Tre poetesse liriche. Ma ognuna a modo suo

Ecco la candida De Gennaro, la sanguigna Palomba e la saggia Biagioli Spadi

Molte poetesse, oggigiorno, si somigliano per certi versi. Sono quasi tutte liriche, ma ognuna lo è a modo suo. È una questione di età, scuola, temperamento. Meglio comunque evitare lo psicologismo che va a caccia delle ragioni latenti e limitarsi alla presa d’atto delle peculiarità di ciascuna.

Tra le ultime pubblicazioni che si segnalano come ascrivibili a questa grande categorizzazione, la prima è Damiana De Gennaro, una giovanissima poetessa che esce nel 2017 per l’encomiabile Raffaelli Editore, con Aspettare la rugiada. Il testo vede in apertura niente meno che la prefazione della lirico-sentimentale italiana par excellence, Isabella Leardini. Inutile nascondere la filiazione diretta e il legame tra l’autrice dell’oramai best seller poetico La coinquilina scalza e la De Gennaro. “I libri dialogano da sempre”, come scrive la Leardini e sarebbe difficile darle torto. Ha ragione anche quando, senza falsa modestia, parla del “prodigio del suo sguardo su un’altra giovinezza”. Qualche detrattore sogghignerà maligno, ma sono rischi che si corrono – e poi i detrattori, come i nemici, si sa, più sono, maggiore è l’onore che se ne ricava.

A ogni modo, l’allieva poetessa ha una sua autonomia, questo è indubbio. Rispetto alla sua maestra ha forse un maggior candore e l’animo incontaminato della giovinezza, mentre la prima, per via del brutto scherzo della sorte noto con il nome di “maturità”, è più dolorosa. Si potrebbe dire, sempre procedendo per comparazione, che i canzonieri delle due si completano a vicenda: quello della più giovane racconta l’amore che è ancora pieno di slancio, in cui la difficoltà è propulsione e motivo di sogno, “una specie di limpida iniziazione”; quello della maestra, pur non avendo smarrito il massiccio portato romantico, lo si sente boccheggiare nell’arsura infernale della disillusione.

Certo, non tutto è perfezione in Aspettare la rugiada. Qua e là, uno stridore pulsa fastidioso all’orecchio. Più di frequente, però, il verso induce il cuore del lettore a schiudersi in una sorta di placidissima dolcezza. Viene quasi da sospirare in preda allo struggimento, da accarezzare le pagine (“ma lei fa la pioggia che mi tiene/ attaccata al finestrino,/ e incide il suo sorriso/ alla radice di ogni fuga”). Un testo consigliato per rivivere la cronaca di come nasce nell’essere umano la pulsione all’amore e dimenticarsi per un attimo della sua ineluttabile corruzione (“quando la mia bocca/ chiede la sua voce/ le ripeto, senza fretta,/ che nelle risposte che non dà/ c’è la cura necessaria/ a quella strana malattia…/ allora le mie labbra/ si chiudono nei sassi/ e non chiedono parola/ nemmeno più al respiro”).

La seconda poetessa, Ilaria Palomba, con Mancanza, Augh Edizioni, 2017, quanto a impeto lirico non è da meno della De Gennaro. Eppure, la differenza che corre tra le due, a livello tematico, è abissale. Se l’ultima contempla appena lievi sfumature di malinconia al suo orizzonte, la Palomba – come autrice – è invece un animo atterrito e dilaniato. Già l’esergo, che vede una poesia di Emily Dickinson, non lascia adito a dubbi: “Ogni istante di estasi/ Lo si paga in angoscia”. In generale, la forza di questa autrice si palesa in misura minore nella tenuta generale del testo che pure, bisogna dargliene atto, ha una coerenza di visione assoluta.

Ma la potenza del suo verso è sanguigna, viscerale, paragonabile a quella di un pugno tirato col cuore. Può funzionare solo per illuminazioni, epifanie. La Palomba non è fatta per trattare tematiche, ma per raccogliere lampi di visione e gettarli in faccia al lettore. Quando non lo fa, il pensiero prende il sopravvento sull’emozione (“Non ho imparato a vivere./ Evado qualunque confronto/ e forse sono capace di amare/ soltanto chi muore”), l’energia delle immagini si stempera nella necessità di comunicare. In altre parole, perde mordente se cerca di chiarire perché la vita le risulti impossibile, mentre dà il meglio di sé quando rende la confusa sensazione che la attanaglia e che è il vero sale della poesia, oltre che il motivo per cui un poeta dovrebbe sempre tenersi a debita distanza dagli psicologi (“Voi la cercavate in mistiche orientali,/ io nelle foglie d’inverno,/ sulle stesse note fracassate/ spaccavamo le dita con le pietre,/ poi dovevo fingere fossero stati i lupi/ e imprigionarli nelle cripte della memoria./ Abbiamo attraversato gli oceani di notte,/ su quattro ruote rotolando/ abbiamo celebrato profane iniziazioni,/ ho guardato i disegni sulle mani tue,/ avevi l’odore delle foglie,/ potevamo dimenticare la parola,/ viverci nel suono, deformare i corpi,/ scagliarci a picco sulle macerie,/ potevamo mille volte fingere di morire/ per resistere alla luce/ tra le pietre ferite dal sole”).

L’ultima poetessa, che è anche quella a stare più indietro nell’ordine generazionale, è Adua Biagioli Spadi, con Il tratto dell’estensione, La Vita Felice, 2018. Idealmente, per tematiche e stili, la Spadi si pone come il punto di incontro tra le due sue colleghe. In lei, il dolore si acquieta nella saggezza degli anni accumulati divenendo una dolcezza e un romanticismo nuovi – la maturità è un modo diverso di vivere il già vissuto, dandogli connotati altri (“Dagli scomposti sensi della nuvola/ prende forma l’astratto ricomporsi, ariette nuove/ resta il volto frastagliato dell’amore/ oltre il sasso nero,/ secolare aggrumo di un evento fermentato./ Ripartirò da qui, dall’incendio dei colori/ luoghi incerti della brezza”). È una sorta di inedita geometria entro cui la violenza dionisiaca dell’esistenza trova la sua forma apollinea di contenimento.

Certo, resta comunque la tendenza entropica al disfacimento. Il tracollo è ancora un rischio e l’inquietudine una costante (“Sempre la fragilità si dirige sommessa alla deriva/ nello slaccio d’abbandono del sentire,/ è la lacrima a cogliere la perfetta stanza/ della noncuranza,/ incauto nascondiglio della goccia/ il passaggio della scesa,/ là dove l’arrestarsi precede il dardo, la caduta/ l’affidarsi estremo, disorientato abbraccio”). Ciò non di meno l’autrice, parafrasando Rimbaud, mantiene il passo conquistato.

 

Tags:

Leggi anche questo