«Stabile del Veneto declassato, quella volta dovevamo aiutare Genova»

Il vicepresidente Beltotto: «non siamo veneti piagnoni, ma le regole di Roma vanno cambiate». E sul rapporto con Verona: «tornerà con noi, abbiamo un’idea…»

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Interrogazioni parlamentari, pressioni politiche, sdegnate prese di posizione, aggressivi proclami. Giampiero Beltotto non ha difficoltà ad ammettere di essere stato lui a scatenare la tempesta – o quanto meno a sollevare il polverone. Anzi, non nasconde la soddisfazione di chi ritiene di avere fatto un buon lavoro. Nell’interesse del Teatro Stabile del Veneto, naturalmente, del quale è il vicepresidente. Tutto per il declassamento comunicato pochi giorni prima di Pasqua a mezzo posta elettronica certificata: via la qualifica di “Teatro Nazionale”, corsa con il fiatone per agguantare quella di TRIC, “Teatro di Rilevante Interesse Culturale”.

Beltotto dirige l’orchestra dello sdegno regionale e ci mette volentieri del suo. «Se il direttore generale dello Spettacolo, Cutaia, si crede il Marchese del Grillo, sappia che io non sono l’ebanista Aronne Piperno». Metafora cinefila. Spiegazione: Cutaia si chiama Onofrio, proprio come il marchese romano interpretato da Alberto Sordi nel popolare film di Mario Monicelli. E il riferimento è all’episodio in cui il nobiluomo si rifiuta di pagare l’artigiano e gli dice: vuoi sapere la procedura? Io i soldi non li caccio e tu non li becchi. «La battuta su Cutaia l’ho fatta in conferenza stampa ma nessuno l’ha riportata». Lacuna colmata.

Sta di fatto, Beltotto, che mentre qui a Nordest molti si agitano, a Roma non fanno una piega. E nel resto dell’Italia teatrale nessuno si muove. E dunque, qual è la vostra strategia? Andrete al ricorso?
Speriamo di no.

Dice così perché sa che iniziative del genere finora non hanno mai sortito alcun effetto?
Lo dico perché chi va in tribunale ha perso comunque e perché un’iniziativa del genere blocca il sistema teatrale, determina ritardi nei finanziamenti statali.

L’analisi di quello che è accaduto e l’accesso agli atti per capire bene non bastano?
No. La commissione ha più che dimezzato i punteggi della volta scorsa. Eppure anche lo spettatore più disattento vede che abbiamo fatto e stiamo facendo molto. Il fatto è che quei signori non hanno nemmeno letto il nostro programma.

Come fa a dirlo?
È un’indicazione che ci è arrivata da più fonti, almeno tre»

Auguri per l’attendibilità delle sue “gole profonde”. Intanto il tempo passa, la programmazione non può fermarsi: chiudere questa faccenda fra poco diventerà imperativo, sennò il rischio sarebbe di incontrare difficoltà crescenti. Avrà sicuramente pensato a una linea…
Non ci sono molte alternative. O a Roma qualcuno ammette di essersi sbagliato e ci ridanno la qualifica di Teatro Nazionale, oppure si riconosce la bontà di quel che stiamo facendo e si agisce di conseguenza, aumentando la contribuzione dello Stato, a prescindere dalle qualifiche. Ma questo non toglie la nostra impressione di essere stati trattati con sufficienza. E vorrei anche smentire due cose che sono state dette e che non rispecchiano la realtà.

Prego.
Non è affatto vero che noi ci siamo lagnati per dare un contributo alla “causa” leghista. E non siamo i soliti veneti piagnoni. Noi non chiediamo la carità.

Ammetterà che la promozione dello Stabile di Genova riconosce uno dei centri di maggiore qualità della prosa nazionale. Tre anni fa il loro declassamento aveva fatto scalpore in tutto l’ambiente teatrale.
Certo che il Teatro di Genova è molto buono. Io ne ho conosciuto la qualità fin da ragazzo, quando a Milano seguivo la prosa. Conosco la loro storia e il ruolo che hanno avuto in Italia. Le dirò di più. Tre anni fa, quando noi siamo diventati Teatro Nazionale e loro sono stati declassati, abbiamo compiuto un errore a lasciare Genova da sola. Così facendo abbiamo in certo modo avallato un sistema discrezionale che ha dimostrato i suoi limiti anche questa volta. Poteva essere, allora, l’occasione di una riflessione sulle regole. Dobbiamo farla adesso.

Però la sensazione è che oggi il declassamento dello Stabile Veneto non abbia causato in Italia particolare sorpresa, al di là del meccanismo deteriore del “mors tua, vita mea”, che purtroppo affligge il sistema. E poiché la bocciatura è stata preventiva e basata non sui numeri ma su un giudizio relativo alla qualità, bisogna che di questo parliamo.
Negli ultimi tre anni noi ci siamo concentrati sui conti. E guardi che allorché questo consiglio di amministrazione, presieduto da Angelo Tabaro, si è insediato quattro anni fa, non eravamo lontani dal portare i libri in tribunale. La storia racconterà che Tabaro ha salvato dalla chiusura alcune gloriose sale teatrali. Per portare i conti alla buona situazione di adesso abbiamo lavorato per aumentare il pubblico e quindi le produzioni. Riconosco che queste ultime non sempre sono state di qualità eccelsa.

Faccia qualche esempio.
Aprire la stagione con uno spettacolo di Natalino Balasso è stato un errore. Per quanto sia bravo e abbia l’attenzione del pubblico, non costituisce la parte più alta della nostra rappresentazione.

E quindi il Cda ha riflettuto sul ruolo e le responsabilità del direttore, Massimo Ongaro? La sua posizione si è fatta delicata?
Ongaro non l cambiamo, anzi ce lo teniamo stretto. Per una realtà complessa come lo Stabile del Veneto è l’uomo ideale, un professionista che coniuga managerialità e pensiero teatrale. E fra l’altro sta lavorando per realizzare una piattaforma di internazionalizzazione della nostra idea di teatro.

Cioè?
Porteremo le Baruffe chiozzotte di Goldoni a Mosca, saremo di scena anche a Budapest con il teatro veneto.

Russia, Ungheria… Questo programma ha l’aria di una sorta di affiancamento culturale alla “politica estera” della Regione. L’internazionalizzazione del teatro guarda solo a Est e ai confini o fuori dal contesto occidentale? E il resto d’Europa?
Siamo un teatro pubblico e uno dei soci principali è la Regione del Veneto, ma eviterei di schematizzare tutto. Personalmente, sto lavorando per aprire un canale con il Marocco: a Rabat stanno lavorando in maniera interessante.

Tornando alla qualità, ai progetti e alla loro profondità: vedremo una svolta?
Noi pensiamo di essere intelligenti e stiamo riflettendo. È vero, dobbiamo cambiare. Dobbiamo migliorare la nostra piattaforma e la relazione con il pubblico, dobbiamo perseguire un’idea di teatro per il popolo, diffuso sul territorio. Il riferimento storico è a Paolo Grassi e al suo Piccolo, a Milano. Ricordo ancora benissimo l’emozione di quand’ero studente, andare a un Re Lear nella sala di piazza Abbiategrasso, che allora era la periferia della periferia.

Territorio è anche Verona. Il divorzio con la Fondazione Atlantide, ormai è chiaro, è stato decisivo per il declassamento. Cosa è successo?
La fusione con Verona è stata fortemente voluta dal cda, da me un po’ meno. Non credo se ne siano andati per questioni di soldi, li abbiamo riempiti. E nemmeno sulle politiche produttive.

Paolo Valerio, il direttore del Nuovo, ha citato fra le cause una produzione di Misura per misura che è stata fatta saltare.
Costava troppo, e noi siamo attenti all’euro. Probabilmente è vero, l’avessimo mandata avanti – con un costo aggiuntivo di qualche decina di migliaia di euro – adesso saremmo ancora Teatro Nazionale. Ma è anche vero che dei nostri 117 mila spettatori Verona non ce ne sottrae la metà, com’è stato scritto, ma circa 37 mila. A Roma ci avevano rassicurati sulle conseguenze del divorzio, ci siamo illusi di potere “stare sereni”.

Ingenui. Ormai quell’espressione è un’antinomia proverbiale… Ma dunque, il territorio dello Stabile è destinato a fermarsi prima di Verona?
Niente affatto. Provo un profondo rammarico per la separazione da Atlantide, ma Verona tornerà a fare parte dello Stabile. Abbiamo una grande idea, ci stiamo lavorando, è presto adesso per dirgliela.

Sale a Verona ce ne sono, anche di proprietà del Comune oltre che private: restiamo in curiosa attesa. Ma se andrà in porto questo progetto, resterà l’enclave “no Stabile” di Vicenza, che è stata socia nei primi anni Duemila ma ne è uscita per troppa onerosità (e vari altri problemi) e ha un teatro che funziona assai bene, per non parlare dell’Olimpico, che ingolosisce tutti.
Vicenza deve ridiventare socia dello Stabile del Veneto. Siamo al lavoro da tempo per arrivarci.

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