Finita la sbornia Van Gogh, pensiamo al Teatro Olimpico per favore

Oltre l’indotto commerciale, sarebbe bene riflettere su quale eredità lasciano le mega-mostre di Goldin

Mentre nel clamore di plateali esibizioni intorno alla Basilica Palladiana si andava sfogando, sabato 7 aprile, la “sbornia” della mostra “Van Gogh tra il grano e il cielo”, nel silenzio di un Teatro Comunale tutto esaurito si svolgeva l’ultimo appuntamento della stagione sinfonica dell’Orchestra del Teatro Olimpico. Due eventi non paragonabili, ma indicativi di due modi diversi di concepire e di promuovere l’arte. “Sbornia” è parola che non ho coniato io, ma che è stata pronunciata da uno speaker nel presentare il concerto “Tutto Prokof’ev”, auspicando che la città, passata anche la campagna elettorale, possa trovare un giusto equilibrio.

La politica dell’amministrazione Variati ha dimostrato una concezione populista e mercantilista della cultura, basata su numeri da esibire più che su valori da trasmettere, su successi effimeri più che su risultati duraturi. E ha goduto dell’appoggio incondizionato dei media, docili strumenti di propaganda al servizio del migliore offerente.

C’è da chiedersi se sul piano della conoscenza, che insegna a distinguere i valori, valgano di più 6 mesi di una mostra di Van Gogh, che ha fruttato incassi favolosi ad abili imprenditori, o due ore di un concerto “Tutto Prokof’ev” magistralmente eseguito da 40 giovani musicisti, selezionati fra centinaia di diplomati nei Conservatori di tutta Italia e perfezionati sotto la guida di docenti-formatori di chiara fama. Di artisti come questi si parla poco nella nostra consumistica società, e in maniera inadeguata sulle pagine dei nostri giornali. Le autorità cittadine non si vedono ai loro concerti, amano comparire a fianco di chi sa vendere a caro prezzo la propria merce.

Allo scadere del secondo mandato, periodo lunghissimo in cui si poteva impostare una seria politica culturale, l’amministrazione Variati lascia in eredità solo trionfalistiche dichiarazioni. Unica istituzione pubblica ad aver aumentato il numero degli spettatori e migliorato le sue performance, è il Teatro Comunale. Creato da un’altra Amministrazione, ma gestito da chi ha  interpretato i gusti di un pubblico diversificato, ha mantenuto mediamente alto il livello delle proposte teatrali e musicali. La Società del Quartetto, che ha trovato qui una stabile dimora, è diventata con eccellenti programmazioni un punto di riferimento imprescindibile.

Il discorso cambia passando ad esaminare ciò che succede all’interno degli edifici palladiani, utilizzati per funzioni diverse da quelle per cui sono nati, dove la politica per motivi di prestigio è soprattutto presente. Anche il Teatro Olimpico, concepito per il pubblico, ha perso la prerogativa assegnatagli da illuminati reggitori di dialogare anche con culture diverse da quella classica e rinascimentale. Resterà vivo se continuerà a misurarsi con le espressioni più qualificanti del nostro tempo. Ciò che non si capisce è il ruolo assegnatogli dall’amministrazione Variati e dall’Accademia Olimpica, dato che della Stagione degli Spettacoli Classici è rimasto solo il titolo nelle locandine. Frammentarietà di proposte, ambiguità di messaggi, confusione di linguaggi hanno snaturato manifestazioni che non hanno trovato alternative plausibili.

Le interminabili mostre di Goldin hanno fatto passare in secondo piano la valorizzazione del  patrimonio storico-artistico della città. Assorbendo energie e denaro – anche la Fondazione Roi ci ha messo del suo – non si sono sanate situazioni insostenibili come gli orari di apertura dei monumenti e la loro parziale agibilità. Lettere di protesta inviate dai turisti al Giornale di Vicenza fanno capire che le cose non funzionano nei servizi dei musei vicentini. Ecco cosa ha scritto una signora ferrarese in visita pochi giorni fa: «Alle 17, terminata la visita della mostra di Van Gogh, siamo usciti per visitare il Teatro Olimpico. Piazza dei Signori era ancora gremita di gente, la coda alla mostra era ancora lunghissima e artisti di strada allietavano gli astanti e il passaggio domenicale. Alle 17.15 siamo arrivati al Teatro Olimpico con i biglietti della mostra pronti da esibire, perché davano la possibilità di visitare anche altri monumenti, fra cui questo, ma i cancelli erano già chiusi anche se l’orario di chiusura segnalato era le 18.30». É sconcertante che la mostra di Van Gogh, seppure la più gettonata tra le numerose allestite in Italia – una anche a Verona – resti aperta dopo 6 mesi di programmazione fino alle 3 del mattino mentre il Teatro Olimpico, simbolo  della città del Palladio, chiuda i cancelli ogni giorno alle 17? Non è ridicolo l’appellativo “metropoli” affibbiato dalle cronache a Vicenza dopo il sensazionale evento?

L’attivismo dell’assessore alla Crescita Jacopo Bulgarini d’Elci non gli ha permesso di legare il suo nome a un progetto culturale che si infuturi nel tempo. Si tornerà a parlare dei soliti irrisolti problemi come l’allestimento delle ali ottocentesca e novecentesca di Palazzo Chiericati, la visibilità da dare agli artisti vicentini, l’esposizione dei lasciti pervenuti al Museo, la nomina di un direttore stabile che diventi emerito dopo aver lavorato sul campo. Ecco l’unica novità: nel Torrione di Porta Castello nascerà una Galleria d’arte contemporanea gestita da un collezionista privato che esporrà per trent’anni le opere di sua proprietà e di artisti della sua scuderia.

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