“La gente per bene”, una rivolta contro il mondo moderno

Dezio racconta una storia comunissima e agghiacciante. Consigliata a chi è stufo dei romanzetti patinati

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Un tempo era il sesso il grande tabù, in letteratura. Ora è sdoganato, seppur nei suoi aspetti pruriginosi, più che da un punto di vista critico e sociologico. L’apoteosi di tutto ciò sono le ben note sfumature di grigio, rosso e nero, ovvero la trasposizione encomiastica, in camera da letto, delle dinamiche di potere vigenti all’interno del sistema capitalistico. Il messaggio dei tre, o quattro, o cinque, o Dio solo sa quanti tomi, è semplicissimo e presto sintetizzato: c’è chi comanda e c’è chi subisce – se sei tra quelli che subiscono, è meglio che ti abitui a provare piacere nel prenderlo in quel posto. Come al solito, la propaganda non conosce confini e la letteratura può facilmente divenirne l’ancella.

Il grande assente nella narrativa del nostro tempo è invece, di sicuro, il lavoro. Ma lo sapevamo già. La mancata presenza, nel discorso politico, di questo tema – se non per prendere per i fondelli – e persino nella discussione dell’uomo comune che preferisce sempre più dedicarsi alla meteorologia, si ripercuote ovviamente in letteratura. E di cosa parla infatti questa? Fondamentalmente di cazzate, almeno in otto casi su dieci. Ci sono commissari di polizia, l’intreccio sulla Napoli camorrista ma sempre un po’ romantica, scrittori famosi che fanno vita da vip, situazioni talmente assurde che neppure iniettandosi in vena la “sospensione di credibilità” vi si potrebbe prestar fede.

In un simile desolante quadro, per fortuna, ogni tanto esce un libro di Francesco Dezio. La peculiarità di questo autore, anche nel suo ultimo testo, “La gente per bene”, TerraRossa Edizioni, 2018, è che proprio non si vuole arrendere a parlare di quisquiglie e pinzillacchere varie, ma continua a dirci, pagina dopo pagina, che là fuori c’è una realtà terribile, con cui prima o poi dovremo fare i conti. Sia chiaro, Dezio dice una cosa che dovrebbe essere ovvia, ma che, nella manipolazione orwelliana in cui viviamo, diventa quasi una visione eversiva, inedita, rivoluzionaria. E, in effetti, non è roba di tutti i giorni trovare un romanzo in cui l’autore narra una storia al contempo agghiacciante e comunissima, senza aggiungerci edulcoranti e altre dolci amenità per diluire quella che è, a tutti gli effetti, la tragedia della contemporaneità.

È così che apprendiamo di Francesco, il protagonista, nato in una famiglia, come tante del meridione, messe su in fretta e furia, con un matrimonio riparatore, per sfuggire al solito scandalo della ragazza rimasta incinta prima di essere passata per l’altare. Un padre nullafacente e fasullo, una madre triste e rancorosa verso un marito che non riesce “a fare l’uomo” e portare il pane a casa. Dato un simile inizio, e consapevoli del fatto che Dezio non è certo un autore da lieto fine, sarà facile immaginare gli sviluppi, quasi deterministicamente ineluttabili, del resto della storia. La povertà e l’emarginazione, è appena il caso di dirlo, in fondo sono un destino. Così come un destino, da rivedere alla moviola, attraverso gli occhi del personaggio principale, è quello dell’Italia, dal falso boom economico, passando per l’inganno degli anni ottanta, fino ad arrivare all’ecatombe finale di questi anni.

Lo scrittore rilancia una narrazione di tipo sociale, dove a essere passata al setaccio non è solo la storia di un uomo, ma quella del sistema Italia, per capire come sia stato possibile arrivare così in basso. Ci troverete tutta la realtà che avete vissuto e che state vivendo, oltre alla ricognizione particolareggiata di questo mondo, il sud del nostro Paese, che è una specie di luogo da dannati della terra. Malavita e intrecci loschi, un’economia fondata sulla presa per il culo, lo sfruttamento, l’illusione della sopravvivenza, la fine di ogni prospettiva futura. Un libro consigliato per chi si è rotto le palle di farsi turlupinare, oltre che dai giornali e dalla televisione, anche dai bei romanzetti patinati come riviste alla moda, che raccontano una vita inesistente.

Dezio ne ha per tutti: il Pd, la Destra, l’ex governatore Nichi Vendola, Renzi, Berlusconi. In ciò dimostrando l’assoluta idiozia del Saviano che sosteneva: “Non è vero, i politici non sono tutti uguali”. Al contrario, sono tutti identici e, al contempo, uno peggio dell’altro e portano sulla coscienza il fallimento sociale in cui marcisce la maggior parte dei cittadini italiani. Anche la letteratura non fa certamente una bella figura in La gente per bene. Anzi, per meglio dire, ne esce a costole rotte. Pur essendo tanto amata dal protagonista e vista come la sola fonte di salvezza, l’inquadramento che se ne dà non è certo menzognero: «La letteratura non è roba per noi», dice la madre al protagonista, «è questo che pensa, e forse ha ragione: è in mano ai borghesi, è scritta da borghesi, è letta da borghesi, non è roba per la massa che si lascia abbindolare da robaccia, l’equivalente cartaceo dei cinepanettoni».

In tutto ciò, il protagonista ha una lucidità fulminante e questo è ciò che rende il testo infinitamente superiore alla maggior parte dei romanzi a tesi, per comunisti incalliti e francamente idioti: il lavoro mancherà anche, ma non è il lavoro a essere la soluzione. Non almeno questa schiavitù che non vorrebbero farci passare come tale e che viene dipinta sempre come il “meglio che stare a girarsi i pollici”. Ed è qui che il romanzo dimostra tutta la sua portata critica e contestatrice, quel suo essere, prima ancora che politico, un libro che racconta una disperata rivolta esistenziale contro il mondo moderno.

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