Castronuovo e Lindi, la poesia non è intrattenimento: è vocazione

“L’insonnia dei corpi” e “L’accordatura della stasi”: due opere complesse per imparare il giusto approccio ai versi

Sicuramente, di poesia se ne legge poca, davvero troppa poca. Ma, oramai, anche questo è una specie di ritornello ossessivo che gli addetti ai lavori si ripetono l’un l’altro con masochistica passione – mai sottovalutare la propensione degli intellettuali per l’autoflagellazione. In verità, che la poesia si venda o meno, a pacchi o sottobanco come uno stupefacente, è una questione decisamente triviale dagli effetti lassativi. Molto più stimolante sarebbe porsi la domanda: ma ci sono davvero in giro tutti questi poeti che meriterebbero di essere letti? Meglio fugare ogni dubbio: neanche per sogno. Troppi poeti e soprattutto troppi libri per ognuno di loro. Quando va bene – ma deve proprio andare grandiosamente bene – un vero poeta riesce a cavare fuori dall’anima un centinaio di ottime pagine in una vita. Non è un caso che, di solito, si debba attendere che l’uomo sia polvere per poterne determinare la reale consistenza letteraria. Terribile sorte, non c’è che dire, ma stringente come la gravità.

Se possedete una ferma pazienza, voglia di smazzare testi su testi, tempo da sottrarre al mero esistere, qualcosa troverete. La poesia, sia dal punto di vista di chi la scrive che del semplice lettore, è una vocazione. Con la poesia non ci si intrattiene. Per passare il tempo c’è il cinema. La lirica è per chi si tormenta all’idea dello scorrere del tempo e contemporaneamente anela alla fine sapendo di non potersi salvare. Insomma, un qualcosa per animi inquieti e incontentabili: “Pace non cerco, guerra non sopporto” dice Dino Campana e in questo meraviglioso paradosso restituisce il senso di un destino.

Ma per tornare al prosastico dell’ambito poetico, sappiate che, anche se cercherete con estrema calma, comunque difficilmente entrerete in contatto con testi che siano essenziali dall’inizio alla fine (a meno, appunto, che un autore non abbia pubblicato un solo testo con una selezione di una vita di lavoro). Già trovare un libro o una plaquette in cui un terzo delle pagine sia di rilievo è un mezzo miracolo. A ogni modo esistono, e alcuni – ecco un ulteriore prodigio – riescono a mantenere un’unità del dettato stilistico anche nelle loro liriche meno riuscite. È il caso per esempio di Costanza Lindi, con il suo Accordatura della stasi, Kammer Edizioni, 2017.

La Lindi è una di quelle poetesse che hanno il dono, quando particolarmente ispirate, di riuscire a coagulare il proprio sentire in versi di notevole spessore e impatto. Ciò che colpisce particolarmente in questo suo ermetismo esistenziale è una lodevole abilità nel giocare sempre sul filo semantico delle parole: tante sono le cose dette, quante quelle che sfuggono. La sensazione che lascia la lettura di una sua lirica è quella di trovarsi di fronte a una foto sempre leggermente fuori fuoco, a causa di un soggetto che rifiuta di farsi cristallizzare in modo fisso e stabile (Me ne sto seduta/ a gambe incrociate/ nel centro di una stanza color mattone./ Le pareti scottano./ Uno svolazzo con le dita/ per afferrare il colore./ Una smania./ Della danza delle falangi/ il fuoco della perdita/ raggiunge la gola./ Un utero nel quale/ non ricordo di essere entrata./ La stanza, la casa delle parole/ tenute fuori).

Certamente la Lindi sa poetare, ovvero giocare a nascondino nella selva delle parole, fino a provocare nel lettore quella morbosa e piacevole esasperazione che dà andare a caccia di un’identità per ritrovarsi poi tra le mani un corpo rovesciatosi nel suo fantasma (Ingrata distratta/ dono con orgoglio sorrisi al dubbio/ per il quale spero di provare/ ingratitudine./ un giorno./ Eppure mi scopro curiosa/ di come possa essere un dolore/ tanto grande,/ così curiosa che ne ho paura,/ immaginando come sarei/ se ne uscissi viva./ Noiosa lungimiranza).

Altro interessante esperimento poetico di recente uscita è Paolo Castronuovo con L’insonnia dei corpi, Controluna Edizioni, 2018. Bello l’accorgimento di descrivere il mondo attraverso la lente di un insonne che fa quasi venire in mente il famoso film del 2004, L’uomo senza sonno (quanti assassinii in questo palazzo/ una torre di mille finestre le quali in/ ogni luce accesa è quasi morte certa/ a fari puntati/ attendo un urlo che mi faccia ninnananna/ mentre ti scopo puttana di un’insonnia/ pagandoti in cambio di questi versi). Del resto, Castronuovo abbonda di riferimenti nascosti ad altri libri e a lungometraggi (quello più palese è a Pulp Fiction), in questo testo che è in fin dei conti anche una sorta di pastiche postmoderno.

Le tematiche della raccolta sono molteplici, dall’amore all’universo social. Hanno in comune di essere tutti motivi che generano angoscia e non fanno dormire sereni. Ma l’aspetto più interessante sta nelle immagini e figure retoriche, che spesso rimandano a tutta una serie di oggetti che hanno prepotentemente fatto il loro ingresso nella nostra vita odierna. In ciò il poeta manifesta una seppur inconscia affinità ai dettami di un movimento quale quello del Realismo Terminale (sei entrata dentro come un ago infetto, un proiettile/ all’uranio impoverito mi ha ammalato di te e di tutti/ gli effetti collaterali/ non posso stare isolato al buio con uno schermo e un quaderno/ ad illuminarmi solo di te, ho bisogno di vedere qualcuno/ anche se in ognuno ti ritroverò). L’insonnia dei corpi è un testo profondamente composito e stratificato, da decifrare con attenzione, su cui tornare. Un libro di poesie, peraltro – e ciò è un altro punto a suo favore –, in cui l’autore non teme il ricorso alla risata e all’ironia, un terreno non certo molto battuto in quest’ambito (scrivo con la biro di un’agenzia funebre e dell’assicurazione/ sul taccuino del Toradol regalatomi dal medico).

Naturalmente, inutile nasconderlo, per arrivare a cogliere tutti questi aspetti in una raccolta, i suoi vertici come le cadute, dovrete un po’ penare e la lettura non sarà sempre un piacere. Sta a voi scegliere se cimentarvi.

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