Migranti, l’operatrice fra Padova e Vicenza: «coi veneti una guerra fra poveri»

L’accoglienza vista nella quotidianità: dal fare la spesa ai meccanismi per lo status di profugo

Giulia arriva con qualche minuto di ritardo dopo aver riaccompagnato in stazione a Vicenza un gruppo di somali che dovevano prendere l’autobus per tornare a Pozzoleone. «Purtroppo anche fare la spesa è diventato un processo sempre più complesso. Da qualche mese la prefettura di Vicenza ha cambiato le regole in base alle quali i richiedenti asilo non possono più andare a fare la spesa autonomamente e presentare la fattura».
Giulia Sostero lavora nella cooperativa sociale ConTe, nelle sedi di Sandrigo e Bassano. Nata come ente che si occupava di palestre, biblioteche e mediazione con gli stranieri, la cooperativa dal 1996 si occupa di accoglienza ai richiedenti asilo. Al momento ne ospita più di 450 in oltre otto sedi diverse tra le province di Vicenza e Padova.

Si sente parlare spesso delle cooperative che si occupano di migranti ma i meccanismi con cui questo succede sono raramente oggetto di dibattito. Come funzionano le dinamiche per l’accoglienza nella cooperativa ConTe?
Le cooperative sociali rispondono a un bando della prefettura con un piano dettagliato su come intendono spendere i famosi 35 euro al giorno che sono destinati a ogni richiedente asilo. La prefettura decide a chi affidare i fondi sulla base di un progetto e, in un certo senso, scandisce anche la vita quotidiana delle associazioni. Dalla spesa, oggi diventata riflesso di un vincolo di fiducia inesistente, che prevede che l’operatore accompagni i richiedenti con regole stringenti su quello che possono comprare, ad aspetti più complessi quali i meccanismi che regolano la gestione dei richiedenti. All’inizio la cooperativa si occupava di persone sia in prima che in seconda accoglienza: possono arrivare a Vicenza persone che sono sbarcate in Italia tre giorni prima, vengono mandate su con degli autobus durante la notte e noi le accogliamo. In questo caso si comincia con un check up completo fisico, psicologico e dei documenti. Poi, una volta spiegato il regolamento e firmato il richiedente inizia a fare parte della cooperativa. Vengono controllati i vestiti che possiede perché è stato stabilito un minimo che ogni persona deve avere (nel caso in cui questo minimo non sia raggiunto viene integrato dalla cooperativa). Dopo una settimana circa viene fatto il C3, un documento con il quale il richiedente asilo può formalizzare la propria richiesta di protezione internazionale e che serve per essere identificati: contiene infatti i dati del richiedente, della famiglia e l’itinerario che ha fatto per arrivare in Italia con i motivi che lo hanno spinto a partire. Viene spiegato al richiedente asilo che ha tre tipi di protezione secondo quanto previsto dalla legge italiana: la protezione internazionale, la protezione sussidiaria e la protezione umanitaria.

Quali sono i numeri nella cooperativa ConTe?
Abbiamo circa 450 richiedenti asilo e in media circa il 35% ottiene una delle tre protezioni appena citate. La protezione internazionale (secondo la Convenzione di Ginevra) si ottiene per persecuzione politica, religiosa, etica, etc. Ogni tipo di discriminazione rientra in questa prima fattispecie che consente una protezione di cinque anni rinnovabili e permette lo spostamento con documento di viaggio. Il secondo tipo è la protezione sussidiaria che prevede sempre un periodo di cinque anni rinnovabili e si applica a persone che sono state vittima di tortura, che hanno rischiato di essere vittima di tortura o di pena di morte nel paese di origine; la legge parla precisamente del ‘rischio di subire un danno grave’. Infine c’è la protezione umanitaria che è prevista dalla legge italiana e viene data sulla base di uno stato di vulnerabilità principalmente a malati (ma anche ad anziani e donne incinta) che non possono essere curati nel loro paese.

Cosa succede se la risposta che il richiedente asilo riceve è negativa?
Dopo aver raccontato la loro storia alla commissione territoriale coloro che hanno risposta negativa non ricevono protezione. Prima del decreto Minniti dello scorso agosto il richiedente asilo aveva la possibilità di fare due ricorsi, uno in prima istanza presso il tribunale regionale a Venezia in cui poteva, accompagnato da un avvocato, chiedere un riesame della propria richiesta apportando nuove prove anche in seguito a ciò che la commissione definiva come “i punti deboli della storia”. I richiedenti asilo possono rimanere in accoglienza anche durante l’appello (con bonus spese, pocket money e alloggio). C’era anche un secondo appello in Cassazione, questo abolito dal decreto Minniti. Inoltre il decreto ha introdotto un altro diniego, l’espulsione immediata quando vi è manifesta infondatezza. Spesso succede di vedere persone che dopo aver ricevuto il primo diniego chiedono di uscire, anche chi ha ottenuto l’asilo tende ad andarsene, vanno verso il Sud Italia dove ci sono numerose reti di migranti che lavorano nei campi di pomodori e arance sotto sfruttamento..è l’unico contatto che hanno e preferiscono andare lì.

Come funziona la possibilità e dunque la ricerca di un lavoro?
Anche un richiedente asilo ha la possibilità di lavorare, dopo 60 giorni dall’ottenimento del permesso di soggiorno. Il processo è difficile e il regolamento che è appena stato modificato rende l’accettazione da parte delle imprese venete ancora più difficile. Una volta che l’asilo è ottenuto è più semplice perché si sa che la persona rimarrà in Italia… comunque è difficile perchè ci sono vari ostacoli che impediscono agli stranieri di entrare nel mondo del lavoro. Personalmente ho aiutato di recente dei ragazzi somali a cercare lavoro e ho riscontrato molte difficoltà oltre che per la loro scarsa conoscenza linguistica, anche perché i loro curricula sono diversi da quelli a cui siamo abituati e non siamo pronti a sfruttare le loro competenze. Inoltre ci sono degli impedimenti burocratici per i quali è ancora più difficile, per esempio fino a poco tempo fa la Questura (ora dovrebbe essere cambiato) assegnava dei codici fiscali numerici e non alfanumerici che quindi non entravano nei sistemi di ricerca lavoro online -ormai l’unica possibile- e i richiedenti asilo erano quindi costretti a cercare del lavoro in nero.

Che cosa ti ha insegnato il nostro territorio in questi mesi di lavoro?
La mia esperienza su questo territorio è abbastanza significativa, lavorando su più Comuni ho notato molte differenze. Ci sono contesti molto diversi, per esempio nel comune di Sandrigo ci sono due hotel che hanno molti posti (oltre cento) e dunque la percentuale di richiedenti asilo è più alta. Ho visto qui e altrove comportamenti ostili e insofferenti. Mi capita spesso quando vado a fare la spesa di trovare delle signore – più e meno anziane – che iniziano a lamentarsi del fatto che noi spendiamo soldi per i richiedenti asilo quando sono loro le vere povere, mentre i richiedenti asilo sono serviti e riveriti. È lo stesso luogo, il supermercato, in cui a una mia collega è capitato di sentire “ghe daria fogo”. So che è difficile passare il messaggio che la spesa è un loro diritto perché molti di loro arrivano senza nulla e non avrebbero altro modo di mangiare. In Italia sono definite persone in stato di bisogno. La cosa assurda è che le persone italiane in difficoltà se la prendono con i richiedenti asilo quando non è certo colpa loro ma casomai dello Stato, è una guerra tra poveri soprattutto per i richiedenti asilo che hanno così pochi mezzi per potersela cavare nel nostro contesto. Poi la cosa che mi fa più sorridere è che il nostro territorio è particolare: il Veneto ha una storia ricca di spostamenti, migrazioni e incontri e in questo frangente è estremamente chiuso e immobile, per nulla aperto a conoscere nuove culture… addirittura viene guardato con sospetto che alcuni migranti non bevano vino (perché sono musulmani)! Questa chiusura mi sembra, dal punto di vista sociologico, una crisi di identità: non riusciamo più a definirci come italiani e usiamo una definizione in negativo “noi non siamo come loro”. Eppure una volta come loro lo siamo stati, ma non ce lo ricordiamo, non vogliamo pensarci e tutto ciò si trasforma in un’insofferenza profondamente ingiusta nei loro confronti.

Diresti che il Veneto è un territorio ostile?
Sì, lo direi. Ma è una risposta generica che non tiene conto delle migliaia di persone disposte ad aiutare. C’è molta diffidenza, dovuta sicuramente anche al momento storico che stiamo attraversando. C’è anche chi tende la mano, per esempio mi riferisco a quello che è successo a Pozzoleone. I richiedenti asilo che vivono in alloggi esterni alla cooperativa stanno in appartamenti di privati che questi ultimi affittano direttamente alla cooperativa. A Pozzoleone il sindaco aveva espresso parere contrario ad avere sei somali richiedenti asilo nel comune (tra l’altro i somali per le condizioni in cui versa il loro paese sono tra quelli che ottengono più facilmente l’asilo); un privato si è discostato da questa presa di posizione e ha dato il suo appartamento in affitto.

Secondo te c’è una visione troppo negativa della presenza dei migranti?
Semplicemente non tiene conto dei lati positivi, sociali ed economici che questi migranti hanno. Non si tiene conto del giro economico che i richiedenti asilo hanno dato ai negozi dei piccoli paesi, della loro manodopera a basso costo tanto cara agli agricoltori, non si tiene conto di tutti i lavori “da volontari” che i richiedenti asilo sono disposti a fare. Quante volte mi sono trovata davanti alla richiesta di trovare un lavoro, anche se non retribuito! Il nocciolo della questione è che non si guarda a loro come persone, ogni tanto come lavoratori da sfruttare, ma mai come persone da cui si può anche imparare qualcosa. Sicuramente è un processo che richiede tempo, ma mi preoccupa la quantità di tempo necessaria per riconoscere che coloro che abbiamo davanti sono prima di tutto persone.

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