Domenico Zonin: «mio padre soffre, BpVi ci ha danneggiati»

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«Quella banca ci ha portato solo guai, fin dall’inizio». Inizia così l’intervista a Domenico Zonin di Repubblica in edicola oggi, a firma di Franco Vanni. «Ricordo il pranzo in cui mio padre ci disse che sarebbe voluto diventare presidente della Popolare di Vicenza. Lo ascoltai fino in fondo, poi gli dissi che era una pessima idea, che non ero d’accordo e che non doveva farlo. Avevo 23 anni, era il 1996. Non mi rispose niente. Conoscendolo, non mi aspettavo nulla di diverso».

Testardo sì ma «un buon padre anzitutto che oggi è un pensionato e in passato è stato tante cose. Ha cresciuto me e i miei due fratelli in paese, senza televisione, iscritti a scuole pubbliche. Ed è stato un grande imprenditore. Anche se è sempre stato un accentratore e non ascoltava nessuno. E voleva che fosse evidente a tutti, anche all’esterno. La faccia doveva sempre essere la sua, anche quando non aveva meriti reali».

Una cosa che, secondo Domenico, suo padre non è mai riuscito a fare è «scegliere le persone. Avevo 19 anni quando mi presentò il nuovo direttore marketing dell’azienda vinicola. Mi misi le mani nei capelli. Ma Gianni Zonin funziona quando fa da solo, quando deve delegare non funziona più. In banca non poteva fare tutto lui, non era il suo campo, non era la sua proprietà. Io e i miei fratelli, Francesco e Michele, siamo diversi».

Alla domanda quanto la BpVi ha aiutato i Zonin, Domenico risponde: «siamo cresciuti nonostante la Popolare. Storicamente è al quinto posto per importi fra le banche che ci hanno concesso affidamenti, non è mai stata strategica. E infine ci ha danneggiati. Il crac dell’istituto ha bruciato 22 milioni di euro di azioni che avevamo acquistato e l’inchiesta penale su mio padre ha sporcato il nostro cognome tanto che diverse società di comunicazione ci hanno consigliato di cambiarlo. Ma non esiste anche se riceviamo lettere di insulti e i giornalisti esperti di vino cancellano le visite nelle nostre cantine. Da un punto di vista di immagine paghiamo il conto di un signore, mio padre, che è stato azionista di minoranza e che ha avuto casini personali. Essere suoi figli negli ultimi anni ci ha danneggiati».

Poi Domenico chiarisce la questione del passaggio di quote da Gianni Zonin ai parenti fra il 2015 e il 2016 che, secondo il giudice, è stato fatto per evitare di restituire i soldi ai soci. «Era previsto già nel 1996 che il passaggio si sarebbe completato nel 2016 che è avvenuto gradualmente. Avesse voluto imbrogliare, non avrebbe certo trasferito gli asset con atti notarili diretti e trasparenti. Quanto alle intestazioni degli immobili, sono state scelte sue, noi non gli abbiamo chiesto nulla. Era e resta un suo problema».

Domenico Zonin conclude l’intervista spiegando cosa vuol dire oggi portare quel cognome a Vicenza. «Non è facile. Non sono scemo, vedo come mi guarda la gente. Io sono figlio di Gianni Zonin e lo sarò sempre. (…) Per mio padre camminare in centro sarebbe impossibile. E’ stato condannato dalla città il giorno dell’apertura dell’inchiesta. Oggi ha ottant’anni, non lavora più, sta con mia madre e soffre. I processi ci diranno se valeva la pena di tanta sofferenza o se sta pagando colpe non sue».

PH: Facebook Zonin

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  • Michele Accatino

    Bè dai …. se ne è tirati veramente tanti dietro a soffrire … Poi il dolore non è facimente misurabile .