Il signor Mario Rossi: pseudonimo da uomo medio, grande scrittore

La non-storia di “Tre Io” è geniale. Come un Bukowski o un Bernhard, l’anonimo autore è un esempio di stile e impietosa potenza

Al diavolo i libri appena usciti. Al diavolo quelli nelle vetrine. Al diavolo i titoli di cui si parla su tutti i giornali della gente perbene. Al diavolo quelli recensiti dagli amici degli amici. Ma, soprattutto, al diavolo i testi consolatori e con la giusta dose di glucosio, buoni per anestetizzare il lettore, quasi fossero psicofarmaci. La letteratura è un esercizio per persone che non sentono l’obbligo di essere a posto con il mondo. Una pratica per masochisti, insomma. Per quanto meno patetici di quelli che amano farsi sferzare dalla frusta. Tutto il resto sono buoni sentimenti spacciati per arte. Come avrebbe detto Céline: «non sono più romanzi quelli che pubblicano, ma tanti compitini!… compitini sarcastici, compitini archeologici, compitini proustici, compitini senza capo né coda, compitini! Compitini nobelici… compitini anti-razzisti! Compitini per piccoli premi! Compitini per grandi premi!».

In poche righe, ecco sintetizzata l’odierna letteratura italiana (e non solo). Se guarderete in filigrana le parole, vedrete anche le facce degli autori, dagli Strega(ti) vari (e avariati) all’ultimo Premio Nobel – neanche ve lo ricordate il nome, vero? –, passando per i nostri campioni comodamente dimoranti nell’inespugnabile fortezza di La Repubblica e L’Espresso. È proprio per andare contro questa marmaglia che qualunque lettore con un minimo di cervello dovrebbe di tanto in tanto sfogliare il catalogo della NeoEdizioni. Difficile dire se ogni pubblicazione sia un colpo da maestro, ma hanno tra i loro titoli Krauspenhaar e un altro gioiellino da leggere assolutamente, se amate per esempio uno scrittore come Houellebecq.

Si tratta di Mario Rossi e il suo Tre io. Se poi vi state chiedendo chi sia questo romanziere con il nome comune per antonomasia, sappiate pure che non esiste alcun autore che si chiami così. Mario Rossi è uno pseudonimo. Cosa si nasconda dietro nessuno lo sa e le voci in merito sono diverse. Per fortuna, il lettore più serio è poco interessato a queste faccende gossipare. Chiunque sia comunque, una cosa è certa, possiede del genio. Tutto in questo suo unico romanzo lo prova, a partire dalla scelta tipografica di dare voce ai suoi tre personaggi attraverso tre font dai diversi colori. Ma questo aspetto, per quanto originale, di per sé non basterebbe a decretare niente e men che mai il capolavoro. Per riscontrarlo, vi basterà leggere.

Noterete – chi lo noterà, ovviamente – che l’autore intercetta subito la cifra fondamentale dei migliori romanzi, dal primo ’900 in poi, ovvero l’assenza di una vera e propria storia. Avrete tutti incidentalmente fatto caso che oggi si tenta pietosamente, per ridare un po’ di verve al nostro vivere snervante e sciatto, di rilanciare grandi narrazioni di stampo ottocentesco, palesemente fuori tempo massimo. Al contrario, Rossi ha compreso bene la lezione che comincia con il Sartre di La Nausea (“Io non ho mai avuto un’avventura”) e arriva fino al Houellebecq di Estensione del dominio della lotta, ossia l’idea che, come dice quest’ultimo: “le relazioni umane divengono progressivamente impossibili, fatto che in proporzione riduce la quantità di aneddoti di cui si compone una vita. E a poco a poco appare il volto della morte, in tutto il suo splendore”. Quindi aspettatevi pure una storia in cui sembra sempre che stia per succedere qualcosa che poi puntualmente non si verifica. Una non storia, insomma, o, per dirla con il titolo di un vecchio romanzo di Tiziano Sclavi, una storia in cui “non è successo niente”.

In una imprecisata città italiana, tre persone (una moglie frustrata, un cassaintegrato, e un misantropo, di cui però scoprirete solo alla fine la reale identità) decidono di concedersi una notte brava, tra discoteche e bettole, sbevazzando, incontrando sconosciuti, intrattenendosi in discussioni spesso spiacevoli, ma dolorosamente sagge. Il primo ad apparire, che poi è anche quello la cui reale natura verrà svelata solo in chiusura del romanzo, è veramente una figura per cui la letteratura italiana non ringrazierà mai abbastanza Mario Rossi. Anche gli altri due sono interessanti, ma lui è proprio superlativo, incomparabile. Non è solo un personaggio, è un piccolo compendio di aforismi dalla profondità pascaliana, con una forza che sembra data da un improbabile incontro tra l’orrore di esistere di Thomas Bernhard e il cinismo di Charles Bukowski (“Sono ciò che più odio. Sono portatore sano d’immondizie. Ho il superfluo in me. Sono un fabbricante d’inutilità e come me tutti gli altri. Come può un essere umano piacersi? E come fa a proporsi agli altri, ad offrirsi conoscendo la propria putredine interiore?”).

Meglio mettervi in guardia: grazie al cielo, il personaggio è tutto fuorché politicamente corretto. Questo, tanto per fare un esempio, ciò che dice di una barista: “Di certo ha avuto una vita facile. Ogni problema superato con quel sorrisetto idiota, ogni difficoltà affrontata con negligenza, ogni avversità scavalcata grazie al semplice assunto di possedere una vulva”. Inutile ribadire che potrebbe turbare un certo tipo di anime belle. Ancora più inutile aggiungere che costoro potranno sempre rifarsi con Dacia Maraini che dice altrettanto male degli uomini, ma lo fa senza alcuno stile. E di stile, potenza, grandezza nella prosa e impietosa conoscenza dell’animo umano, questo autore ne ha da vendere – ma non ditelo a Baricco, che poi altrimenti gli entra in casa di notte, credendo che si possa trafugare.

Per farla breve, Mario Rossi, chiunque tu sia, grazie. E voi che state ancora a sentirmi, leggetelo… QUESTA VOLTA È UN ORDINE!

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