«Metodi mafiosi nel Csm», magistrato veronese nella bufera

Stanno facendo molto discutere le parole usate dal magistrato veronese Andrea Mirenda, ex presidente della sezione fallimentare del tribunale di Vicenza, che ha parlato di «metodi mafiosi» all’interno del Consiglio superiore della magistratura  nel corso di un’intervista rilasciata a Riccardo Iacona in occasione della presentazione del suo libro “Palazzo d’ingiustizia-Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura”. Come riporta Il Corriere del Veneto a pagina 9 dell’edizione di Vicenza e Bassano, Pierantonio Zanettin, parlamentare vicentino di Forza Italia ed ex consigliere laico del Csm ha chiesto al ministero della Giustizia di valutare un provvedimento disciplinare.

«Il Csm ormai non è affatto un padre amorevole per i magistrati, non è più l’organo di autotutela, non è più garanzia dell’indipendenza, ma è diventato una minaccia, perché non vi siedono soggetti distaccati ma faziosi che promuovono i sodali e abbattono i nemici, utilizzando metodi mafiosi». Queste sono le frasi usate da Mirenda, che sia nel libro che nell’intervista spiega però di aver usato una «chiara espressione di colore, un’enfasi, cioè, destinata solo a far capire la drammatica potenza e la pervasività condizionante delle correnti della magistratura». L’associazione nazionale magistrati ha comunque reagito fermamente: «paragonare le attività del Csm, organo di rilevanza costituzionale, ai metodi utilizzati dalle organizzazioni criminali che rappresentano uno dei mali maggiori del nostro Paese, contro cui lo Stato combatte da sempre e ha pagato un altissimo prezzo in termini di vite umane anche tra i magistrati, è inaccettabile e inappropriato». Più dialoganti il gruppo “Autonomia e Indipendenza”, fondato dall’ex pm di Mani Pulite, Piercamillo Davigo e AreaDG Veneto (Area Democratica per la Giustizia), i quali invitano a confrontarsi sui temi sollevati e non sulle espressioni usate.