Distefano e Pacilio, le nuove poetesse che parlano d’amore

Le due autrici affrontano un tema immortale. Ma mettendosi in gioco senza ripetere quanto già scritto in passato

L’argomento, si sa, è inflazionato. Non conosce limiti spaziali, o temporali, né di genere. Mentre leggete, in ogni parte del mondo, c’è qualcuno che sta aggiungendo la sua parola sul tema. A pensarci, la cosa suona affascinante e al contempo vertiginosa. Certo, un narratore o poeta, oggi come oggi, alla luce di tanti predecessori e coevi, deve avere un bel coraggio per affrontare la questione. Ancor di più perché, essendo stato trattato da ogni prospettiva, è ben difficile dire qualcosa di nuovo in merito, o trovare una soluzione originale per raccontarlo. Ma sta di fatto che in ognuno di noi risiede una peculiarità inestinguibile.

Per dirla con Sartre, “nessuno può amare in mia vece” e di conseguenza ogni amore fa storia a sé per un qualche aspetto. Ogni storia d’amore è un unicum. È facilmente prevedibile, pertanto, che di amore non si smetterà mai di parlare, finché questo disgraziato pianeta Terra continuerà a girare, e il  sentimento in questione seguiterà a chiamare l’uomo a una promessa sempre in parte disattesa. È proprio perché ci soddisfa solo in una certa misura, in quella costante tensione tra carne e spirito, che l’amore trova una continua trasposizione a livello artistico.

L’arte è in fondo la proiezione delle nostre mancanze. Come il primitivo nella Grotta di Altamura riproduce ossessivamente l’animale da cui dipende la sua sussistenza, l’uomo civilizzato canta di un’emozione che, alla stregua della fame, sempre lo tormenta e, anche quando viene appagata, lo è solo momentaneamente. L’amore non lascia mai sazi a vita. E ciò sa bene la poetessa Rita Pacilio uscita di recente con L’amore casomai”, La Vita Felice, 2018. L’autrice, che non è certo estranea all’annoso argomento nella sua vasta produzione, ha preferito questa volta sorprendere i suoi lettori con una scelta stilistica davvero coraggiosa. L’opera è infatti, nella sua forma, una soluzione ibrida tra il racconto e la poesia. Per sua stessa ammissione ispirata dal maestro della short story americana, Raymond Carver, la poetessa, nel raccontare i tanti volti del sentimento amoroso, alterna una prosa – nel grosso dei casi poeticacon veri e propri versi.

Le storie qui raccontate, che certo non risparmiano anche gli aspetti più estremi e duri dell’amore, mantengono una tonalità costante, ferma, da cui emerge tutta l’umanità dell’autrice, oltre alla sua grande capacità empatica. Ma al di là di cosa venga raccontato – le situazioni sono tante, le sfumature innumerevoli e spetta al lettore scoprirle –, questo breve testo si distingue in particolar modo in ragione della scelta per così dire etica che ne anima la scrittura. Luigi D’Alessio, nella sua nota di lettura posta in chiusura, parla espressamente di «pudore della consegna» e continua spiegando che «la letteratura che siamo soliti leggere, ha, quasi sempre, una forzatura di immagini, furbi belletti, arrampicamenti metaforici, e versi che non aggiungono e non sottraggono al già detto».

Indiscutibilmente la Pacilio rifiuta queste facili scorciatoie, quelle che il già citato Carver, durante i suoi seminari universitari, aborriva e da cui invitava gli studenti a tenersi alla larga: «Niente trucchi da quattro soldi». Casomai, un autore dovrebbe parlare di ciò che gli sta maggiormente a cuore, senza artifici e infingimenti. Quindi, anche d’amore perché, come dice un passo della raccolta, «quando si smarriscono le confidenze […] Ogni libro è una ripetizione».

L’altra poetessa che sceglie a sua volta di mettersi in gioco con una prova narrativa è Alessandra Distefano, che esce con Ed i sogni restano là”, Alietti Editore, 2018. Anche lei, come la Pacilio, pur avendo una produzione in larga misura poetica, ha deciso questa volta di optare per la forma racconto. E anche nel suo caso, il tema dominante è l’amore. A differenza della precedente, però, il fuoco della narrazione si concentra in particolare sulla nascita di una passione. L’opera sembra rispondere all’oscuro quesito di come due persone possano riuscire a vincere la barriera di solitudine che le avvolge.

La questione è certo di rilievo, per qualunque attento osservatore del carnevale umano – per lo scrittore, quindi? – ed è appunto questo il terreno di indagine dell’autrice. È così che incontriamo i personaggi del primo racconto e li vediamo interagire tra sfrontatezza e diffidenze, sorrisi che hanno timore di sé stessi e silenzi. La Distefano ha un tocco accurato e delicatissimo nel ripercorrere le tappe sofferte della costruzione di un amore, in quei momenti in cui tutto sembra sul punto di andare in pezzi per poi ricomporsi, come per magia. Anche per questo i dialoghi sono estremamente curati e quasi sempre aperti, a voler rendere quell’andamento da naufragio, dei rapporti, in cui due esseri sono prima avvicinati, poi allontanati, dal corso imprevedibile delle onde del destino.

I due testi in questione rappresentano naturalmente solo alcuni degli ultimi esempi di una tradizione che affonda quasi nella notte dei tempi. Ma è pur vero che anche il sentimento e le declinazioni che questo conosce nei secoli, e fin nei decenni, sono tali che nessuna opera potrà mai porre la parola fine sulla questione. Inutile pensare che possa bastare Petrarca, o che la poesia d’amore sia finita con questo o quell’altro autore del ’900. L’amore è identico e sempre diverso. Ogni epoca dovrà trovare la voce giusta per la sua forma di passione.