Il rapporto tra vita e scrittura nell’ultimo romanzo di Vilain

«Ma ti è successo davvero quello che racconti nel romanzo?» Se siete scrittori, o più semplicemente se avete pubblicato un testo di narrativa, è garantito che un qualche amico o parente vi abbia posto un simile quesito. Sappiate dunque, al di là di ogni ragionevole dubbio, di avere di fronte una persona che di letteratura non capisce niente. «Se avessi voluto raccontare la mia vita, avrei scritto un’autobiografia e l’avrei segnalato con un sottotitolo», ecco la sola risposta sensata che gli si possa dare. Vedrete che a quel punto vi guarderà con delusione: sperava nel pettegolezzo. Probabilmente, ama più il gossip della letteratura. Inutile poi perdere tempo per fargli capire che, anche quando non si scrive un resoconto della propria esistenza, è comunque impossibile non essere in parte autobiografici, almeno se si è dei buoni scrittori.

Un autore rende sempre quello che è il suo mondo. Non fosse altro perché è il solo che conosce. A meno che non abbia vissuto mille vite in una, è ben difficile che abbia cognizione di altro, al di là di ciò che ha percepito attraverso il personalissimo buco della serratura da cui osserva ciò che lo circonda. Per questo, coloro che scrivono di epoche trapassate o si dilettano nel 2018 vergando poesie sull’Olocausto, risultano patetici, piuttosto che toccanti come sarebbe loro desiderio. Non possiamo scrivere di tutto, ma solo di ciò che ci tange per appartenenza sociale e temporale. La fantasia, che pure è essenziale in uno scrittore, non potrà mai sopperire all’intima conoscenza. Ciò non toglie che si inventa, si fantastica, si creano personaggi che non hanno corso intorno a noi, ma sempre partendo da una base di realtà. Questi non sono, è vero, ma potrebbero essere. Leggendo un autore quindi – mettetevi l’anima in pace – non capirete mai se c’è stata realmente una certa Emma, o Francesca, nella sua esistenza. Potrete però comprendere che genere di donne abbia frequentato, quale tipo di confidenza abbia stabilito con il gentil sesso, intorno a quali ambienti abbia gravitato.

È su concetti affini che si sofferma, senza mai cadere nel declivio del didascalismo, Philippe Vilain con il suo ultimo romanzo, La ragazza dalla macchina rossa, Gremese Editore, 2018. Quella che andrete a leggere è una storia d’amore, e infatti “amore” è anche la prima parola del testo. Ma lo scrittore francese non si limita a questo. Un grande autore è così, viaggia su più livelli. Racconta una storia, magari accattivante, ma, oltre a voler mettere su carta un certo intreccio, riesce a veicolare un sottotesto per chi sa leggere tra le righe.

Il libro in questione è l’affascinante narrazione del formarsi e poi venir meno di una coppia di estrazione medio borghese. Nella fattispecie, si tratta di uno scrittore e di una studentessa di Lettere. Vilain, che è indiscutibilmente uno dei pochi a conservare una visione romantica dei rapporti senza risultare melenso, non si astiene dal raccontare anche il lato più basso dell’amore, la facilità con cui il romanticismo impatta sulla realtà più vile avendo la peggio. Per quel che riguarda tale aspetto, il messaggio è molto chiaro e non certo ignoto a chi già conosce l’opera del maestro: l’amore non è puro. Su un qualcosa di tanto incontrollabile e insondabile, come il desiderio, vanno a sovrapporsi le più differenti influenze che lo condizionano. Insomma, l’amore è una costruzione sociale e un rapporto non si instaura o deteriora solo in base al mutare di un sentimento avulso da qualsiasi contesto.

Ma la cosa decisamente più interessante è come, parallelamente al discorso centrato sull’amore, Vilain porti avanti pagina dopo pagina il parallelismo tra questo sentimento e la scrittura. È l’arte a imitare la vita, o viceversa? Quanto è romanzesca l’esistenza? La finzione e la bugia, in un rapporto di coppia, sono una forma di creatività che imita quella del narratore? Un romanziere, quando attinge dalla sua vita, cosa inserisce e cosa estromette dalla pagina? Quali sono le affinità e le differenze che corrono tra i protagonisti di un testo e l’autore che gli ha dato vita? Il tutto nella consapevolezza che la vita è sempre narrazione: di sé, di noi stessi agli altri, degli altri su di noi («Ovviamente non mi sono capitate tutte queste storie, certe sono inventate, altre romanzate, ma non posso negare che la scrittura intrattenga un legame con la mia vita sentimentale e che, a volte […] siano i miei amori a scrivermi, i loro corsi aleatori, gli avvenimenti e le peripezie, il carattere romanzesco che, senza lasciarmi nulla da inventare, mi spingono a scriverli»).

Per cui, anche l’oggetto d’amore, che sempre ci resta in parte sconosciuto, sempre ci si nasconde e, anche involontariamente, ci mente “non aveva inventato le loro vite, ma le aveva prese in prestito, spostate, e trasformate, come facevo io quando scrivevo i miei romanzi”. In definitiva, i confini si fanno labili: la vita è anche qualcosa che si scrive e la letteratura qualcosa che si vive. Ma ciò non vi tragga in inganno, non tutti hanno una storia che aspetta di essere messa nero su bianco. Per certe cose ci vuole stoffa. Per scrivere certi libri, bisogna essere Philippe Vilain.

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