Veneto, consorzi vini: chi controlla i controllori?

L’esperto Fino: «conflitto d’interessi tra chi produce vino, chi assegna le etichette e chi scrive le recensioni»

Il professor Michele Antonio Fino insegna fondamenti del diritto europeo all’Università di Scienze Gastronomiche dell’Università di Pollenzo (Cuneo). Negli ultimi sei anni si è occupato di legislazione vitivinicola anche in Veneto, lavorando come consigliere giuridico della Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, presieduta dalla veronese Matilde Poggi). E’ entrato così in contatto diretto sia con i consorzi che con gli enti di controllo, in particolare nella nostra Regione, terra famosa in tutto il mondo soprattutto per il Prosecco, il Bardolino, il Soave, il Valpolicella e l’Amarone. Da giurista si occupa di regole e, quindi, dei controlli su trasparenza e corretteza che vengono effettuati sulle aziende. Si è imbattuto, quindi, nell’attività dei due principali organismi di controllo: Valoritalia e Sequria.

Professore, quando ha avuto modo, per motivi professionali, di entrare nel merito dell’operato dei consorzi e degli enti di controllo, cosa è emerso?
Sul wine blog collettivo “Intravino” ho pubblicato alcuni articoli in merito, tra cui “Conflitti d’interesse doc: lo strano caso Valoritalia” del 7 dicembre 2017 in cui spiego che il consorzio di tutela del vino ha la responsabilità della denominazione, delle regole (attuazione del disciplinare di produzione e proposte di sua modifica) che sono alla base della sua identità, della sua evoluzione e del suo adattamento ai gusti del consumatore. Ha la responsabilità della gestione della produzione in funzione del mercato, ha la responsabilità della valorizzazione del prodotto e della tutela della Denominazione. I controlli non rientrano tra i suoi compiti ma tra quelli di soggetti terzi, debitamente preposti dalla legge e dai disciplinari. Ebbene, leggendo l’organigramma del cda di Valoritalia sembra proprio che lo scarto fra tutela e controlli, sia minimo. Lo trovate qui ma gli stessi nomi li ritroviamo anche ai vertici dei consorzi. Ci sono poi casi emblematici di “sliding doors“, com’è quello di Giuseppe Liberatore, amministratore delegato di Valoritalia, già direttore generale del Consorzio del Chianti Classico DOCG per 25 anni.

Quindi lei vuol dire, nella sostanza, che spesso controllori e controllati sono le stesse persone?
Le regole sugli enti di controllo permettono in piena legittimità di avere un Presidente d’ente di tutela che sia anche Presidente in carica di un consorzio di produttori. Più in generale, la normativa vigente consente che i membri dei CdA degli enti di controllo siano composti da eminenti esponenti dei consorzi delle denominazioni controllate. Nel mio articolo “Siquria, ovvero, quando anche il Veneto ha il suo conflitto di interessi in materia di consorzi” (19/12/2017), si possono leggere nomi e cognomi, con le rispettive cariche ricoperte in entrambi i ruoli, oppure il coinvolgimento di parenti stretti, quali fratelli, da una parte e dall’altra della “barricata”.

Può farci un esempio concreto?
Certamente. Prendiamo, ad esempio l’Amarone della Valpolicella. Andrea Sartori è Presidente del Consorzio dell’Amarone, mentre suo fratello Luca è Presidente di Sequria ma anche del Consorzio VR-IGT. Spiego tutto in un terzo articolo, sempre su “Intravino”, del 2 febbraio scorso, dal titolo “Affaire Amarone in Cina. Ci mancava solo l’etichetta double face“. Guido e Liliana Accordini guidano l’azienda di famiglia, che produce anche l’Amarone. Guido Accordini è stato protagonista di una vicenda clamorosa in Cina.

Di che cosa si tratta?
Di bottiglie di Amarone “double face”. Sotto l’etichetta con la dicitura Amarone della Valpolicella 1997 Riserva Igino Cordin ce n’è una diversa, più piccola, con su scritto “Rosso Verona Indicazione Geografica Tipica 2013”. Questo vino non compare nella gamma presentata sul sito aziendale: cercando all’interno, l’Amarone disponibile esce con etichetta nera e marchio Le Bessole. Tuttavia su Facebook si trovano winelovers in giro per il mondo che decantano questo prodotto dall’etichetta porpora: qui, ad esempio, sebbene sulla pagina Facebook aziendale, quello stesso 1997 si presenti con altra etichetta (e non solo lì), oltre che con quella presente in Cina.

Ma Accordini come spiega questa stranezza?
Sostiene (con qualche incertezza, all’inizio sembra che invece di Riserva, dica Rosso…) che si tratti di una normale pratica di conservazione: siccome stoccano il vino in cantine sotterranee molto umide, quando l’Amarone è stato imbottigliato, tre anni prima del video girato per dare spiegazioni, lo hanno etichettato come Rosso Verona IGT 2013 “per distinguerlo” e lo hanno messo nei cestoni metallici da deposito. Quindi, quando dopo tre anni lo hanno preparato per la spedizione, hanno proceduto a rietichettarlo con l’etichetta definitiva. Qualche etichetta provvisoria sarebbe rimasta sotto l’etichetta definitiva, per un disguido tecnico.

Lei, che è un esperto in materia, cosa ne deduce?
Viene spontaneo, anche a chi non sa nulla di vini, domandarsi se il vino di cui parliamo sia lo stesso di cui parlano le entusiastiche recensioni di quel cenacolo di accorti critici gastronomici che risponde al nome di “Vivino” e reca accanto al nome il prezzo medio di 78,50 euro. Certamente, avendo potuto svolgere qualche riflessione, come già detto, sull’organizzazione degli enti di controllo attualmente più in voga nel Nord Est, vale a dire Valoritalia e Siquria e sulla peculiare organizzazione dei loro cda, in cui siedono direttamente i presidenti e i direttori dei consorzi di tutela di molte denominazioni che questi enti controllano, mi chiedo una volta di più se quello sia proprio il migliore dei sistemi possibile. Attenzione: non perché dubiti delle persone ma perché dubito che il sistema sia nelle condizioni di assicurare al meglio il risultato che dai controlli ci si aspetta. Il danno di immagine su un mercato cruciale com’è quello cinese, per il più celebre vino veronese e per l’Italia tutta, vale senz’altro qualche domanda, anche di portata generale.

Dunque tutto è nella legalità. Si pongono però interrogativi di opportunità, giusto?
Mi sento in dovere di porre degli interrogativi di merito a una sorta di circolo ristretto di persone cui appartengono sia amministratori consortili che amministratori di enti di controllo. Non solo interrogativi di opportunità, ma anche di immagine, che necessiterebbe di fugare, in ogni ambito, qualsiasi minimo sospetto relativo all’assoluta trasparenza.

Giacché nessuno contravviene alle normative vigenti, sebbene le perplessità siano più che fondate, come potrebbe essere possibile giungere alla soluzione di queste anomalie per raggiungere una totale trasparenza agli occhi di tutti?
Sicuramente servirebbe un intervento legislativo che fissi la regola secondo cui chi è stato o è amministratore di un consorzio non possa esserlo anche dell’ente che lo controlla, né può passare direttamente da uno all’altro, senza un periodo di stop obblgatorio. L’attuale discutibile prassi è stata sottoposta, con gli interrogativi del caso, al Ministero dell’Agricoltura sia dalla FIVI che dalla Coldiretti nell’autunno del 2017 ma ha trovato immediatamente una levata di scudi. A mio avviso ci sarebbe bisogno di regolamenti restrittivi e di nette separazioni, rispetto a quanto avviene oggi. Anche a livello di marketing e quindi di immagine generale, tutti ne trarrebbero giovamento. Ma, evidentemente non c’è stata la volontà, almeno fino a questo momento, di risolvere la questione in queste direzioni.

La legislazione a cui lei fa riferimento quale è? Cosa dice e a che punto è la situazione?
La legge 61/2010 è stata approvata dal governo Berlusconi. Dopodiché è venuto il Testo Unico del 2016, ovvero la legge 238 approvata durante gli ultimi giorni del governo Renzi, la cui parte relativa ai casi di incompatibilità tra le doppie cariche degli amministratori rientra nei decreti attuativi. Durante le consultazioni per la stesura di questi ultimi, che sembra essere in dirittura d’arrivo a breve sull’argomento, occorrerà tornare sul tema.

Lei è fiducioso in un intervento legislativo che accolga le richieste di separazione degli incarichi?
Augurandomelo, sarebbe un bel segnale che fosse frutto diretto della libera volontà dei soggetti interessati, che darebbero un grande esempio a tutti quanti operano in questo come negli altri settori.

Che ne pensa, infine, della “guerra” sul marchio europeo fra Famiglie storiche dei vini veronesi e consorzio Valpolicella?
Le famiglie Storiche hanno registrato un marchio per eventi culturali, ma poi hanno aggiunto un marchio analogo per la “classe 33”, quella dei dei vini, utile nell’attività commerciale, entrando il conflitto col consorzio e con qualunque produttore perché la denominazione “Amarone della Valpolicella” e le parti che la compongono non può essere trattata come proprietà privata (perché un marchio commerciale è una proprietà privata) di nessuno, né ora né in futuro. Le famiglie, per quanto sia importante il loro contributo a carattere storico, non possono accampare diritti proprietari sul nome di una DOCG. Quando nel 2010-2011 registrarono il vino nelle categorie classi 35 (servizi alle aziende) e 41 (attività culturali ed educative) non ebbero alcuna opposizione presso l’Ufficio europeo sulle proprietà intellettuali, ma nel 2014 han voluto registrare lo stesso marchio per la classe 33 ed hanno trovato ovvia e naturale resistenza. Il rischio è che il loro marchio confonda il consumatore che cerca una bottiglia di Amarone della Valpolicella DOCG e se ne trova alcune con un marchio che parla di “Amarone d’arte” e altre senza. La sentenza del tribunale veneziano pare basarsi su questo principio. Ovviamente esistono marchi contenenti la parola “Amarone” registrati anche per la classe 33, quella dei vini, ma sono tutti più vecchi, risalenti a prima che la parola “Amarone” individuasse una DOCG, poiché era una semplice “menzione aggiuntiva” della DO.