Alunni picchiano insegnanti? Per forza, l’«intellettuale» é disprezzato

La violenza e mancanza di rispetto non fa più notizia. Perché ha vinto l’incultura del “fare per fare” sul sapere

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Ormai le storie di insegnanti picchiati a sangue – dai loro allievi o dai genitori degli allievi, a scelta – insultati scurrilmente, legati come prede al totem da classi di giovani analfabeti epo i sbeffeggiati e bastonati eccetera eccetera, non si contano più. L’ultima è quella di uno studente che ha minacciato di sciogliere la sua professoressa nell’acido, ma anche di questa non si è parlato più di tanto. Il punto è che non fanno più notizia, come si suol dire: e perché sono troppo numerose, e perché, tutto sommato, ormai vengono considerate “normali”. Dilettevoli sono anche le spiegazioni degli “esperti” che ci offrono i media, come lo psicologo che ha detto che ciò denuncia «un aumento di aggressività»: Monsieur de La Palice non avrebbe saputo dir meglio.

Nessuno, invece, pare rendersi conto che le radici del fenomeno stanno altrove. Stanno, per esempio, nel disprezzo plebeo e tutto italiota per gli “intellettuali”, e non a caso è stata l’Italia a partorire il detto: “chi sa fa e chi non sa insegna”. Questo, appunto, per la maggioranza degli Italiani, sono gli insegnanti: fancazzisti e nullafacenti, che si credono chissà chi perché hanno letto quattro libri. Mentre, intanto, chi non aveva tempo per leggere libri ma aveva “voglia di lavorare” si dedicava a rendere grande il Paese.

Tout se tient, appunto, e non a caso i docenti italiani sono non solo i più spregiati e vilipesi d’Europa, ma soprattutto i meno pagati d’Europa. Tout se tient, e infatti un ministro dellaRepubblica ha potuto  spudoratamente affermare che “con la cultura non si mangia”. Tout se tient, ancora ed ecco Matteo Renzi (ciaone, Matteo) e la sua eminenza rosso bordeaux, il ministro Valeria Fedeli, partorire la Buona (ah ah!) Scuola, per cui finalmente gli studenti, invece di cazzeggiare su Dante e Manzoni, possono occuparsi finalmente di cose serie, come fare cappuccini negli Autogrill o friggere le patatine alle feste del Pd.

Ancora una volta, tout se tient, e infatti, se le premesse sono queste, se questa è la “lezione” che i ragazzi sentono dai loro genitori, dalla politica e persino da molti dei loro insegnanti, come si può pensare che abbiano “rispetto”? A ciò si aggiunga quella che recentemente qualcuno – purtroppo non ricordo più chi – ha genialmente definito “la pedagogia dei poverini”. Ovvero sia: quand’ero piccolo, se tornavo a casa dicendo che il maestro mi aveva dato una sberla, mio padre me ne dava due (per parte), e poi andava a chiedere scusa al maestro per la pochezza di suo figlio.

Oggi – poverini – “sono ragazzate”, e in fondo, chi se ne frega. Lorenzo Milani è mort o, per sua fortuna, e Pasolini anche, e il Paese pagherà questo sconcio tra cinquant’anni. Ma,come dicevano i Nomadi, “noi non ci saremo”. Auguri.

(ph: oggiscuola.it)

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