«La flessibilità? Un calcio nel sedere via WhatsApp»

Fallimento Ds Group-Trony in Veneto, parla un commesso a rischio licenziamento. Contro «padroni», sindacati e anche i colleghi più giovani

Pietro (nome di fantasia, temendo di «avere problemi nel cercare una nuova assunzione») è uno dei commessi che nel Padovano rischia di finire senza lavoro dopo avere appreso via WhatsApp del fallimento della Dps Group, una delle società che in Italia gestisce un marchio molto noto della grande distribuzione dell’elettronica, ovvero Trony. Il tracollo della srl, che al momento non ha avuto conseguenze sui punti vendita gestiti da altre compagini societarie, ha colpito duramente anche il Veneto: una novantina i posti a rischio, con chiusure che hanno progressivamente interessato il Veneziano, la Marca trevigiana, il Padovano e la provincia di Verona. Le brutte notizie erano nell’aria perché già in dicembre si cominciava a parlare di «personale senza stipendio,» racconta il dipendente che per il futuro si dice «pessimista».

Come ha accolto la notizia del cosiddetto licenziamento via WhatsApp?
Mi sembra il minimo, vendendo noi smartphone. Mi sembra un esito consono.

Ma al di là dell’amara ironia?
In realtà via WhatsApp ci è stato comunicato il fallimento della Dps Group, la proprietaria del punto vendita.

Lei concretamente come si comporterà?
Se non subentra un nuovo acquirente sarò per strada. E dovrò cercarmi un nuovo lavoro. Comunque andrà anche grazie al Job’s act mi aspetto, sempre se troverò a breve un’altra occupazione, condizioni contrattuali peggiori.

L’attuale contratto del commercio non vi tutela?
Ma stiamo scherzando? Negli anni Cgil, Cisl e Uil hanno avallato di fatto ogni richiesta di quei signori lì. Per questo non sono iscritto al sindacato anche se d’un vero sindacato, uno cattivo, ce ne sarebbe bisogno.

Lei dice quei signori lì. A chi si riferisce?
Parolo dei datori di lavoro. Ma io chiamo quella categoria col vero nome: il padronato. E lo dico per ciò che è senza connotazioni ideologiche e senza ipocrisia. Negli anni la nostra categoria ha dovuto cedere sulle ferie, sui recuperi, sugli aumenti salariali, sui turni. Per anni ci hanno riempito la testa sul fatto che la flessibilità ci avrebbe dato nuovo slancio. Eccolo l’eldorado della flessibilità: un calcio nel culo via WhatsApp.

Però sul tappeto c’è anche la questione della concorrenza dei colossi della vendita on-line come Amazon. Che tra l’altro godono di un regime fiscale che rasenta l’elusione grazie ad acquisti fatti in Italia ma spesso tassati in altri paesi. Questo dumping fiscale sta comunque colpendo la grande distribuzione. O no?
Sì, nessuno lo nega. Ma c’è pure l’altra faccia della medaglia.

E quale sarebbe?
Dagli anni ‘90 i centri commerciali e la grande distribuzione si sono avvantaggiate grazie ad una concorrenza di fatto sleale nei confronti della media e piccola distribuzione visto che i comuni e le amministrazioni hanno concesso loro tutti gli spazi che volevano senza che fosse imposta a quei signori la dovuta contropartita.

Vale a dire?
Se il centro commerciale o l’iper mi satura un pezzo della città a causa del traffico, dell’inquinamento e non fai pagare a chi li realizza oneri di urbanizzazione che non siano almeno venti, trenta o cinquanta volte quelli irrisori che sono stati chiesti sino ad oggi, allora io boss della grande distribuzione alla fine faccio il bello e il cattivo tempo. Salvo poi lamentarmi di Amazon o di Alibaba.com.

E quindi?
E quindi chi di dumping ferisce di dumping perisce. Ci sarebbe dovuti lamentare prima. Ci sono economisti, urbanisti, politici, sociologi, ambientalisti, sindacalisti che queste cose, incluso l’avvento devastante delle vendite on line, che queste cose le avevano previste.

Perché devastante?
Ma sa quante persone vengono in negozio, guardano il gadget di turno e poi se lo comperano su Ebay o su Amazon? Oltretutto anche gli imprenditori hanno capito tardi il fenomeno. E la cosa prende piede anche in altri settori.

Può essere più preciso?
A chi ha più di cinquant’anni è sfuggito come la tecnologia, per certi prodotti, sia diventata un qualche cosa a metà tra lo status symbol e il feticcio. Mentre le grandi catene continuano a spendere miliardi in pubblicità sul web una schiera di youtuber, influencer, blogger o chiamateli come cavolo volete recensisce, commenta, testa ogni diavoleria. Ma il minimo comune denominatore di quelle clip è l’unboxing. Lo spacchettamento. È una specie di rituale e quasi sempre la merce viene inviata via Amazon. Chiedete agli esperti di confrontare quanto spende Amazon di pubblicità e quanto le grandi catene. Vi dirà che le seconde si svenano. Dico per l’Italia, intanto. Come lo contrasti un concorrente iper-automatizzato che per giunta ha una schiera di giovani e meno giovani che non solo ti fa pubblicità gratis ma che diffonde un messaggio per cui solo quel tipo di vendita è in qualche modo concepibile? E non parliamo delle politiche commerciali.

Sarebbe a dire?
Le catene che vendono tecnologia vendono tutte le stesse cose. Se ti batti solo sul prezzo finisce male. E invece ci sono degli spazi di manovra. Anche per gli altri marchi la vedo dura. Anche se c’è una domanda da farsi: perché questo collasso ha colpito solo Dbs e non le altre società del gruppo, visto che il marchio è lo stesso? Nessuno mi toglie dalla testa che ci siano troppe ombre in questa storia. Non so dire quali al momento.

Per esempio?
Per esempio la diffusione dei social, YouTube in particolare, ha dato la stura ad una produzione di contenuti, sulla cui qualità il discorso va fatto a parte, senza paragoni nella storia. Oltre a telefonini e fotocamere è nato un sottobosco di accessori, ma pure di tecnologia sofisticata, per la produzione multimediale che nella grande distribuzione è assente. Ci sono ambiti che potevano essere sviluppati dando ad alcuni prodotti la platea dei centri commerciali. I negozi secondo me sopravviveranno se a far la differenza è il personale qualificato, l’assistenza e l’organizzazione di eventi in cui al consumatore viene propspettato un orizzonte diverso dal compra e basta. Un piccolo esempio l’ho visto per esempio in un noto negozio di elettronica di Arzignano dove organizzano corsi di cucina e dove di tanto in tanto i commessi appaiono in grandi gigantografie con i nomi in bella vista.

Se si parla di dipendenti si parla anche di formazione, vero?
Si ma nel mio ramo il grosso te lo devi fare per conto tuo. E sul web è davvero facile. Devo dire però che i giovani, in primis quelli che hanno meno di trent’anni, li vedo spesso poco reattivi. Me ne accorgo da come hanno reagito alle prime notizie dei conti in rosso del nostro gruppo: poche reazioni degne di questo nome. Bastava una ricerca su Google per aggiornarsi, ma pochi fra i giovani si sono veramente allarmati. Fermo restando che pure i sindacati sono stati tiepidi, diciamo la verità.

Che cosa ne deduce?
In parte queste cose sono lo specchio di quello che si vede in reparto. Se viene un cliente e gli spieghi quattro stupidaggini, magari dopo essere rimasto a chiacchierare davanti a lui con un collega quello non torna più. Certi vivono in un mondo interconnesso, lavorano in una catena hi-tech e nemmeno sanno esattamente che cos’è un processore o la memoria ram. Non lottano, non si informano, ma nemmeno si appassionano al lavoro che fanno. Ovviamente ci sono pure i colleghi in gamba. E per loro lo smacco sarà più forte.