Il mito del posto fisso da Tolstoj a Checco Zalone

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Da sempre il “posto fisso” è il sogno per antonomasia dell’italiano medio. In un periodo di forte disoccupazione (giovanile e non), l’assunzione a tempo indeterminato é come un’oasi nel deserto. In senso positivo, di sicurezza e stabilità, ma anche meno, di pigrizia “da ufficio”.

L’attore Luca Medici, in arte Checco Zalone, ha dedicato al tema il suo famoso film “Quo vado?”, del 2016. Vestendo i panni di un impiegato dell’ufficio caccia e pesca della Provincia, ha rappresentato perfettamente l’ideale dell’agognata ricerca (e conservazione) del posto fisso. Trovandosi alle prese con i tagli governativi alla pubblica amministrazione, deve valutare se dimettersi accettando una generosa liquidazione o venire trasferito lontano da casa. L’idea di cedere alle pressioni, però, non gli sfiora l’anticamera del cervello, poiché – come viene ribadito più volte durante il film – “il posto fisso è sacro!”. L’anziano senatore di turno, descritto come l’angioletto custode, oltre ad aver rimediato un posto al padre e allo zio, era riuscito a trovare anche a Checco un impiego. Tutte sistemazioni dove non si deve – ammette candidamente il politico – «fare un ca**o».

Il mito del “posto” in realtà non è solo italiano, e non è neanche di questi anni. Già a metà dell’Ottocento, nella Russia zarista, un insospettabile Lev Tolstoj scrisse qualcosa a riguardo. Lo scrittore e filosofo, oltre a sviscerare i massimi temi dell’esistenza umana, trovò il tempo per dedicarsi anche a quello “secondario” del lavoro pubblico. Nel capolavoro “Anna Karénina” il soggetto interessato dalla vicenda è proprio il fratello dell’eroina del romanzo, Stepan Arkad’ic Oblonskij. Fornito di un modesto titolo di studio, aveva rimediato un’occupazione ragguardevole grazie all’influenza del marito di Anna. Non si era trattato, però, di un caso fortuito perché Stiva era convintissimo che, in ogni caso, avrebbe comunque trovato un altro valido impiego grazie all’intercessione di parenti e amici. Egli infatti era in buonissimi rapporti con la crème della società moscovita e pietroburghese e i suoi conoscenti «non avrebbero mai lasciato fuori uno dei loro». Denunciando in modo velato le odiose pratiche nepotiste, l’Autore esprime giudizio fortemente critico verso Oblonskij, descrivendolo come uno scapestrato in grado di coprire quell’incarico «non peggio di chiunque altro».

Ma non finisce qui. Sommerso dai debiti, l’incorreggibile mediocre ritiene che sia giunto il momento di un impiego più remunerativo. Guardandosi attorno, si accorge della fruttuosa carriera di colleghi e coetanei. E lui? Lui non ha colpa, perché a suo avviso sono gli altri ad averlo dimenticato. Ed è così che Stepan Arkad’ic si rivolge nuovamente a parenti e conoscenti per ottenere raccomandazioni per un nuovo incarico direttivo. Alle perplessità del marito di Anna sullo spropositato stipendio, Stiva si giustifica dicendo che si tratta di un «lavoro vivo» e che, se è ben pagato, deve pur valere quei soldi.

Tanto nel film quanto nel romanzo si nota come il legame di parentele e conoscenze varie sia la chiave per potersi accaparrare un sicuro lavoro nel settore pubblico. Checco, pur di non rinunciare alla sistemazione ottenuta grazie al «generoso» senatore, ne segue il consiglio e si lascerà trasferire altrove. Stepan sa benissimo che non avrebbe faticato a ottenere una sistemazione, perché era sufficiente «non rifiutare, non avere invidie, non leticare, non offendersi». Avere i giusti agganci sociali, infatti, fa sì che sia tutto dovuto.

Un ulteriore parallelismo si rinviene nella futilità delle mansioni previste da tali impieghi e dall’idea che si abbia a che fare quasi sempre con uno spreco di denaro pubblico. Checco, come i suoi colleghi, viene dipinto come uno sfaticato, secondo il luogo comune tanto caro agli italiani. Si tratta di spese che il governo non può più sostenere e perciò, assieme agli altri, verrà indotto a dimettersi. Oblonskij, allo stesso modo, riuscirà a “parcheggiarsi” nel nuovo incarico direttivo: non sono richieste competenze e l’unico requisito è una non meglio precisata onestà. Stiva dovrà però sorbirsi le osservazioni del marito di Anna, il quale, pur aiutandolo, critica fortemente questi impieghi. Egli sostiene che stipendi tanto considerevoli siano ingiusti perché fissati «non secondo la legge della domanda e dell’offerta, ma direttamente, per compiacere le persone». Tolstoj fa dire al marito della protagonista che si tratta di «un abuso, grave per sé stesso e che si ripercuote dannosamente sul servizio dello Stato». Che Zalone abbia letto Tolstoj?

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