La cura del corpo nascosto. Tra i banchi di scuola

Festival Stati della Mente, il duo di performer Penzo e Fiore ha incontrato i ragazzi del Liceo Boscardin di Vicenza. Replica aperta al pubblico il 21 Marzo allo spazio Voll

«Quando siamo entrati in classe, abbiamo deciso modificare un elemento, il tempo. Un’entità generalmente scandita in modo molto preciso nelle scuole». Un bollitore sulla cattedra, circa 40 tipologie diverse di the a disposizione, e nessun orario definito per la ricreazione. Volete uscire? Fatelo. Volete sedervi a testa in giù? Prego, a voi. Avete sete? Ecco qui il bollitore, ma potete pure mescolare il the con il caffè. E’ così che una ventina di ragazzi in quarta superiore al Liceo Artistico Boscardin di Vicenza hanno iniziato il loro percorso sulla cura del corpo nascosto. Un laboratorio di performance art ideato dal duo artistico Penzo + Fiore e inserito nel piano dell’offerta formativa dell’istituto a titolo “Il linguaggio espressivo del corpo”.

Otto incontri a cadenza settimanale per un totale di circa trenta ore, un progetto che rientra a pieno titolo nel programma degli Stati della Mente – Festival di Arte e Cultura sul tema della salute mentale. E’ stata proprio la direttrice artistica Petra Cason a proporre a Penzo + Fiore di lavorare con gli adolescenti delle scuole superiori, forte dell’appoggio della Preside del Liceo. L’esperienza della coppia in fatto di laboratori di performance art risale al 2014: e«eravamo in Portogallo, alla Casa de Burros, una fattoria in campagna». Questa volta, invece, lavorano con una scuola e con una fascia di età delicata come quella adolescenziale.

Cristina Fiore ha un master in comunicazione e linguaggi non verbali applicato alla pedagogia, dalla psicomotricità e musicoterapia alla performance. Insegna anche nelle scuole, la stessa fascia d’età dei partecipanti al laboratorio. E viene dal teatro, lei. Andrea Penzo, veneziano e scrittore. Già docente della Scuola del Vetro di Murano Abate Zanetti. Si avvicina poi al mondo dell’installazione e della performance. Un eclettismo fuso in un duo che nel 2009 prende il nome di Penzo + Fiore. Danno vita anche l’associazione Cantiere Corpo Luogo a fare da cappello alle diverse attività che propongono, ma che coinvolge anche le esperienze di altri artisti in abito curatoriale nel panorama contemporaneo.

Il fatto di scardinare il concetto di tempo all’interno di una classe mette in gioco due attori importanti, quando si parla di arte. Libertà e desiderio: «abbiamo cercato da subito di dare ai ragazzi la possibilità di desiderare di fare determinate cose», appunta Penzo. Non scontato. Non banale.

All’inizio, i due erano un po’ titubanti nei confronti di un laboratorio pensato per un’età così delicata. Continua la Fiore: «introdursi nel mondo della performance art è parlare anche del superamento di determinati limiti. Un terreno non semplicissimo da praticare. Quando ti relazioni a degli adolescenti o comunque con persone non completamente formate, serve ancor più cura e attenzione». Per questo, i due performer hanno lavorato per alcuni mesi con una psicologa, prima di incontrare i ragazzi.

Il nucleo centrale del laboratorio è stato ed è quello di far affiorare le emozioni e trasmetterle con il linguaggio del corpo. Analizza Penzo: «in realtà abbiamo trovato una classe in cui i ragazzi, per le loro storie personali a volte particolari o difficili sul piano del vissuto, attingono costantemente dalle loro emozioni. Il canale comunicativo era dunque aperto e noi abbiamo semplicemente cercato di dare un nome a quello che succedeva. Il nostro è stato un avvicinare i ragazzi alla performance, senza andare troppo in profondità».

«L’azione performativa – spiegano i due – nasce dalla realtà di cui i soggetti stessi sono portatori. Immagini, parole, vissuti diventano materiale da condensare e aggregare nel dare forma ad una partitura intrisa di significati nascosti e dove far affiorare ed emergere il delicato embrione dell’emozione”.

Per permettere alla classe di addentrarsi nella performance art, hanno costruito un percorso ispirandosi non solo al proprio personale vissuto di artisti, ma facendo anche dei riferimenti teorici, seppur non espliciti, al doppio legame di Gregory Bateson, all’analisi bioenergetica di Alexander Lowen, o ancora agli studi sulla ritualità e all’antropologia della performance di Victor Turner. «Poi Andrea ha avuto una buona intuizione, geniale direi». Per stimolare i ragazzi, infatti, il duo ha scelto di richiamare due figure celebri e forse più vicine al mondo degli adolescenti. Marina Abramovich e le sue performance – per un liceo artistico il nome è chiaramente un punto di riferimento abbastanza comprensibile – e Lady Gaga, che del metodo Abramovich ne ha fatto materia di studio.

«A differenza del teatro che ha struttura solida, nella azione performativa non si presuppone preparazione fisica né costruzione registica. Devi trovare delle azioni che siano vere e che si possano mettere in gioco», conclude Cristina.

Come si lavora in una classe quando si propone un laboratorio di questo tipo? «Abbiamo elaborato esercizi di scrittura automatica, da cui poi emergevano parole chiave sulle quali si poteva lavorare, discutere. Non sono mancate sessioni di improvvisazione con la musica. Questo ha dato loro la libertà di fare qualsiasi cosa, dove “qualsiasi cosa” ha comunque un significato, preciso. Il passo successivo è stato estrapolare le azioni dei singoli, metterle sul piatto. Riproporle in forma di discussione, perchè per loro sono magari azioni fatte a caso, ma niente è lasciato al caso». Va capito, ripensato, rielaborato. Penzo: «Ora che stanno sbocciando dal punto di vista performativo, solo a guardarli è poesia. Sono corpi che si muovono».

Per “la cura del corpo nascosto” è prevista una restituzione finale, il 21 marzo presso lo spazio Voll alle 18.30. Per – Davvero: questo il titolo della performance che vedrà protagonisti i 24 ragazzi del Boscardin. Come per – davvero questi studenti si sono messi in gioco, come per – davvero hanno aggiunto un tassello nella comprensione e utilizzo delle loro emozioni. Come per – davvero, forse, qualcosa dopo la fine di un’esperienza (di qualunque tipo essa sia) li porterà a sentirsi diversi, migliori o meno non ha importanza. Avranno usato il loro corpo. E il linguaggio nascosto che ognuno di noi si porta addosso.