Dazi Usa, ecco cosa rischiano le imprese venete

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Quasi 2,7 miliardi in più dal 2009. La corsa dell’export veneto negli Stati Uniti si aggiorna con il fresco dato record del 2017 pari a 4,9 miliardi di euro (+4% rispetto al 2016), l’8% dell’export totale veneto, terzo mercato di riferimento (dopo Germania e Francia) e si conferma l’Eldorado. Dal 2009 ad oggi le esportazioni venete verso gli Usa sono cresciute del 118% (2,2 miliardi nel 2009), spinte dal progresso, spesso a doppia cifra, delle vendite oltreoceano di macchinari, occhialeria, bevande e alimentari, calzature, mobili, prodotti della metallurgia. Una corsa prolungata che a Padova tocca il +146% nello stesso periodo di riferimento (nonostante la frenata dell’ultimo anno), pari a 625,5 milioni di export a stelle e strisce a consuntivo 2017 rispetto ai 254 milioni nel 2009.

Un motore della ripresa guidata dall’export che i venti di protezionismo potrebbero spegnere. È la preoccupazione diffusa tra gli imprenditori padovani dopo la decisione del presidente Donald Trump di introdurre nuovi dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio in vigore dal 23 marzo prossimo. Ma che potrebbero colpire, è questo il vero spettro, altri prodotti e settori di punta del made in Italy, dall’agroalimentare alla moda, mezzi di trasporto, macchinari, prodotti farmaceutici e innescare ritorsioni, con un effetto domino per l’intera economia globale. E ricadute pesanti per un Paese grande esportatore come il nostro e una regione che da sola cifra il 13,9% dell’export tricolore.

«Le politiche protezionistiche sono un’incognita e un forte rischio al ribasso per le prospettive di crescita, proprio ora che avvertiamo segnali diffusi di ripresa – dichiara il presidente di Confindustria Padova, Massimo Finco -. Dopo le decisioni di Trump sull’acciaio e l’alluminio si apre un pericoloso terreno di scontro che rischia di estendersi ad altri settori delle nostre produzioni che hanno concluso il 2017 con il record di export veneto nel mondo di 61,3 miliardi (+5,1% rispetto al 2016). Un protezionismo di questo tipo, e le eventuali ritorsioni da parte di altri Paesi, via barriere tariffarie e svalutazioni competitive, avrà ricadute dirette sull’economia e l’occupazione, considerando che l’export è il nostro principale fattore di crescita. Serve una risposta forte a livello europeo, per evitare una escalation dalla quale perderebbero tutti».

«Occorre scongiurare guerre commerciali che rischiano di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati – continua Finco -. Un’escalation che può cambiare gli equilibri in modo irreversibile. Per questo chiedo al Governo uscente e alle forze politiche premiate dal voto di non lasciare sguarnito questo fronte ma di fare blocco comune con Germania e Francia per una chiara strategia europea che punti a ottenere l’esenzione anche per i Paesi dell’Ue. C’è bisogno di più Europa, non di meno, per proteggerci dal dumping e difendere gli interessi nazionali, non di un generico antieuropeismo. Di un’Europa più forte e unita nella difesa della sua manifattura sui molti fronti aperti, dall’embargo russo ai dazi nel Far East. Dietro la scelta sbagliata di Trump c’è una strategia: la difesa dell’industria nazionale e del lavoro in patria attraverso la riforma fiscale e ora i dazi. Che richiede una risposta forte dell’Europa, non di chiusura né frammentata, ma di politiche comuni per la competitività della sua industria: Europa First. L’Italia non può permettersi di mettersi ai margini».

«Occorre però anche cogliere questa occasione – conclude Finco – per ripensare norme sul commercio mondiale più eque e antidumping tra Paesi, penso alla Cina. Norme che non si limitino a considerare l’aspetto economico nelle relazioni, ma tengano conto anche del rispetto delle stesse regole sul piano ambientale, della tutela sociale dei lavoratori e della sicurezza dei cittadini, che altrimenti mettono fuori mercato molte nostre aziende».

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