Vicenza, candidati sindaci più mosci di così si muore

Cronaca del primo confronto a quattro fra Dalla Rosa, Di Bartolo, Rucco e Mantovani. Una gara a chi faceva più assopire

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Aprile, dolce dormire. Ieri sera non si sono contati, gli abbiocchi da cedimento in sala nel secondo incontro in cui erano schierati Dalla Rosa (centrosinistra), Di Bartolo (M5S), Rucco (centrodestra civico) e Mantovani (Forza Italia e Lega), quattro dei sei attuali candidati a sindaco di Vicenza (gli altri due, Bano di No Privilegi Politici e Maroso di Siamo Veneto, non sono stati invitati dal sindacato cattolico Acli organizzatore della serata, preoccupatosi di dare sufficiente tempo alle risposte e al dibattito). Ce n’era stato già uno qualche settimana fa, ospitato dal comitato per la Bretella della statale Pasubio. Ieri, il frizzante quartetto ha si è riunito per mandare in scena una sorta di terapia del sonno di gruppo. Strano soltanto non ci fosse nessuno con la radiolina nascosta a seguire Juventus-Real Madrid, stile Fantozzi e colleghi al soporifero cineforum del terribile professor Guidobaldo Maria Riccardelli, poi giustamente piegato sui ceci a fare penitenza con “Giovannona coscia lunga” e “La polizia s’incazza”.

DI BARTOLO POST-QUARESIMALE
Francesco Di Bartolo ha sicuramente conquistato la palma del vincitore nella gara di noia letale. E’ stato infatti l’unico, ad un certo punto, a essere stato forzatamente interrotto dal pubblico, che protestava a suon di “basta!”, “logorroico!”, “devono parlare anche gli altri!”. Effettivamente, l’avvocato siculo-vicentino, cattolico di sinistra, ha nella parlata quell’incedere salmodiante, sospiroso, un po’ prodiano, da buon curato sia pur di ferrea scuola lapiriana (e difatti ha citato il politico-santo La Pira, Domineddio l’abbia sempre in gloria), che rovescia sull’uditorio una coltre di sonnolenza generando sbadigli a catena. E sì che ha proferito parole e concetti anche duri. Per esempio ha definito il progetto Rfi del Tav «una greppia per la criminalità, un atto violento contro la città», promettendo di bloccare tutto il bloccabile, e ha condannato senza mezzi termini lo sviluppo sregolato e senza servizi dell’urbanistica in città. Ha usato parole di fuoco contro la «destabilizzazione» occidentale nei Paesi da dove poi giungono qui gli immigrati, centrando l’analisi internazionale ma scentrando la risposta che un amministratore locale può dare su questo fronte, e cioé onestamente poco o niente. Ma per il resto ha sermoneggiato sforando sistematicamente il minutaggio consentito, indugiando in struggimenti autobiografici («quella sera di ottobre in cui venni per la prima volta a Vicenza, c’era un nebbione come ora non ce sono più»), scadendo in indecorosi eccessi di piaggeria (oltre all’oggettiva «laboriosità», i vicentini secondo lui si contraddistinguerebbero per il fatto di «non limitarsi a guardare alla propria bottega»: ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò), intellettualeggiando con spiegazioni colte (la parola “sindaco” che viene dalla radice greca “dike”, giustizia, dunque egli sarebbe l’«avvocato del popolo»). Bravissima persona e con tutta evidenza animato da vero spirito di servizio, unica sua proposta forte (sulla carta) la democrazia diretta nello Statuto comunale, tuttavia era dura per i grillini trovare un candidato di toni e modi meno grillini, che non s’é fatto mancare neppure un elogio di Mariano Rumor (sic). Ci sono riusciti.

RUCCO E LA LOURDES DI MONTE BERICO
Francesco Rucco, al confronto, é parso un mattatore da club di Las Vegas, con lustrini e pajettes. In realtà pure l’avvocato che viene da destra, Msi-An, poi Pdl e poi per conto suo a fare una deboluccia opposizione al Decennio del dux di centrosinistra Variati, non é che sia un intrattenitore di folle né un oratore demosteniano. Però gli anni sui banchi del consiglio comunale un po’ di esercizio gliel’hanno fatto fare, e se l’é cavata meglio, almeno come livello di vivacità. Ma anche di quello delle banalità e del mood dimesso: «fondamentale é ascoltare i cittadini» (ma va?), «ci tengo a sottolineare che la squadra del sindaco dev’essere fatta di persone perbene» (cos’avrà voluto dire?), «il nostro programma sarà concreto, nulla di trascendentale» (ma uffa). Compensa però con un certo piglio sul caso BpVi («l’amministrazione Variati é stata silente e vicina ai poteri forti», dimenticandosi però che anche ai tempi del centrodestra governante non é che fosse lontana, dai poteri forti, ivi compreso il centenario beatificato in vita Nicola Amenduni), sulla cultura («vorrei che il Cisa Palladio non venisse più messo all’angolo com’é stato in questi anni», e qui c’é una stoccata al vicesindaco Bulgarini), sull’urbanistica («non ci saranno più costruzioni ex novo», salvo poi rimangiarsi la promessa poco dopo proponendo di costruire ex nuovo il Palazzetto dello Sport), sulla sicurezza (i gruppi WhatsApp di cittadini collegati con le forze di polizia, una specie di “ronda virtuale”). Si é preso l’applauso più forte e forse l’unico spontaneo dell’intera serata quando ha affermato: «si parla tanto di Parco della Pace, e poi si fa fatica a gestire i parchetti». Ha sfoderato, infine, un numerone che preso così lascia interdetti: secondo il bonario camerata Rucco, ogni anno «2 milioni e mezzo di turisti religiosi» visiterebbero il santuario di Monte Berico snobbando il centro storico. Sembrano un po’ tanti. In ogni caso é su di loro che secondo Rucco bisogna puntare, per altro non spiegando come. Ma evidentemente legando madonne, madonnine e marie immacolate al «brand Palladio». Il caro vecchio Marinetti avrebbe definito tutto questo “passatismo”, ma d’altronde la Vicenza moderata questo é: inerziale come forza del passato sul presente. Dormiamo, fratelli.

MANTOVANI NON CONTRATTUALIZZATO
Fabio “Carisma” Mantovani é l’ex presidente dell’Ordine degli avvocati vicentini (e con lui son tre, i legali candidati, meglio di un giorno in Pretura) che ha concionato il centinaio abbondante di partecipanti di ieri nel nome e per conto di Forza Italia e Lega, almeno a detta sua. A garantire l’ufficialità della sua candidatura, almeno per gli azzurri, c’era, nello stanzone dell’ex circoscrizione 6, il responsabile cittadino e provinciale Matteo Tosetto, che fino ad oggi era dato scalpitante per farlo lui, il candidato sindaco del centrodestra partitico. Senza contare lo scontro al vertice fra il commissario regionale Adriano Paroli e l’assessore veneto Elena Donazzan, pure lei disponibile per il ruolo. Che casino, vero? Ad ogni modo, se all’universo mondo pareva normale che uno stimato professionista come Mantovani si spazientisse per essere trattato come un uomo di paglia e mandasse gli amati partiti a quel paese, per l’interessato invece questa candidatura, chiamiamola così, senza contratto ancora scritto e controfirmato, rappresenta «un’avventura entusiasmante» (testuale). Con quella sua fissità inespressiva del volto incorniciato da un marziale taglio di capelli alla marines, e un eloquio legnoso, senza ritmo, metallico, indolore e insapore, l’uomo scelto da forzisti e leghisti per dare l’assalto a Palazzo Trissino non dà la sensazione di saper trascinare le folle alla vittoria. Eppure, sempre a detta sua, la scelta sulla sua persona é stata «dirompente» (sempre rigorosamente testuale). Cosa diromperà, ancora non si sa, ma per l’intanto ha assicurato che, da eventuale sindaco, «ascolterà anche la voce dei partiti senza rimanerne ostaggio», perché é «del tutto civico», in quanto «non iscritto a nessun partito». Per il resto, ha sciorinato un rosario di ovvietà, almeno dal punto di vista di un centrodestrorso: a Vicenza «ci sono più anziani e meno nascite», la Tav è «un’opera che rientra nei limiti dell’accettabilità, ma bisogna vigilare, anche con un ufficio ad hoc su lamentele e legalità, controllando passo per passo», l’amministrazione «dev’essere amica, non deve dire sempre di no ai privati», sulla sicurezza va bene un po’ tutto, «il vigile di quartiere accanto alle applicazioni tecnologiche e alle telecamere», mentre per attrarre turisti «Vicenza deve diventare qualcosa di tangibile e unitario» (eh?), e sullo sport il suo «leit-motiv» é «l’integrazione pubblico-privato» (boh). Appello finale con lapsus freudiano: «é stato un onore aver esposto le mie idee» (non anche quelle dei due partiti?).

DALLA ROSA E L’ONNIPOTENZA DEL DIALOGO
Otello Dalla Rosa, candidato di tutto il centrosinistra (Pd, Vicenza Capoluogo, la sua civica Vinova, la micro-galassia di sinistra nominatasi, alla padovana, Coalizione Civica), al momento é il favorito. Col centrodestra che si avvia al primo turno diviso fra Rucco e Mantovani, e l’astensione facilitata, specie sempre a destra, dal voto in pieno giugno (il 10, con ballottaggio a fine mese, con la gente già a mostrare al mare le note parti chiare del corpo), Dalla Rosa può rischiare grosso solo se vorrà lui perdere, giocandosela male e combattendola peggio. Un piccolo assaggio del suo possibile tafazzismo é stata la recente proposta di 50 “sentinelle” straniere con cui monitorare il territorio contro il degrado e la piccola delinquenza di altri stranieri. Ieri sera l’ha definita, tradendo un certo imbarazzo, «un po’ provocatoria», e si é dilungato in uno spiegone da cui in sostanza si é evinto che trattasi di mediazione culturale, con volontari stranieri «residenti e socialmente inseriti» che si dedicheranno al «dialogo» (se non c’é il dialogo…), per spiegare «a chi vive su una panchina che non si può, che c’è un posto dove stare, dormire, mangiare un pasto caldo, che si può uscire dallo sfruttamento, dal racket, dallo spaccio». Scandendo i suoi interventi in un orripilante e ammorbante politichese, Dalla Rosa ci ha messo anche lui il suo bel carico di fuffa: «sarò il sindaco di tutta la città, siamo dalla vostra parte», «la grande crisi della Banca Popolare di Vicenza ha generato una enorme sfiducia» (non solo quella, per la verità: ha fatto perdere anche svariati miliardi a famiglie e imprese), la Tav «é una grande opportunità, ma come tutte le opportunità ha dei grandi rischi», e tuttavia «ci sono 150 milioni di opere collegate» (il modo indicativo del verbo é ottimista, ma soprassediamo), «bisogna investire nel marketing e nel turismo», nel sociale «bisogna fare rete». Uniche idee originali udite: la nuova Biblioteca Bertoliana-campus e realizzare un nuovo parcheggio al posto del vecchio tribunale. Altri fatti da segnalare: zero.

Si preannuncia una campagna elettorale in cui la verve sarà considerata sedizione contro lo Stato.

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