«Giovani maschi: più social, più soli, meno fertili»

Il tasso di fertilità in calo prova la crisi dell’identità maschile. L’andrologo Foresta: «per reazione si coltiva una maschilità da duri, anzichè le relazioni autentiche»

E’ ormai da un bel po’ di anni che circola l’espressione “crisi del maschio”, praticamente un nuovo luogo comune. Il che ne rafforza il potere negativizzante, invece di indurre i maschietti, specie i giovani, a riprendersi. Però senza prima aver ben compreso di cosa si stia parlando, difficile organizzare la riscossa. Per questo è bene partire dai dati scientifici. L’altro giorno Milena Gabanelli sul Corriere della Sera approfondiva il tema basandosi su quello di una recente ricerca della rivista Human reproduction update: nel 1973 gli uomini avevano 99 milioni di spermatozoi per millilitro di liquido seminale, nel 2011 si sono pù che dimezzati crollando a 47,1 milioni: meno 59,3%. Un tasso di fertilità che da solo dice tutto.

STILI DI VITA
Ma dice anche niente. Nel senso che bisogna spiegarne le cause. E per questo siamo andati a sentire il massimo andrologo italiano, Carlo Foresta, che insegna all’università di Padova e guida la Fondazione Foresta Onlus. «Gli stili di vita incidono negativamente», esordisce il professore, «lo vediamo nell’obesità, di cui soffre il 20% in chi ha fra i 18 e i 35 anni; nell’abuso di alcol e fumo soprattutto nel weekend, diventato un terreno senza limiti; negli stupefacenti, in cui si registra una diminuzione delle sostenze chimiche, come eroina e cocaina, e un aumento della marjiuana: ormai oltre il 50% dei ragazzi ne fa uso, e questo anche per il messaggio di liberalizzazione che è passato». Fin qui, a parte percentuali e tendenze inedite, nulla che non si sia già sentito. Ma poi vengono le novità: «il computer, specie se usato sulle gambe, e il telefonino, che più vicino è alle gonadi e più è pericoloso, sono strumenti che possono fare danni. Molto sottovalutate poi le malattie sessualmente trasmissibili, come il papilloma virus». Se invece andiamo sui fatto ambientali, come l’inquinamento atmosferico, Foresta stoppa subito il discorso: «qui però il singolo non può fare nulla». Tipico caso di impotenza è il rischio, tutto ancora da verificare, e tutto veneto, dell’infiltrazione da pfas nell’acqua pubblica: «dal punto di vista solo sperimentale, impediscono al testosterone di espletare la sua funzione, ma è ancora presto per trarre conclusioni».

MASCHIO VIOLENTO NON E’ FORTE
Sono gli aspetti sociali e culturali a fare la differenza: «i cambiamenti in questo campo hanno modificato i ruoli di maschio e femmina nella società: basti pensare per citarne solo alcuni all’indipendenza economica della donna grazie all’accesso al lavoro, alla parziale indipendenza tra sessualità e procreazione grazie all’avvento dei metodi contraccettivi. Se consideriamo che l’identità del maschio dominante si fondava, proprio a livello socio-culturale, sul rapporto di subordinazione del femminile sul maschile, comprendiamo quanto questi cambiamenti abbiano pesantemente messo in discussione le fondamenta stesse della struttura organizzativa del maschile». E di qui si arriva al nocciolo della questione: il maschio non ha più un’identità vecchio stampo, da uomo (e padre) forte, ma non ne ha ancora acquisita un’altra. E perciò si aggrappa disperatamente a quella vecchia: «la visione del maschile secondo cui l’unico modo per “essere maschio” è quello di aderire al modello precostituito di “maschio forte” spinge molti uomini, inconsapevolmente, a ricercare a tutti i costi la prestanza fisica, la forza, la violenza, pagando dei costi importanti in termini di salute fisica, stress e di negazione delle proprie emozioni e del proprio sentire. Sono quei maschi che, di fronte a situazioni che mettono in discussione la loro immagine di virilità granitica e invulnerabile, come può essere la perdita del lavoro o il tradimento da parte della moglie, ricorrono a modalità violente ed estreme anche su stessi, come il suicidio o il femminicidio, come se questa fosse l’unica soluzione che, per il modo in cui costruiscono la loro identità di maschi, riescono a trovare. I costi di questa modalità sono molto pesanti: sappiamo che il maschio vive in media cinque anni in meno rispetto alla donna e che i tassi di omicidio-suicidio sono altissimi per la popolazione maschile». Insomma ci si irrigidisce, anzichè fare come insegna la natura e come iniziano a fare alcuni maschi, e cioè essere flessibili e accoglienti, ovvero, dice più dottamente il professore, «cogliere la possibilità di includere nella propria identità maschile anche aspetti legati all’affettività, all’emotività, alla relazione paritetica, senza per questo sentire minacciata la propria maschilità».

I PIU’ A RISCHIO? I FIGLI UNICI
Senza andare nei casi di reazione estrema, il tono medio del maschio, in particolare giovane e giovanissimo, è quello grigio della solitudine da social network: sempre connessi e molto “socializzanti” (nel virtuale), ma sempre più isolati e incapaci di relazioni dirette, per paura di inevitabili ma anche feconde frustrazioni. Foresta concorda: «i social, di per sé, sono uno strumento, e come ogni strumento l’utilità o la pericolosità dipendono dall’uso che se ne fa. I social e la dimensione dell’on line hanno profondamente modificato la vita e le possibilità di comunicazione di ognuno di noi. Relazioni che prima erano vincolate a contesti di spazio e tempo ben specifici, ora sono molto più mobili, fluide, potenzialmente estemporanee. All’interno di questa società liquida, per citare Bauman, il problema centrale è la fatica a trovare un’appartenenza alla comunità, una stabilità nelle relazioni». Possiamo concludere che che la cultura protettiva ed effimera, materna e individualista del benessere, che non ha abituato i ragazzi alla fatica (anche fisica) e non li ha educati ai sentimenti duraturi, provoca la fuga dalla responsabilità e il rimandare sempre più il momento della relazione stabile e della famiglia? In Gran Bretagna hanno creato un apposito ministero per le persone sole, giusto per fare un esempio “politico”. «Quello che possiamo senz’altro dire – riflette a voce alta l’andrologo – è che i giovani di oggi, anche solo rispetto ai giovani di dieci anni fa, sono più soli. I dati di una ricerca svolta da medici e psicologi della nostra Fondazione, coordinati dallo psicoterapeuta Luca Flesia in collaborazione con la facoltà di Psicologia dell’Università di Padova, parlano chiaro: il numero di giovani che vivono con un solo genitore (possiamo immaginare figli di genitori separati) e di figli unici è molto più alto che in passato. Questi giovani sono maggiormente esposti a comportamenti a rischio: assumono più frequentemente e in maggior quantità bevande alcoliche, fumano di più, assumono più sostanze stupefacenti, hanno maggiormente rapporti sessuali non protetti e un maggior numero di partner sessuali. L’essere umano è un animale sociale, la qualità delle relazioni, a partire da quelle del nucleo primario, familiare, sono centrali per l’acquisizione di fiducia personale, stabilità emotiva e capacità di resilienza». Ricominciare dalla famiglia, dunque. Proprio quella che i giovani adulti non fanno più, o tardano sempre più a formare.