carreri: «Negli anni in cui subivo un accanimento senza precedenti, fino alle dimissioni, Zonin espandeva il suo impero, andava sempre più su. Era riuscito a formarsi una rete di protezione che è durata anni. Quando arrivavano gli incaricati delle ispezioni dalla Banca d’Italia, venivano accolti dagli ex colleghi e si abbracciavano».

Oggi siamo al redde rationem: «Vorrei tornare a testa alta. Chiedo soltanto giustizia, sarebbe un risarcimento morale. E poi, non c’è bisogno di magistrati, soprattutto a Vicenza? Quello che ho visto allora è esattamente quello che c’è adesso, tutto si è verificato puntualmente». Cecilia Carreri spera, con realismo. Questione di giorni, conto alla rovescia. Anche per la seconda edizione del suo libro uscito l’anno scorso, “Non c’è spazio per quel giudice” (Edizioni Mare Verticale): «Aspetto la decisione che arriva da Roma, se mi reintegrano o meno. Comunque vada, la scriverò, è l’ultimo aggiornamento. Da quando lo saprò, in dieci giorni il libro esce. Ci sono cento pagine in più della prima uscita: tante cose nuove su Zonin, le sue società, sulla banca, sui sistemi, anche sui servizi segreti. Non sono più un magistrato, ma le inchieste so farle».

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