Veneto Banca, qualcuno ha toppato nelle indagini preliminari

L’indagine per ostacolo a vigilanza e aggiotaggio non é “tornata” a Treviso, perché era partita a Roma su segnalazione di Banca d’Italia. La strada del ricorso in Cassazione

La notizia dello spostamento del processo Veneto Banca da Roma a Treviso ha fatto sentire due volte vittime le vittime del crac, cioè gli 88 mila ex soci che si aspettavano un iter giudiziario decente in modo da evitare l’incombere della prescrizione. Il fatto che le lancette del procedimento vengano rimesse indietro alla fase delle indagini preliminari, costringendo i pubblici ministeri trevigiani a studiarsi vagonate intere di carte in arrivo dalla capitale, rappresenta per i risparmiatori l’ennesima mazzata.

Parlando in termini giuridici, tuttavia, é nel dirittto della difesa dell’ex ad Vincenzo Consoli e gli altri 10 indagati per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza la possibilità di far valere l’eccezione di competenza sulla sede processual: tipicamente ciò accade poco prima dell’inizio del processo, ovvero davanti al gup, il giudice unico per l’udienza preliminare. Che è esattamente quel che è accaduto ieri. Ma è bene ricordare che il processo era scaturito da  segnalazioni di Banca d’Italia alla Procura romana, che ha ipotizzato che l’ostacolo alla vigilanza di Palazzo Koch si fosse materializzato lì, dove ha sede quest’ultimo.

Se invece ha ragione il gup romano Lorenzo Ferri, che quale sostiene che i fatti criminali prevalenti siano avvenuti dove aveva sede Veneto Banca, qualcosa non ha funzionato durante le fasi preliminari dell’inchiesta. In parte, per le scelte dei pubblici ministeri, ma decisiva sarà la rilettura deggli atti dei giudici che hanno autorizzato i provvedimenti cautelari, uno per tutti il sequestro dei beni di Vincenzo Consoli. Il cui vaglio di regolarità non si era fermato al tribunale di Roma ma era giunto fino a piazzale Cavour, in Cassazione. Possibile che in così tanti passaggi nessun giudice abbia rilevato una incompatibilità territoriale? Possibile che nemmeno i supremi giudici della Corte, che sono i custodi della procedura, si siano accorti che qualche cosa non andasse per il verso giusto?

Il portale di approfondimento giuridico Brocardi.it ricorda con dovizia di dettaglio lo spirito della disciplina specificando che «… lo scopo della norma è quello di favorire e ristabilire quanto prima la legittimità e la regolarità del processo per evitare che si protragga troppo oltre una situazione che potrebbe comportare la regressione del procedimento ad una fase precedente. Per tale ragione è dovere del giudice controllare anche d’ufficio la propria competenza circa il procedimento pendente avanti a sé…». Ora l’espressione magica è quell’«anche d’ufficio» che equivale a dire che il giudice, prima ancora che il pubblico ministero, è chiamato sua sponte ad accertarsi in ogni momento circa la regolarità degli atti in tema di competenza territoriale: questo per evitare che il procedimento di punto in bianco non sia costretto come un gambero a tornare indietro, generando problemi materiali e aumentando il rischio della prescrizione.

Da un punto strettamente procedurale ora la palla passa alla Procura di Treviso e alle parti offese. Questi due soggetti hanno la possibilità, se ne sono convinti, di impugnare la decisione presa a piazzale Clodio e di portarla davanti alla Corte di Cassazione il cui giudizio è inappellabile. Nel caso di un ricorso per Cassazione, passerebbe altro tempo. E mentre il procuratore Michele Dalla Costa sembra dare come probabile una “resa” alle ragioni della Capitale («valuteremo il dispositivo e se sia il caso di chiedere un conflitto di competenza. Ma se non bastasse dovremmo riorganizzarci. E’ chiaro che un solo magistrato non basta più e che De Bortoli dovrà essere affiancato da un magistrato di esperienza. Dovremo anche valutare se riunire tutto in un unico fascicolo», Corriere del Veneto di oggi), dal canto loro le parti offese, cioé i risparmiatori, dovranno valutare se appellarsi agli ermellini può essere una scelta strategicamente vantaggiosa.

Qui però o ha ragione il gup Ferri o non ha ragione, tertium non datur. In ogni caso, la Procura di Treviso é già impegnata sul fronte Veneto Banca indagando su reati ben più gravi come truffa e bancarotta fraudolenta, che si prescrivono più in là nel tempo. E siccome il reato di bancarotta si può perseguire solo se questa viene dichiarata dal tribunale competente, ovvero quello di Treviso (l’istanza di insolvenza è già stata presentata dal pm Massimo De Bortoli), è chiaro quale peso immane incomba oggi sulle toghe della città del Sile.