Maniero: «ora imprenditore, il pubblico fa fallire aziende oneste»

Felice Maniero, l’ex boss della Mala del Brenta, organizzazione criminale che nel 1995 ha contribuito a smantellare decidendo di collaborare con le forze dell’ordine, si racconta in un’intervista a Sabrina Tomé su La Stampa. A suo avviso, il Veneto deve guardarsi da «tutte» le nuove organizzazioni criminali: «se i veneti adotteranno la strategia “nessuno deve entrare”, sarebbe il male minore; la vedo molto dura perché attualmente non sono forti come dovrebbero, altrimenti sarà inimmaginabile cosa potrà accadere. Ai tempi i mestrini erano molto intimi con la ’ndrangheta tramite Pattarello e con la camorra tramite Boato e Tonino che aveva un negozietto di orologi e souvenir in via Piave a Mestre». L’ex “Faccia d’angelo” concorda conla Commissione Antimafia e il procuratore Antimafia del Veneto Cherchi sul rischio di sottovalutazione del fenomeno dell’infiltrazione mafiosa. «Hanno ragione da vendere. Attualmente tutto gira attorno agli stupefacenti, trafficare con la droga è molto facile e non si deve essere coraggiosi o intrepidi, nel senso peggiorativo del termine, non bisogna avere una particolare caratura. Chiunque potrebbe trafficare, un pelandrone che non ha voglia di lavorare o uno che vuole ricchezza immediata. O perlomeno lo crede lui. Invece, di immediato avrà tanta galera». La legge che concede riduzioni di pena per chi collabora con lo Stato e che lo ha convinto a diventare un pentito è stata «molto preziosa nella lotta contro la criminalità. Se tornassi indietro di sicuro non rifarei il criminale. Ho capito che nella vita si possono avere gratificazioni intense con il lavoro e infinite con la famiglia, sempre vicina e in pace. Mi permetto di suggerire una cosa. Se fossi un inquirente darei la misura di sicurezza più restrittiva possibile a tutti i pregiudicati che non hanno un lavoro serio. Se non lavorano come campano? È più che ovvio».

Ripensando ai suoi trascorsi criminali, ammette di provare «un profondo senso di colpa per Cristina Pavesi, la ragazza del treno deceduta a causa del nostro assalto. E provo senso di colpa per il traffico di droga». Un po’ meno per gli omicidi, «perché erano persone diventate nemiche e avrei fatto la loro stessa fine se non li avessi anticipati. Purtroppo, le nostre regole erano chiare a tutti e anche loro erano dei killer». Venendo al presente, ammette che «è stata molto dura inserirmi nel mondo lavorativo, non avevo alcuna esperienza. E per qualsiasi settore bisogna cominciare dal basso», spiega Maniero. «Quando ho iniziato, io non sapevo neppure cosa fosse l’Iva, figurarsi. E ho pensato: ma questa è un’estorsione, io non pago. Poi ho mandato giù l’osso e pagato regolarmente». Nonostante alcuni «pasticci» dovuti all’inesperienza, Maniero è andato avanti con l’attività di imprenditore «perché avevo un obiettivo ben chiaro in testa: avere un lavoro e sfondare. Sto facendo tutto questo per i miei figli, perché rimanga loro qualcosa da portare avanti. A complicare le cose nella mia nuova vita vi siete messi voi giornalisti, una disgrazia termonucleare, una continua corsa per non farmi trovare». Dopo le prime difficoltà, «c’è stata una seconda azienda, ora siamo pronti per una start-up, abbiamo i brevetti». Ma niente enti pubblici, con i quali ha avuto esperienze negative: «non pagano e fanno fallire le aziende oneste. E io ci sono cascato». A complicare la situazione familiare si è aggiunta l’inchiesta di Report, in seguito alla quale, «io e i miei familiari siamo stati resi riconoscibili, non avevamo più il coraggio di uscire di casa». Non solo: «mia figlia è finita in analisi, io in ospedale. È stata una situazione terribile, in assoluto il peggior periodo della mia vita».

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