«Ex BpVi e Vb, nella bad bank solo porcherie»

Cittadinanzattiva: «problemi seri col credito alle piccole imprese, ai risparmiatori non rimarrà nulla»

«Oggi Intesa San Paolo è chiamata a gestire una moltitudine di problemi che la cosiddetta gestione clientelare in uso nelle ex popolari venete portava con sé. Anche a danno del personale che in questo modo è stato fortemente de-professionalizzato da una politica costruita per fare cassa attraverso lo scellerato collocamento delle azioni delle ex popolari». Non fa sconti Giuseppe Cicciù (in foto). Medico, settant’anni portati molto bene, vive sui colli di Malo nel Vicentino, per un decennio è stato presidente del “Tribunale del malato del Veneto”, una delle reti di attivismo civico più conosciute tra quelle riferibili alla onlus nazionale “Cittadinanzattiva”. Alcuni mesi fa l’associazione, che a breve compie quarant’anni, lo ha chiamato a svolgere il compito di segretario regionale. Ed immediatamente oltre ai problemi degli utenti pazienti si sono materializzati sul suo tavolo anche quelli dei risparmiatori che peraltro l’associazione stava già seguendo.

Cittadinanzattiva, che è parte civile nel processo penale a carico degli ex vertici di BpVi, si era prefissata di monitorare il passaggio dei clienti che avevano deciso di rimanere in Vb e BpVi fino all’accorpamento all’interno di Banca Intesa, l’acquirente unico identificato dal governo con una procedura che ha scatenato discussioni infinite. Nelle settimane immediatamente successive alla incorporazione, spiega Cicciù, «sono emersi molti problemi». Difficoltà, raccontate anche da Vvox.it a fine febbraio, nella gestione dei conti, delle carte, dei bancomat, problemi di costi, problemi di corrispondenza. «Dobbiamo dire che oggi le cose stanno migliorando» anche se l’associazione in questi mesi è intervenuta a più riprese nel dibattito pubblico denunciando anomalie e situazioni poco sostenibili. Come non sono mancate le raccomandazioni ai top manager di Intesa di avere «un occhio di riguardo nei confronti della clientela» ereditata dai due istituti del Nordest.

Tuttavia l’eredità di quel passato pesa ancora oggi. Cicciù anche grazie ad un lavoro intenso dei consulenti della associazione tratteggia un quadro della situazione che lo induce a masticare amaro: «La massa dei rapporti, per le notizie che abbiamo, è di circa 2 milioni, più sul fronte della raccolta che degli impieghi. Questi ultimi, soprattutto i prestiti all’economia, hanno rappresentato il vero problema. Le ex banche venete hanno fatto tante operazioni finanziarie, a scapito dell’economia reale. I bilanci parlavano sempre di aumenti a due cifre. Per chi? Probabilmente per società finanziarie lussemburghesi, maltesi o romane». In altre parole il presidente rovescia la narrazione che per decenni aveva contraddistinto i l’istituto berico e quello di Montebelluna, quali di soggetti attivi principalmente nei prestiti ai piccoli operatori del territorio, riscrivendone almeno in parte la storia.

Ma così stando le cose quale radiografia fare dei rapporti bancari rimasti, per così dire, nel canestro della bad bank?  le difficoltà descritte come incidono sulla vita dei correntisti, su quella delle piccole imprese? «Nella cosiddetta bad bank ci sono solo porcherie. Questa è la nostra opinione. La cessione dei crediti anomali dalla bad bank alla società che deve gestire i recuperi, ovvero la Sga», che è una spa di proprietà del Ministero dell’Economia, che si porta in pancia una situazione «che consentirà un recupero del 49% del totale. Tuttavia – continua – come ciò sia possibile nessuno lo sa. La stessa Unione Europea dice che è una previsione sovrastimata. Pure gli stessi operatori del mercato specifico stimano un recupero non distante da una forbice che va dal 25 al 27%. Per di più, questi recuperi verranno destinati a ristorare lo Stato, creditore privilegiato che si è blindato con il decreto 99 del 2017».

Sono affermazioni nette che sembrano tagliare le gambe nei confronti delle aspettative dei risparmiatori ai quali il governo aveva fatto intravedere una possibilità di ristoro. In questo senso la denuncia è senza appello: «Per gli azionisti truffati non rimarrà nulla. Nello specifico ambito noi di Cittadinanzattiva avevamo avanzato, per prima, proposte concrete ad un tavolo tecnico indetto dalla Regione del Veneto cui hanno partecipato il sottosegretario al Mef, Paolo Baretta, le associazioni dei consumatori e gli allora presidenti della due banche venete poi poste in liquidazione coatta. Non se ne è fatto nulla».

«Circa le categorie più a rischio – prosegue – dobbiamo pensare alla piccola media impresa, che è l’ossatura portante della società del nordest. A medio termine la nostra comunità potrebbe essere la più penalizzata per cui è necessario che si attrezzi in tempo. Chi godeva di fidi contemporaneamente nelle banche interessate non può pensare di vedersi confermare la somma di questi crediti. Perché non è consentito dal sistema dei rating bancario imposto dalla Ue. Le stesse imprese sarebbero ostaggio d’una sola banca. Allora debbono procurarsi altri canali di approvvigionamento, allargando inevitabilmente lo sguardo verso altri istituti. Qui deve farsi sentire l’intervento dello Stato il quale dovrà incentivare il ricorso al credito sì, ma in modo tale che le imprese non siano soffocate». La pratica di concedere prestiti cospicui «agli amici degli amici», infine, non solo ha prodotto gli effetti oggi raccontati dai giornali, ma ha anche cozzato con la norma che dovrebbe impedire «il conflitto d’interesse per gli amministratori, ovvero il 136 del Testo unico bancario».

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